Category Archives: Personali

Si ricomincia Starting again

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Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…20131223-200743.jpg
Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…

I miei piccoli segni

Spiaggia dei Cuticchi
Riserva del Monte Cofano – Spiaggia dei Cuticchi

Gli abiti, la pettinatura, le scarpe; ma anche l’andatura, la posizione e l’espressione del volto, il tono della voce e le parole usate, sono tutti segni che danno forma alla prima impressione su di noi. Sono anche i segni che mandiamo al mondo per dire a tutti “ecco io sono così”. Sono segni che sappiamo modificare ed adattare, per cambiare a nostro piacere il messaggio “ecco io sono così”. Lo cambiamo a seconda del nostro umore, del posto in cui siamo o dell’impressione che vogliamo dare. Le nostre carte da giocare nella partita delle relazioni, carte con cui sappiamo bluffare abilmente.

Ma come tanti bluff, dopo alcuni giri di carte vengono scoperti, così i nostri segni vengono messi in ombra da altri segni che mostrano aspetti più genuini di noi. Nel quotidiano, al lavoro, a scuola, a casa, lasciamo dei segni che rappresentano le tracce della nostra esistenza vera senza finzioni e senza schermi. Non più un messaggio diretto che dice “ecco io sono così” e che arriva prima di essere conosciuti, ma un residuo del nostro passaggio che dice “sono proprio io questo qui”, “questo identifica la mia presenza”.

Ecco che piccoli ed insignificanti residui della nostra esistenza, formano un’impressione di noi, nelle persone che frequentiamo ogni giorno, più vera, più nuda. Residui veramente insignificanti se presi isolati, ma giudici inflessibili di come siamo, quando sono collegati a noi. Quindi il tubetto di dentifricio non chiuso, il cassetto aperto, la maglia lasciata sulla sedia, la risposta secca, i patti abbandonati sul tavolo, non aggiungere “per favore” alla richiesta fatta, non salutare; di per sé non sono un dramma, ma ripetuti ogni giorno, fatti trovare di continuo, come gli odori lasciati dai cani per marcare il territorio, diventano “noi” agli occhi degli altri.

Dicono “chi è stato qui, se ne frega di me”, “qui è passato lui/lei”. Sul lavoro creano i gruppi o isolano le persone. In famiglia alimentano (inutilmente o meno, dipende dai casi) i contrasti e le discussioni. Nelle coppie, alla lunga, diventano oggetto di discussioni e scintille per innescare litigi. Contrasti e liti che sembrano farse se analizzati isolatamente; che io sappia nessuno è morto, si é ferito o è andato in rovina per un tappo di dentifricio non chiuso. Ma sono benzina per il fuoco delle incomprensioni.

Ecco, io penso che in questi casi, se gli attriti non nascondono cause o ferite più profonde, non si può non agire sui due fronti. Chi schizza come un gatto i propri odori deve dare, anzi darsi, la risposta onesta a queste domande: “è così che voglio essere?”, “voglio veramente dire questo a le persone che mi circondano?”. E non prendiamoci in giro con la risposta sbrigativa e infantile “si”: è un comodo nascondiglio. In questo caso dobbiamo dire “si, perché …..”, dove il perché deve essere veramente convincente e formare una linea di azione. Noi e solo noi siamo gli autisti della nostra vita, non sono ammesse distrazioni.

Chi trova le nostre tracce invece ha molte scelte. Può farcelo notare, perché sa che siamo migliori rispetto a quello che dicono i segni che distrattamente lasciamo in giro. Può farcelo notare in modo ossessivo, ed è una richiesta di attenzioni. Può notarlo, porre rimedio e sorridere pensando che è il segno della vicinanza della persona amata. Può ignorarlo; ma non illudiamoci, non per questo quei piccoli segni smetteranno di dire al mondo come siamo veramente.Gli abiti, la pettinatura, le scarpe; ma anche l’andatura, la posizione e l’espressione del volto, il tono della voce e le parole usate, sono tutti segni che danno forma alla prima impressione su di noi. Sono anche i segni che mandiamo al mondo per dire a tutti “ecco io sono così”. Sono segni che sappiamo modificare ed adattare, per cambiare a nostro piacere il messaggio “ecco io sono così”. Lo cambiamo a seconda del nostro umore, del posto in cui siamo o dell’impressione che vogliamo dare. Le nostre carte da giocare nella partita delle relazioni, carte con cui sappiamo bluffare abilmente.

Ma come tanti bluff, dopo alcuni giri di carte vengono scoperti, così i nostri segni vengono messi in ombra da altri segni che mostrano aspetti più genuini di noi. Nel quotidiano, al lavoro, a scuola, a casa, lasciamo dei segni che rappresentano le tracce della nostra esistenza vera senza finzioni e senza schermi. Non più un messaggio diretto che dice “ecco io sono così” e che arriva prima di essere conosciuti, ma un residuo del nostro passaggio che dice “sono proprio io questo qui”, “questo identifica la mia presenza”.

Ecco che piccoli ed insignificanti residui della nostra esistenza, formano un’impressione di noi, nelle persone che frequentiamo ogni giorno, più vera, più nuda. Residui veramente insignificanti se presi isolati, ma giudici inflessibili di come siamo, quando sono collegati a noi. Quindi il tubetto di dentifricio non chiuso, il cassetto aperto, la maglia lasciata sulla sedia, la risposta secca, i patti abbandonati sul tavolo, non aggiungere “per favore” alla richiesta fatta, non salutare; di per sé non sono un dramma, ma ripetuti ogni giorno, fatti trovare di continuo, come gli odori lasciati dai cani per marcare il territorio, diventano “noi” agli occhi degli altri.

Dicono “chi è stato qui, se ne frega di me”, “qui è passato lui/lei”. Sul lavoro creano i gruppi o isolano le persone. In famiglia alimentano (inutilmente o meno, dipende dai casi) i contrasti e le discussioni. Nelle coppie, alla lunga, diventano oggetto di discussioni e scintille per innescare litigi. Contrasti e liti che sembrano farse se analizzati isolatamente; che io sappia nessuno è morto, si é ferito o è andato in rovina per un tappo di dentifricio non chiuso. Ma sono benzina per il fuoco delle incomprensioni.

Ecco, io penso che in questi casi, se gli attriti non nascondono cause o ferite più profonde, non si può non agire sui due fronti. Chi schizza come un gatto i propri odori deve dare, anzi darsi, la risposta onesta a queste domande: “è così che voglio essere?”, “voglio veramente dire questo a le persone che mi circondano?”. E non prendiamoci in giro con la risposta sbrigativa e infantile “si”: è un comodo nascondiglio. In questo caso dobbiamo dire “si, perché …..”, dove il perché deve essere veramente convincente e formare una linea di azione. Noi e solo noi siamo gli autisti della nostra vita, non sono ammesse distrazioni.

Chi trova le nostre tracce invece ha molte scelte. Può farcelo notare, perché sa che siamo migliori rispetto a quello che dicono i segni che distrattamente lasciamo in giro. Può farcelo notare in modo ossessivo, ed è una richiesta di attenzioni. Può notarlo, porre rimedio e sorridere pensando che è il segno della vicinanza della persona amata. Può ignorarlo; ma non illudiamoci, non per questo quei piccoli segni smetteranno di dire al mondo come siamo veramente.

Chi cazzo dice che gli anni ’70 sono stati brutti?Who the fuck said that the ’70 were bad?

C’è una signora che è sicura che sia oro tutto quel che luccica
e sta comprando una scala per il paradiso
quando vi arriverà sa che se tutti i negozi sono chiusi
con una parola può ottenere ciò per cui è venuta
e sta comprando una scala per il paradiso

c’è una scritta sul muro ma lei vuole essere sicura
perchè, come tu sai, talvolta le parole hanno due significati
su un albero vicino al ruscello c’è un uccello che canta
talvolta tutti i nostri pensieri sono sospetti

e questo mi stupisce
e questo mi stupisce

c’è una sensazione che provo quando guardo a Ovest
e il mio spirito grida di andarsene
nei miei pensieri ho visto anelli di fumo attraverso gli alberi
e le voci di coloro che stanno in piedi a osservare

oooh e questo mi stupisce
ooooh e questo mi stupisce davvero

e si mormora che presto se tutti noi intoniamo la melodia
il pifferaio ci condurrà alla ragione e albeggerà un nuovo giorno
per coloro che aspettavano da lungo tempo
e le foreste risponderanno con una risata

Se c’è trambusto nella tua siepe non ti allarmare
è solo la pulizia di primavera per la festa di Maggio
si, ci sono due strade che puoi percorrere ma a lungo andare
c’è sempre tempo per cambiare strada
e ciò mi stupisce

la tua testa ti ronza e il ronzio non se ne andrà, nel caso tu non lo sapessi
il pifferaio ti sta chiamando per unirti a lui
signora cara, può senitre il vento soffiare e sa
che la sua scala è costruita sul vento mormorante?

e scendiamo in strada
le nostre ombre più grandi delle nostre anime
là cammina una donna che noi tutti conosciamo
che risplende di luce bianca e vuole dimostrare
come qualsiasi cosa si tramuti in oro
e se ascolti molto attentamente
alla fine la melodia verrà da te
quando tutti sono uno e uno è tutti
per essere una roccia e per non rotolare via

e sta comprando una scala per il paradiso
There’s a lady who’s sure all that glitters is gold
And she’s buying a stairway to heaven.
When she gets there she knows, if the stores are all closed
With a word she cant get what she came for.
Ooh, ooh, and she’s buying a stairway to heaven.

There’s a sign on the wall but she wants to be sure
‘Cause you know sometimes words have two meanings.
In a tree by the brook, there’s a songbird who sings,
Sometimes all of our thoughts are misgiven.

Ooh, it makes me wonder,
Ooh, it makes me wonder.

There’s a feeling I get when I look to the west,
And my spirit is crying for leaving.
In my thoughts I have seen rings of smoke through the trees,
And the voices of those who stand looking.

Ooh, it makes me wonder,
Ooh, it really makes me wonder.

And it’s whispered that soon, if we all call the tune,
Then the piper will lead us to reason.
And a new day will dawn for those who stand long,
And the forests will echo with laughter.

If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now,
It’s just a spring clean for the May queen.
Yes, there are two paths you can go by, but in the long run
There’s still time to change the road you’re on.
And it makes me wonder.

Your head is humming and it won’t go, in case you don’t know,
The piper’s calling you to join him,
Dear lady, can you hear the wind blow, and did you know
Your stairway lies on the whispering wind?

And as we wind on down the road
Our shadows taller than our soul.
There walks a lady we all know
Who shines white light and wants to show
How everything still turns to gold.
And if you listen very hard
The tune will come to you at last.
When we all are one and one is all
To be a rock and not to roll.

And she’s buying the stairway to heaven.

Ognuno ha i parenti che si merita….Everyone has relatives that he deserves ….

201301 Chiara-13

E’ si, ne è passato di tempo dal 6 Aprile. Il giorno che sono andato a vedere a Teatro (si, mi piace scriverlo con la lettera maisucola, tanto minuscolo lo considerano molti), lo spettacolo organizzato dagli studenti dell’Accademia Internazionale di Teatro di Roma. Perché? Per prima cosa perché ci studia mia nipote e non posso far finta che questo non abbia avuto un ruolo fondamentale nello smuovermi dalla pigrizia naturale. Ma anche perché Teatro mi ha sempre affascinato. Chi mi conosce lo sa per i miei trascorsi giovanili, ma a me piace proprio il luogo. Dove curiosità ed aspettative incontrano energie e sane vanità; dove spazi, che cercano di essere eleganti, per gli spettatori convivono con cantieri, sgabuzzini affollati, corridoi pieni di costumi. Insomma il Teatro è un vortice che mi attira.

Quindi ero li, verso le otto di sera, e con la mia macchina fotografica ed ho subito infastidito i vari operatori: la cassiera, un ragazzo all’ingrasso ed un’altro ancora. Non mi sono arreso fino a quando non ho sentito la bella frase “si , certo può fare le foto, ma mi raccomando senza flash!”.  Lo spettacolo per me è stato toccante. Mi dispiace per gli addetti, ma non tanto per lo spettacolo in sé, ma per l’energia e la voglia di fare bene quello che stavano facendo quei ragazzi sul palco. Al di là della loro bravura più o meno acerba, in platea arrivava la soddisfazione nel dimostrare il risultato di un ciclo di studi che forse ha richiesto qualche sacrificio; anche l’entusiasmo di fare una cosa in cui si crede e nel volerla fare bene.

Comunque al termine della bella serata, dopo aver salutato i miei cugini, siamo tornati a casa dopo aver promesso di mandare, o comunque condividere, le foto: Sarà l’età, sarà l’abuso di medicinali dell’ultimo periodo o forse è semplice predisposizione, ma non so che fine abbiano fatto le foto! O meglio, dov’erano lo sapevo benissimo. Ma il mio cervello aveva archiviato il fatto come compiuto, e compiuto nei vari particolari di come lo avevo immaginato: sistemate le foto, caricate su un sito per condividerle, scritto un post ed anche inviato il link alle mie cugine per vedere il tutto. Ma quando? Se non mi avesse telefonato Caterina, che con un educatissima frase mi ha detto: “ma le foto poi dov’è che le hai messe?”, non ci avrei più pensato.  Era chiaro il significato reale: “ma quando ce le fai vedere ‘ste benedette foto? Sono venute o non si possono distinguere gli attori dai sipari? Ti decidi?”.

Spero di aver ora concretizzato quelli che erano le mie convinzioni. Le foto più guardabili sono sia nell’Album di Pinterest 2013 Scuola di Teatro che in Flickr nel set 2013 Theatre. Di sicuro non sono in grado di dire “non lo faccio più”…..

201301 Chiara-13Yes, It’s been a long time since April 6. The day that I went to see at the Theatre (yes, I like to write it with capital letter, many people in ITaly consider it as a lowercase stuff), the performance organised by the students of the Accademia Internazionale di Teatro di Roma. Why? First of all because we studied my niece and I can’t pretend that this has not had a major role in get rid of my laziness. But also because the theater has always fascinated me. Anyone who knows me knows about my past, but I like the place itself. Where curiosity and expectations meet energy and sane vanity; where spaces, trying to be stylish, to viewers live side by side with workshop, crowded hallways, closets full of artists and costumes. So the theater is a vortex that ever attracts me. I was there, at around eight in the evening, and with my camera I quickly annoyed the various workers: the cashier, a rearing and another guy. I have not surrendered until I heard the beautiful phrase “Yes, you can make pictures, but I recommend you, with no flash!”.  The show for me was touching. I feel sorry for the Theatre workers, not so much for the show itself, but for the energy and desire to do well what they were doing those guys on stage. Beyond their talent more or less acerbic, in the audience arrived the satisfaction in proving the result of a course of study that may have required some sacrifice; the enthusiasm to do something in which they believe and want to do well. However, at the end of the evening, after greetings my cousins, we’re back home after having promised to send, or otherwise share, the photos.

Will be the age, will be the abuse of medicinal products of the last period or maybe it’s simple predisposition, but I don’t know what happened with the photos! Or rather, where they were, I knew it very well. But my brain had filed the fact as ended and made in various parts of how I had imagined: arrange photos, uploaded to a site to share them, wrote a post and also posted a link to my cousins to see everything. But when?

If I hadn’t phoned by Caterina who, with a very educated phrase, said to me: “But the photos where is that you put out?”, I would be no more thought.  It was clear her real meaning: “But when you’ll show such blessed pictures? It can be possible to distinguish actors from curtains? You decide?”.

I hope to have now materialized those who were my belief. The more watchable pictures are in the Pinterest album 2013 Scuola di Teatro and in Flickr 2013 Theatre.
Certainly I cannot say “I do not anymore” …..

Piloti di meteor – Prospettive diverse


Sulla superficie del pianeta ogni tanto c’erano dei buchi di grandezze differenti. Larghi quanto basta per far passare a volte due, a volte quattro animali. Erano stati scavati tempo prima, sempre vicino a formazioni rocciose più o meno addensate. Per lo più nelle zone dove le formazioni erano più fitte, anche perchè era più facile per gli animali trovarvi riparo e cibo. Attraverso questi buchi si entrava in una piccola rete di gallerie che finivano sempre in un unico spazio grande, scavato nelle profondità in modo abbastanza regolare. In giro per il pianeta ve n’erano molti di questi spazi sempre collegati da un gruppo di gallerie alla superficie.

Con il meteor gravitazionale si era già scesi altre volte in queste spazi sotterranei. Ma, tranne questi animali, non avevamo trovato nulla di particolarmente interessante. Poi dopo le prime ricerche nessuno voleva scendere per esplorare perché era pericoloso. E’ vero che dopo aver setacciato più volte queste gallerie ci ritrovavamo sempre ad esplorare gli stessi spazi, quindi era difficile perdersi. Ma non era banale uscirne fuori. L’intrigo delle gallerie aveva fatto disorientare molti piloti che, ripercorrendo più volte le stesse gallerie, erano precipitati per mancanza di energia. Poi c’era sempre il pericolo degli animali. Giganteschi e lenti, non andavano sottovalutati. In superficie era un gioco fatto persino dai ragazzi; con i loro meteor baby si avvicinavano fino a far adagiare il mezzo sull’enormi superfici della bestia. Attivato l’aspiratore anteriore in dotazione al veicolo, raschiavano un po’ della sostanza prodotta dalla superficie dell’animale e scappavano via, evitando le lunghe appendici agitate a caso e lentamente dalla bestia. Sopra, per la loro lentezza e prevedibilità dei movimenti, era un gioco. Sotto era diverso, per la luce. Non che si capiva da dove venisse, sembrava portata lì da altre gallerie naturali e molto piccole, ma rendeva tutto piatto, senza prospettiva, e molto difficile valutare le distanze. Poi sottoterra gli enormi animali stavano più fermi, grossomodo allineati dallo stesso lato; quindi i movimenti delle loro sporgenze erano meno prevedibili e difficili da evitare. Queste difficoltà e la scarsa disponibilità di cibo ed energia avevano di fatto annullato le escursioni sotterranee pianificate. Il pianeta forniva molte risorse in superficie con pochi rischi seguendo gli animali grandi, quindi le imprese nel sottosuolo venivano avviate solo da funzionari in cerca di gloria con eventuali successi da missioni azzardate. Per limitare i costi ed il dissenso dai probabili fallimenti, le missioni venivano affidate a giovani militari in cerca di medaglie con cui riempirsi il petto o da criminali senza nulla da perdere, in cerca di svago dalle carceri o di riduzioni di pena.
Phiji era appunto destinato a fare il riproduttore in carcere per 35 esfi. Considernado che lui ne dimostrava 25 e che la vita media nelle carceri era di 40 esfi, passarne mezzo a correre rischi sotterranei era una prospettiva migiore.
Per me era differente, lavoravo come funzionario nel dipartimento militare, quando il superiore del mio capo mi chiamò. Mi disse che era stata portata all’evidenza del Consiglio di Dipartimento, una vecchia storia di mio padre che, a detta del Consigliere proponente, mi rendeva non idoneo alla mia posizione. Il superiore era Kefah-ki, chiamato da tutti, a sua insaputa Keki.
- So che te pensi sia una storia di poco conto e oltretutto già chiarita. Ma il Consigliere proponente Weidi é abile e sa benissimo che portare in consiglio un fatto chiarito, ma non cancellato ne ripropone tutte le sue ombre. Se ne discute nuovamente e resta nelle menti dei consiglieri. Ogni volta che ci sará da prendere una decisione sulla nostra sezione e sul nostro Dipartimento quest’ombra peserà sulla decisione. Mette in dubbio te per colpire il Dipartimento.
- Cosa significa in concreto? Non posso fare nessuna richiesta perché non é un fatto in cui sono coinvolto, non posso chiedere in nessuna sede di affrontarlo perché è stata emesso un parere chiarificatore. E allora? Comunque non c’entra con il mio lavoro.
Il fatto risaliva nel passato, 50 esfi prima. Mio padre era un ufficiale del Dipartimento Militare, erano tempi che gli animali più pericolosi del pianeta, gli sveep, attaccavano i nostri accampamenti tutte le notti. Uno sveep è poco più grande di un meteor, si muove con la stessa agilità ed ha una protuberanza posteriore letale. Dura come pietra poteva rompere il guscio del meteor e lanciare un liquido letale in grado di paralizzare gli occupanti, ma anche di bloccarne i propulsori se lanciato contro. Il risultato finale era che lo sveep si nutriva dei malcapitati. In quei tempi gli sveep venivano di notte negli accampamenti di riproduzione e facevano banchetti con le nuove generazioni. Fu incaricato il Dipartimento Militare per porre fine a questa situazione e per difendere gli spazi riproduttivi.
Sulla superficie del pianeta ogni tanto c’erano dei buchi di grandezze differenti. Larghi quanto basta per far passare a volte due, a volte quattro animali. Erano stati scavati tempo prima, sempre vicino a formazioni rocciose più o meno addensate. Per lo più nelle zone dove le formazioni erano più fitte, anche perchè era più facile per gli animali trovarvi riparo e cibo. Attraverso questi buchi si entrava in una piccola rete di gallerie che finivano sempre in un unico spazio grande, scavato nelle profondità in modo abbastanza regolare. In giro per il pianeta ve n’erano molti di questi spazi sempre collegati da un gruppo di gallerie alla superficie.

Con il meteor gravitazionale si era già scesi altre volte in queste spazi sotterranei. Ma, tranne questi animali, non avevamo trovato nulla di particolarmente interessante. Poi dopo le prime ricerche nessuno voleva scendere per esplorare perché era pericoloso. E’ vero che dopo aver setacciato più volte queste gallerie ci ritrovavamo sempre ad esplorare gli stessi spazi, quindi era difficile perdersi. Ma non era banale uscirne fuori. L’intrigo delle gallerie aveva fatto disorientare molti piloti che, ripercorrendo più volte le stesse gallerie, erano precipitati per mancanza di energia. Poi c’era sempre il pericolo degli animali. Giganteschi e lenti, non andavano sottovalutati. In superficie era un gioco fatto persino dai ragazzi; con i loro meteor baby si avvicinavano fino a far adagiare il mezzo sull’enormi superfici della bestia. Attivato l’aspiratore anteriore in dotazione al veicolo, raschiavano un po’ della sostanza prodotta dalla superficie dell’animale e scappavano via, evitando le lunghe appendici agitate a caso e lentamente dalla bestia. Sopra, per la loro lentezza e prevedibilità dei movimenti, era un gioco. Sotto era diverso, per la luce. Non che si capiva da dove venisse, sembrava portata lì da altre gallerie naturali e molto piccole, ma rendeva tutto piatto, senza prospettiva, e molto difficile valutare le distanze. Poi sottoterra gli enormi animali stavano più fermi, grossomodo allineati dallo stesso lato; quindi i movimenti delle loro sporgenze erano meno prevedibili e difficili da evitare. Queste difficoltà e la scarsa disponibilità di cibo ed energia avevano di fatto annullato le escursioni sotterranee pianificate. Il pianeta forniva molte risorse in superficie con pochi rischi seguendo gli animali grandi, quindi le imprese nel sottosuolo venivano avviate solo da funzionari in cerca di gloria con eventuali successi da missioni azzardate. Per limitare i costi ed il dissenso dai probabili fallimenti, le missioni venivano affidate a giovani militari in cerca di medaglie con cui riempirsi il petto o da criminali senza nulla da perdere, in cerca di svago dalle carceri o di riduzioni di pena.
Phiji era appunto destinato a fare il riproduttore in carcere per 35 esfi. Considernado che lui ne dimostrava 25 e che la vita media nelle carceri era di 40 esfi, passarne mezzo a correre rischi sotterranei era una prospettiva migiore.
Per me era differente, lavoravo come funzionario nel dipartimento militare, quando il superiore del mio capo mi chiamò. Mi disse che era stata portata all’evidenza del Consiglio di Dipartimento, una vecchia storia di mio padre che, a detta del Consigliere proponente, mi rendeva non idoneo alla mia posizione. Il superiore era Kefah-ki, chiamato da tutti, a sua insaputa Keki.
- So che te pensi sia una storia di poco conto e oltretutto già chiarita. Ma il Consigliere proponente Weidi é abile e sa benissimo che portare in consiglio un fatto chiarito, ma non cancellato ne ripropone tutte le sue ombre. Se ne discute nuovamente e resta nelle menti dei consiglieri. Ogni volta che ci sará da prendere una decisione sulla nostra sezione e sul nostro Dipartimento quest’ombra peserà sulla decisione. Mette in dubbio te per colpire il Dipartimento.
- Cosa significa in concreto? Non posso fare nessuna richiesta perché non é un fatto in cui sono coinvolto, non posso chiedere in nessuna sede di affrontarlo perché è stata emesso un parere chiarificatore. E allora? Comunque non c’entra con il mio lavoro.
Il fatto risaliva nel passato, 50 esfi prima. Mio padre era un ufficiale del Dipartimento Militare, erano tempi che gli animali più pericolosi del pianeta, gli sveep, attaccavano i nostri accampamenti tutte le notti. Uno sveep è poco più grande di un meteor, si muove con la stessa agilità ed ha una protuberanza posteriore letale. Dura come pietra poteva rompere il guscio del meteor e lanciare un liquido letale in grado di paralizzare gli occupanti, ma anche di bloccarne i propulsori se lanciato contro. Il risultato finale era che lo sveep si nutriva dei malcapitati. In quei tempi gli sveep venivano di notte negli accampamenti di riproduzione e facevano banchetti con le nuove generazioni. Fu incaricato il Dipartimento Militare per porre fine a questa situazione e per difendere gli spazi riproduttivi.

EHI! Un bel modo di dire Buone Feste

Ivan_Franek_EHIOggi sono andato a vedere lo spettacolo EHI! di Ivan Franek. Viene presentato come uno spettacolo di marionette, ma non è vero: è uno spettacolo dove le marionette hanno solo una parte.
Gli attori, che non si nascondono alla vista, con gesti, sguardi e suoni insieme alle marionette accompagnano il pubblico in un viaggio magico. Lo spettacolo è un insieme di ritmo, di geniali e simpatiche invenzioni che fanno dello spazio scenico il terzo elemento.

L’ho trovato divertente ed emozionante. Ridono i grandi, per le trovate e ridono i bambini per l’immediatezza. I loro urli e commenti ad alta voce non disturbano ma sono la vera colonna sonora.

Insomma per chi è a Roma il 6 Gennaio consiglio di passare un’ora alla Libreria Fandango in Via dei Prefetti, 22. Penso che l’orario sarà lo stesso di oggi le 18:30, ma chiedere una conferma al numero di telefono riportato nel sito non guasta…..

Auguri di Buone Feste a tutti!Ivan_Franek_EHIOggi sono andato a vedere lo spettacolo EHI! di Ivan Franek. Viene presentato come uno spettacolo di marionette, ma non è vero: è uno spettacolo dove le marionette hanno solo una parte.
Gli attori, che non si nascondono alla vista, con gesti, sguardi e suoni insieme alle marionette accompagnano il pubblico in un viaggio magico. Lo spettacolo è un insieme di ritmo, di geniali e simpatiche invenzioni che fanno dello spazio scenico il terzo elemento.

L’ho trovato divertente ed emozionante. Ridono i grandi, per le trovate e ridono i bambini per l’immediatezza. I loro urli e commenti ad alta voce non disturbano ma sono la vera colonna sonora.

Insomma per chi è a Roma il 6 Gennaio consiglio di passare un’ora alla Libreria Fandango in Via dei Prefetti, 22. Penso che l’orario sarà lo stesso di oggi le 18:30, ma chiedere una conferma al numero di telefono riportato nel sito non guasta…..

Auguri di Buone Feste a tutti!

Ho guardato il cielo


Sono andato ad un convegno al centro di Roma. Giovedì, un giorno di pioggia. Ma visto che ero in anticipo sono sceso una fermata prima e, con calma, mi sono avviato verso il luogo del convegno. La pioggia era sottile quasi inesistente, così ho fatto a meno dell’ombrello.

Si, lo so a Roma appena cadono due gocce tiriamo fuori l’ombrello perché non siamo abituati; ma a me piace camminare quando viene giù poca pioggia, camminare senza ombrello e sentire l’odore dell’acqua e delle cose bagnate. Mi fa sentire piú libero.

Durante questa passeggiata in libertá ho alzato la testa guardando il cielo. Mi sono sentito sereno e ho pensato che di solito non guardo in alto. L’attenzione è aumentata, con questo pensiero guardavo attorno e vedevo le persone: quelli in auto con lo sguardo di fronte, costretti dai confini del parabrezza; quelli a piedi osservavano il marciapiede davanti, molti celati sotto gli ombrelli con l’attenzione distolta dalla loro direzione solo dalle vetrine.

Nessuno guarda mai in alto. Intendo nella vita di tutti i giorno giorni, non in vacanza. In vacanza è naturale guardare il panorama, il cielo, anche lo sguardo e libero di vagare. Infatti gli unici che ho incontrato con lo sguardo a zonzo, si capiva che erano turisti. Ma nei giorni normali alle persone non capita, anche gli occhi seguono percorsi abitudinari della vita che chiamiamo normale.

Quella sensazione di leggerezza e felicità, mi ha stuzzicato piacevolmente. Voglio provare a svicolare da questa specie di trappola, d’ora in poi cercherò di guardare in alto più spesso, almeno ogni giorno.
Sono andato ad un convegno al centro di Roma. Giovedì, un giorno di pioggia. Ma visto che ero in anticipo sono sceso una fermata prima e, con calma, mi sono avviato verso il luogo del convegno. La pioggia era sottile quasi inesistente, così ho fatto a meno dell’ombrello.

Si, lo so a Roma appena cadono due gocce tiriamo fuori l’ombrello perché non siamo abituati; ma a me piace camminare quando viene giù poca pioggia, camminare senza ombrello e sentire l’odore dell’acqua e delle cose bagnate. Mi fa sentire piú libero.

Durante questa passeggiata in libertá ho alzato la testa guardando il cielo. Mi sono sentito sereno e ho pensato che di solito non guardo in alto. L’attenzione è aumentata, con questo pensiero guardavo attorno e vedevo le persone: quelli in auto con lo sguardo di fronte, costretti dai confini del parabrezza; quelli a piedi osservavano il marciapiede davanti, molti celati sotto gli ombrelli con l’attenzione distolta dalla loro direzione solo dalle vetrine.

Nessuno guarda mai in alto. Intendo nella vita di tutti i giorno giorni, non in vacanza. In vacanza è naturale guardare il panorama, il cielo, anche lo sguardo e libero di vagare. Infatti gli unici che ho incontrato con lo sguardo a zonzo, si capiva che erano turisti. Ma nei giorni normali alle persone non capita, anche gli occhi seguono percorsi abitudinari della vita che chiamiamo normale.

Quella sensazione di leggerezza e felicità, mi ha stuzzicato piacevolmente. Voglio provare a svicolare da questa specie di trappola, d’ora in poi cercherò di guardare in alto più spesso, almeno ogni giorno.

Torno normale?

20120212-143948.jpg
La macchina di lusso che ci ha accompagnato in giro per Cuba nel 1996

Formicolano i piedi, le caviglie e, a volte, le gambe. Formicolano le dita della mano. Mi stanco con poco e faccio fatica a muovermi.

Sono quasi due mesi che sono finiti i cicli di chemio e i sintomi collaterali sono cambiati, ma i formicolii no, anzi aumentano. L’intestino si fà sentire solo ogni tanto, lo stomaco è praticamente normale e i sapori non sono tornati normali e sono sparite le sensazoni sgradevoli; ma i formicolii no, sono sempre presenti. Al mattino, subito appena sveglio, li senti sotto le coperte; poi diventano più presenti quando cerchi di infilare le pantofole. È la prima “mission impossible”, va fatta con la luce e devi vedere bene dove vanno i piedi, altrimenti resti a fare tentativi che si rivelano inutili quando senti il gelo (perché per me un pò di freddo sembra tale) del pavimento. Oppure, più pericoloso, ti alzi con le pantofole di traverso, ma convinto di averle ai piedi, e inciampi rischiando di cadere.

Si fanno vivi da subito i formicolii per ricordarti che tutto il giorno lo passerai con gli occhi e l’attenzione a vedere dove metti i piedi per non fare passi falsi, a parlare con gli altri in movimento o ballando come un orso da un piede all’altro per allegerire la sensazione degli spilli. Lo passerai con le mani che appena toccano qualcosa di fresco sembrano bruciare, che quando le lavi devi ricordarti di asciugarle tamponando perchè se le strusci sono tutte piene di spilli.

Avevo la convinzione che, una volta finite le somministrazioni di “veleno”, sarebbe stato tutto un migliorare, ma il medico mi ha disilluso: “i sintomi cresceranno per altri due-tre mesi”. In effetti io ho smesso di prendere altro “veleno”, ma quello che è in corpo continua a fare il suo lavoro di “anticrittogamico” bruciando altre cellule.
L’azione distruttiva finirà quando avrò smaltito il “veleno” in quantità sufficente e ritorneró normale.
Ma come sarà la normalità? Inizio a dubitare che tutto riesca a tornare come prima, quindi passo ogni giorno come se stessi esercitandomi ad usare un corpo nuovo, che agisce e reagisce con stimoli diversi.
Vedremo, per oggi digiuno in preparazione di una nuova visita di controllo.

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La macchina di lusso che ci ha accompagnato in giro per Cuba nel 1996

Formicolano i piedi, le caviglie e, a volte, le gambe. Formicolano le dita della mano. Mi stanco con poco e faccio fatica a muovermi.

Sono quasi due mesi che sono finiti i cicli di chemio e i sintomi collaterali sono cambiati, ma i formicolii no, anzi aumentano. L’intestino si fà sentire solo ogni tanto, lo stomaco è praticamente normale e i sapori non sono tornati normali e sono sparite le sensazoni sgradevoli; ma i formicolii no, sono sempre presenti. Al mattino, subito appena sveglio, li senti sotto le coperte; poi diventano più presenti quando cerchi di infilare le pantofole. È la prima “mission impossible”, va fatta con la luce e devi vedere bene dove vanno i piedi, altrimenti resti a fare tentativi che si rivelano inutili quando senti il gelo (perché per me un pò di freddo sembra tale) del pavimento. Oppure, più pericoloso, ti alzi con le pantofole di traverso, ma convinto di averle ai piedi, e inciampi rischiando di cadere.

Si fanno vivi da subito i formicolii per ricordarti che tutto il giorno lo passerai con gli occhi e l’attenzione a vedere dove metti i piedi per non fare passi falsi, a parlare con gli altri in movimento o ballando come un orso da un piede all’altro per allegerire la sensazione degli spilli. Lo passerai con le mani che appena toccano qualcosa di fresco sembrano bruciare, che quando le lavi devi ricordarti di asciugarle tamponando perchè se le strusci sono tutte piene di spilli.

Avevo la convinzione che, una volta finite le somministrazioni di “veleno”, sarebbe stato tutto un migliorare, ma il medico mi ha disilluso: “i sintomi cresceranno per altri due-tre mesi”. In effetti io ho smesso di prendere altro “veleno”, ma quello che è in corpo continua a fare il suo lavoro di “anticrittogamico” bruciando altre cellule.
L’azione distruttiva finirà quando avrò smaltito il “veleno” in quantità sufficente e ritorneró normale.
Ma come sarà la normalità? Inizio a dubitare che tutto riesca a tornare come prima, quindi passo ogni giorno come se stessi esercitandomi ad usare un corpo nuovo, che agisce e reagisce con stimoli diversi.
Vedremo, per oggi digiuno in preparazione di una nuova visita di controllo.

Com’è che sto qui

20111118-134138.jpgCi sono cinque poltrone lungo le pareti di una stanza grande abbastanza per contenerle e lasciare lo spazio per far passare cmodamente due o tre persone in piedi.
Sono poltrone begie in finta pelle sostenute da un piedistallo nero rettangolare dal quale si alza una colonna di acciaio. Al tremine della colonna un capitello che sostiene la poltrona e da cui partono tante leve per regolare elettricamente la posizione di poggiapipedi, braccioli, schienale e poggiatesta. Insomma poltrone che sono una brutta copia di quelle ipertecnologiche dei dentisti.
Come cinque alberi ornamentali, a fianco di ciascuna poltrona svetta un’asta di acciaio che termina con una ramificazioone di ganci per reggere le buste delle flebo. A mezz’asta una scatola grigia con un display elettrico in cui si raccolgono tutti i tubi che escono dalle sacche delle flebo. E’ una pompa che, una volta impostata assicura il fluire delle medicine secondo la velocità prestabilita. Dalla scatola, per l’alimentazione elettrica, parte un filo nero che termina in una delle cinque prese di corrente presente nella stanza.
Cinque scaffali di finto legno che poggiano su supporti di finto acciaio sono dietro le poltrone. Servono per appoggiare i cinque vassoi di acciaio che contengono le sacche delle flebo, il foglio della tempistica di somministrazione e le eventuali medicine che devono essere somministrate per bocca.
Il piccolo ingresso che ha questa stanza ha sulla sinistra un mobile bar che contiene succhi di frutta e bottiglie d’acqua; sulla destra si apre la porta del bagno.

Ma come ci arrivo qui?
Sveglia alle 06:30 e colazione. Quella colazione salata che mi hanno consigliato per diminuire i fastidi allo stomaco e che funziona (anche un infermiere me l’ha chiesta e ha detto che funziona benissimo): uovo in camicia, prosciutto crudo e pane rigorosamente tostato e di grano duro.

Alle 08:00 si esce. Per ora tutto coperto vengo ancora trasportato con lo scooter, ma con l’aumentare del freddo non credo che ci riuscirò più. Verso le 08:30 entro all’isola Tiberina e in ospedale vado agli ambulatori oncologici del day hospital. E’ una porta chiusa con il telaio azzurro di metallo e un vetro satinato; si suona al citofono e ti aprono. Dentro ci sono due segretarie gentili e, di solito, allegre di loro senza finzioni; oramai mi conoscono e sanno a memoria quello che devo fare, mi danno un foglio con un numero che serve solo ad identificarmi e non per formare una fila; poi esco e mi siedo in una delle sedie messe nel corridoio-sala d’aspetto.
Qui ci sono molti volti noti di “compagni di chemio”, i nuovi appena sentono la chiamata del numero controllano e spesso chiedono come mai sono stati saltati; allora qualcuno degli abitué spiega che “no ilnumero non è la coda ma serve solo ad identificarti, ti chiamano a seconda del medico che devi vedere o di quello che dei fare”. Si perché siamo qui tutti per lo stesso motivo, ma facciamo cose molto differenti tra noi; cosa si deve fare è un’intimità che ho imparato non tutti condividono. In sala d’aspetto si parla poco, si aspetta.

Poi chiamano il mio numero allora ritorno alla porta suono, mi aprono ed entro, “si accomodi alla prima stanza a destra”. L’ambulatorio è una stanzetta piccola, profonda quel che basta per farci entrare, in modo abbastanza sacrificato, la scrivania del medico e le due sedie di fronte. Di fianco alla scrivania, con uno spazio che fa passare o il medico o il paziente, c’è il lettino con il rotolo di carta per il lezuolo che serve per un’eventuale visita.
Il medico mi chiede come sto e intanto cerca nel computer i risultati delle analisi che ho fatto ieri.
“Bene, bene i valori sono buoni, il fegato và bene i reni anche. Come è andata l’ultima chemio?”
“meglio del solito, la diluizione in 1000ml invece che 500 mi ha evitato la flebite..” poi, a seconda del medico, mi fa accomodare sul lettino mi visita e mi pesa. Quindi si passa ai moduli.
Prima stampa quello per il day hospital con le indicazione per la terapia: le pillole di chemio per bocca, una flebo da 20min con un gastroprotettore, la flebo con la chemio per 4 ore, una flebo con il cortisone di 20min ed un’altra di altri 20 min con non so che. Poi i due moduli per la farmacia dell’ospedale dove ritirare le pillole di chemio da portare a casa; le danno sfuse e sono rigorosamente contate. È giusto con quello che costano (circa 3500euro a ciclo) e per quello che servono è sciocco farne scorta. Poi il modulo con le medicine che devo prendere a casa e le modalità di somministrazione. Infine si compila il tesserino con i prossimi appunatmenti.
“Grazie dottore, arrivederci”.

Ripasso nel corridoio-sala d’aspetto ed entro nel day hospital, vado nella sala infermieri a consegnare il foglio della terapia.
“Grazie la chiamiamo noi, ha il numero?”
“No l’ho lasciato dal medico”
“Allora la chiamo per nome”
Ritorno nel corridoio-sala d’aspetto, le persone ora sono di più.
Quando mi chiamano sono oramai le 10:30. Peccato significa che se non ci saranno problemi finirò alle 16:00.

Mi fanno accomodare nella sala con le poltrone, arriva l’infermieria con il vassoio d’acciaio e lo posa nello scaffale dietro alla mia poltrona. Prendo una bottiglia d’acqua dal frigo e mando giù le cinque pillole rosa di chemio.
“Quale braccio usiamo oggi?”
“Il destro” rispondo io e si inizia.20111118-134138.jpgCi sono cinque poltrone lungo le pareti di una stanza grande abbastanza per contenerle e lasciare lo spazio per far passare cmodamente due o tre persone in piedi.
Sono poltrone begie in finta pelle sostenute da un piedistallo nero rettangolare dal quale si alza una colonna di acciaio. Al tremine della colonna un capitello che sostiene la poltrona e da cui partono tante leve per regolare elettricamente la posizione di poggiapipedi, braccioli, schienale e poggiatesta. Insomma poltrone che sono una brutta copia di quelle ipertecnologiche dei dentisti.
Come cinque alberi ornamentali, a fianco di ciascuna poltrona svetta un’asta di acciaio che termina con una ramificazioone di ganci per reggere le buste delle flebo. A mezz’asta una scatola grigia con un display elettrico in cui si raccolgono tutti i tubi che escono dalle sacche delle flebo. E’ una pompa che, una volta impostata assicura il fluire delle medicine secondo la velocità prestabilita. Dalla scatola, per l’alimentazione elettrica, parte un filo nero che termina in una delle cinque prese di corrente presente nella stanza.
Cinque scaffali di finto legno che poggiano su supporti di finto acciaio sono dietro le poltrone. Servono per appoggiare i cinque vassoi di acciaio che contengono le sacche delle flebo, il foglio della tempistica di somministrazione e le eventuali medicine che devono essere somministrate per bocca.
Il piccolo ingresso che ha questa stanza ha sulla sinistra un mobile bar che contiene succhi di frutta e bottiglie d’acqua; sulla destra si apre la porta del bagno.

Ma come ci arrivo qui?
Sveglia alle 06:30 e colazione. Quella colazione salata che mi hanno consigliato per diminuire i fastidi allo stomaco e che funziona (anche un infermiere me l’ha chiesta e ha detto che funziona benissimo): uovo in camicia, prosciutto crudo e pane rigorosamente tostato e di grano duro.

Alle 08:00 si esce. Per ora tutto coperto vengo ancora trasportato con lo scooter, ma con l’aumentare del freddo non credo che ci riuscirò più. Verso le 08:30 entro all’isola Tiberina e in ospedale vado agli ambulatori oncologici del day hospital. E’ una porta chiusa con il telaio azzurro di metallo e un vetro satinato; si suona al citofono e ti aprono. Dentro ci sono due segretarie gentili e, di solito, allegre di loro senza finzioni; oramai mi conoscono e sanno a memoria quello che devo fare, mi danno un foglio con un numero che serve solo ad identificarmi e non per formare una fila; poi esco e mi siedo in una delle sedie messe nel corridoio-sala d’aspetto.
Qui ci sono molti volti noti di “compagni di chemio”, i nuovi appena sentono la chiamata del numero controllano e spesso chiedono come mai sono stati saltati; allora qualcuno degli abitué spiega che “no ilnumero non è la coda ma serve solo ad identificarti, ti chiamano a seconda del medico che devi vedere o di quello che dei fare”. Si perché siamo qui tutti per lo stesso motivo, ma facciamo cose molto differenti tra noi; cosa si deve fare è un’intimità che ho imparato non tutti condividono. In sala d’aspetto si parla poco, si aspetta.

Poi chiamano il mio numero allora ritorno alla porta suono, mi aprono ed entro, “si accomodi alla prima stanza a destra”. L’ambulatorio è una stanzetta piccola, profonda quel che basta per farci entrare, in modo abbastanza sacrificato, la scrivania del medico e le due sedie di fronte. Di fianco alla scrivania, con uno spazio che fa passare o il medico o il paziente, c’è il lettino con il rotolo di carta per il lezuolo che serve per un’eventuale visita.
Il medico mi chiede come sto e intanto cerca nel computer i risultati delle analisi che ho fatto ieri.
“Bene, bene i valori sono buoni, il fegato và bene i reni anche. Come è andata l’ultima chemio?”
“meglio del solito, la diluizione in 1000ml invece che 500 mi ha evitato la flebite..” poi, a seconda del medico, mi fa accomodare sul lettino mi visita e mi pesa. Quindi si passa ai moduli.
Prima stampa quello per il day hospital con le indicazione per la terapia: le pillole di chemio per bocca, una flebo da 20min con un gastroprotettore, la flebo con la chemio per 4 ore, una flebo con il cortisone di 20min ed un’altra di altri 20 min con non so che. Poi i due moduli per la farmacia dell’ospedale dove ritirare le pillole di chemio da portare a casa; le danno sfuse e sono rigorosamente contate. È giusto con quello che costano (circa 3500euro a ciclo) e per quello che servono è sciocco farne scorta. Poi il modulo con le medicine che devo prendere a casa e le modalità di somministrazione. Infine si compila il tesserino con i prossimi appunatmenti.
“Grazie dottore, arrivederci”.

Ripasso nel corridoio-sala d’aspetto ed entro nel day hospital, vado nella sala infermieri a consegnare il foglio della terapia.
“Grazie la chiamiamo noi, ha il numero?”
“No l’ho lasciato dal medico”
“Allora la chiamo per nome”
Ritorno nel corridoio-sala d’aspetto, le persone ora sono di più.
Quando mi chiamano sono oramai le 10:30. Peccato significa che se non ci saranno problemi finirò alle 16:00.

Mi fanno accomodare nella sala con le poltrone, arriva l’infermieria con il vassoio d’acciaio e lo posa nello scaffale dietro alla mia poltrona. Prendo una bottiglia d’acqua dal frigo e mando giù le cinque pillole rosa di chemio.
“Quale braccio usiamo oggi?”
“Il destro” rispondo io e si inizia.

Volevo scrivere

20111030-112255.jpg
Volevo scrivere di quello che vedo dalla finestra e dei comportamenti delle persone che mi sembrano sempre più concentrate sui propri vantaggi immediati piuttosto che su una prospettiva futura.
Ma non riesco.
Le medicine stanno facendo il loro lavoro e, come un anticrittogamico, uccidono e impediscono la ricrescita delle cellule nel corpo in modo indistinto; gli effetti di questo lavoro si amplificano di ciclo in ciclo e con loro si amplificano gli effetti secondari.
I medici che mi seguono fanno diligentemente il loro mestiere e sono bravi, ma il loro obiettivo è specifico: far si che il protocollo vada avanti, controllare che i valori del sangue, del fegato e gli effetti secondari non siano di intralcio alle somministrazioni successive, in modo che la chemio possa continuare l’azione diserbante di qualsiasi cellula anomala nascosta da qualche parte.
Non è nel loro ambito considerare se riesco a muovervi bene, se i sapori del cibo sono normail, se posso fare la doccia o meno.
La doccia. Oggi finalmente dopo 4 giorni sono riuscito a lavarmi, una soddisfazione pagata con uno sfinimento incredibile! Sono lontani i tempi dove, per pigrizia, saltavo la doccia un giorno e mi lavavo viso-collo-ascelle e via. Ora non è la pigrizia, ma il formicolio che me lo impedisce.
Infatti è questo uno dei sintomi che di ciclo in ciclo si consolida ed aumenta.
Lavarsi con le mani, le braccia, le ascelle, i piedi e le gambe che formicolano e fanno male al tatto come se ci fossero dei pezzi di vetro non aiuta.
Non c’è il piacere dell’acqua che scorre sulla pelle, c’è il fastidio che ti aspetti dove stai dirigendo il getto d’acqua.
Non c’è la soddisfazione di massaggiarsi il corpo con la spugna, c’è la sensazione di stringere un pezzo di lava che punge le mani.
Non c’è la goduria di sentire la schiuma sul corpo, cè l’attesa di sentire una specie di taglio che sembra squarciarti la pelle.
Però c’è la soddisfazione che, nonostante questo, riesci a fare queste cose. La bella sensazione di sentire che il cervello ancora comanda il corpo. Certo sapere che questi effetti dureranno anche oltre la fine della terapia non è incoraggiante. “i formicolii possono durare anche fino a 18-24 mesi dopo la fine della chemioterapia e in alcuni casi sono irreversibili” è tra gli avvertimenti che mi hanno fatto firmare.
Ma ora c’è la soddisfazione che nonostante questi effetti ancora riesco a decidere io.20111030-112255.jpg
Volevo scrivere di quello che vedo dalla finestra e dei comportamenti delle persone che mi sembrano sempre più concentrate sui propri vantaggi immediati piuttosto che su una prospettiva futura.
Ma non riesco.
Le medicine stanno facendo il loro lavoro e, come un anticrittogamico, uccidono e impediscono la ricrescita delle cellule nel corpo in modo indistinto; gli effetti di questo lavoro si amplificano di ciclo in ciclo e con loro si amplificano gli effetti secondari.
I medici che mi seguono fanno diligentemente il loro mestiere e sono bravi, ma il loro obiettivo è specifico: far si che il protocollo vada avanti, controllare che i valori del sangue, del fegato e gli effetti secondari non siano di intralcio alle somministrazioni successive, in modo che la chemio possa continuare l’azione diserbante di qualsiasi cellula anomala nascosta da qualche parte.
Non è nel loro ambito considerare se riesco a muovervi bene, se i sapori del cibo sono normail, se posso fare la doccia o meno.
La doccia. Oggi finalmente dopo 4 giorni sono riuscito a lavarmi, una soddisfazione pagata con uno sfinimento incredibile! Sono lontani i tempi dove, per pigrizia, saltavo la doccia un giorno e mi lavavo viso-collo-ascelle e via. Ora non è la pigrizia, ma il formicolio che me lo impedisce.
Infatti è questo uno dei sintomi che di ciclo in ciclo si consolida ed aumenta.
Lavarsi con le mani, le braccia, le ascelle, i piedi e le gambe che formicolano e fanno male al tatto come se ci fossero dei pezzi di vetro non aiuta.
Non c’è il piacere dell’acqua che scorre sulla pelle, c’è il fastidio che ti aspetti dove stai dirigendo il getto d’acqua.
Non c’è la soddisfazione di massaggiarsi il corpo con la spugna, c’è la sensazione di stringere un pezzo di lava che punge le mani.
Non c’è la goduria di sentire la schiuma sul corpo, cè l’attesa di sentire una specie di taglio che sembra squarciarti la pelle.
Però c’è la soddisfazione che, nonostante questo, riesci a fare queste cose. La bella sensazione di sentire che il cervello ancora comanda il corpo. Certo sapere che questi effetti dureranno anche oltre la fine della terapia non è incoraggiante. “i formicolii possono durare anche fino a 18-24 mesi dopo la fine della chemioterapia e in alcuni casi sono irreversibili” è tra gli avvertimenti che mi hanno fatto firmare.
Ma ora c’è la soddisfazione che nonostante questi effetti ancora riesco a decidere io.