Il termine Social Media è strano. Così recente e contemporaneamente così abusato che non si associa più così facilmente al concetto di nuovo. Questo perchè nomi del calibro di Facebook, Twitter, YouTube, Instagram spopolano su tutti i dispositivi digitali ed hanno saturato la quotidianeità di tanti annidandosi in tutti i ritagli di tempo libero.

Li percepiamo come piazze virtuali dove entrare per mostrare o vedere cosa altri mostrano. Infatti anche la non proprio infallibile Wikipedia li definisce come luoghi di condivisione:I Social media rappresentano fondamentalmente un cambiamento nel modo in cui la gente apprende, legge e condivide informazioni e contenuti“. E per lo più in questo senso sono usati ed abusati, fino a far scomparire del tutto le persone,  cancellando la loro presenza social mettendo like o condividendo contenuti di altri. Ossia il contenuto soccombe rispetto alle modalità di come se ne usufruisce. L’espressione massima di presenza personale spesso si limita agli autoscatti (a no! Ai selfie) ed ad immortalare il nostro cibo. Lo dico a ragion veduta, perché io stesso ho questo comportamento, come testimoniano le mie tracce su Facebook.

Questo stato di cose porta, a mio parere, a due conseguenze. La prima è quella di rendere difficile ed rischiosa la nascita di nuove forme di comunicazione Social, per cui anche rivoluzioni annunciate, come Ello, tendono ad apparire come copie di quanto già esiste. Più belle o più brutte, ma comunque simili. Qualcuna riesce, ma non proponendo innovazione, piuttosto utilizzando spazi vergini. Penso a Meerkat o Periscope che, invece di  condividere immagini o azioni isolando i protagonisti dagli spettatori, li uniscono in un qui ed ora interattivi. La seconda è una sorta di omologazione dei contenuti all’interno di ciascuna piazza virtuale anche quando queste non sono dichiaratamente specializzate. Ecco che da una parte viene prediletto il cazzeggio e la narrazione personale (Facebook), dall’altra l’annuncio o il battibecco (Twitter) oppure una specie di visione universale nel buco della serratura (YouTube). Su tutte, marketing e social-guru ci creano degli spazi di natura commerciale che cercano di nobilitare queste piazze cmostrando lecome nuovi canali di vendita e di pubblicità. Operazione che nella sua generale riuscita rafforza la mia sensazione di omologazione.

Non voglio sembrare snob, perché sono luoghi che frequento spesso e non disprezzo. Ma penso che queste caratteristiche siano il motivo principale per cui una grande protagonista di tutti i tempi ne sia stata alla larga o, perlomeno, a guardare: l’arte. É vero i social sono pieni di artisti, ma vengono usati per facilitare o amplificare la propria presenza, a divulgare la conoscenza della loro produzione artistica che, a meno di qualche  sperimentazione, rimane distribuita nelle forme classiche o che rispettano i classici meccanismi dello scambio. Ripeto non lo penso per snobismo  intellettuale, ma perché in questo modo l’arte riesce ad essere protetta da un punto di vista economico. Quindi la musica viene  retribuita, dalla vendita dei CD, degli abbonamenti in streaming o dei biglietti dei concerti; i film nei cinema, tramite i noleggi o, anche qui pagando in streaming. Tutto il resto é illegale. Non solo, ma altre forme come la pittura o la scultura, se non snaturare con una trasformazione in oggetto digitale, devono rimanere all’interno di gallerie e pinacoteche in spazi scenici piú o meno moderni, ma sempre fisici.

Oggi ho sentito parlare di una cosa che reputo nuova e forse potrebbe mutare questo stato di cose. Il 26 Giugno The America Disaster Relief Foundation organizza un’esposizione d’arte con molti aspetti innovativi. Ci possono partecipare artisti da tutto il mondo con le loro opere d’arte e, durante l’esposizione, ci sarà vicino ad ognuna un tablet con Periscope da cui si potrà interagire con l’artista in diretta. Ma la cosa che trasforma radicalmente la modalità di usufruire delle opere é che, oltre a visitarla fisicamente, il pubblico potrà visitarla, ed ugualmente interagire con gli artisti, attraverso una presenza social. Ma anche in questo caso pagando (di meno) il biglietto. Sfruttando il qui/lí reso possibile dal media social la galleria amplierà la capacità di raggiungere persone e vendere opere d’arte.

Ho la sensazione che potrebbe essere una modalità che vedremo ripetuta.

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