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Elezioni-Europee-Porcellum

Election Day e OpenGovernment: Il neofeudalesimo Italiano


Mi sono alzato con comodo e, mentre facevo la mia solita colazione abbondante, mi sono ricordato: oggi si vota. Bene. Finisco di mangiare, tiro fuori la tessera elettorale, il documento, apro la tessera e, sorpresa! La carta piena di timbri mi ricorda che il tempo è passato, è piena; me ne serve una nuova.
Che stupido sono stato, non ho pensato a controllare prima, colpa mia. Guardo su internet dove si deve andare: al proprio municipio, bene, non c’è molta strada da fare. Esco alle 10 in punto, prendo un caffé al bar ed al municipio il chiacchiericcio di una folla di persone mi accoglie.

Ci sono cinque sportelli in funzione, scorrono i numeri della fila sul tabellone.
beep 401, beep 402
557Prendo il mio numero: 551. Mi guardo in giro. Le tre file scarse di sedie sono piene, sono pieni i muri di persone appoggiate, è pieno lo spazio davanti agli ascensori, è pieno l’ingresso del Municipio di gente che ammazza l’attesa con una sigaretta.
Riesco ad appoggiarmi ad una parete e, come al solito, ascolto le voci ed i discorsi di un pubblico interessante.

beep 409, beep 410
- Ma a che serverve ‘sta tessera? Tanto i timbri non si leggono nemmeno?
- A me m’hanno fatto votare ugualmente al seggio!
- No, non è possibile.
- Come no, guardi qui, m’hanno messo il timbro nello spazio bianco
- A me il presidente di seggio mi ha detto che non valeva…
- A me ha detto che non è importante, si può votare, infatti mi ha fatto votare
- Se ha votato perché è qui?

beep 419, beep 420, beep 421
- Per rinnovarla! Così alle prossime elezioni non ho problemi
- Signora non gliela rinnovano.
- Perché?
- Oggi le danno solo a chi deve votare
- A si?
- Come dite?
Un’altra signora si inserisce
- Dice che non rinnovano le tessere elettorali
- Come? E che ci sto a fare qui? Dove le danno?
- No signora, non le rinnovano a chi ha già votato
- Bhè certo chi ha già votato che viene a fare ‘sta fila? Pe’ masochismo?
- Ma io volevo rinnovarla ora
- A signo’ ma c’ha tempo da perde’? Ma vada a fasse du spaghi ch’è mejo!

beep 431
Si sente un gridare dalla sala degli sportelli e passa una ragazza.
- … se la gente si astiene al voto fanno bene, Cazzo!” e se ne va via arrabbiata dopo aver attentato la lingua italiana brandendo il plurale.
- Se l’avessi saputo prima venivo in settimana.
- Scusi dove si prendono i numeri?
- Dentro in fondo
- Non capisco a che serve questa tessera, perché non basta l’elenco che hanno già al seggio?
- E’ solo un modo per buttare via un po’ di soldi. Sentenzia una ragazza. Per passare il tempo entro anch’io nella disputa:
- Forse non si ricorda, ma è stata introdotta attorno al 2000, allora spedivano a casa il certificato elettorale ad ogni elezione e se non arrivava si doveva andare a richiederlo nei giorni delle elezioni, così almeno si risparmiano un po’ di soldi
- Si ma ache serve? E’ inutile!
In effetti: il modello cartaceo fin dalla sua ideazione era una fase transitoria. Che dire, la ragazza ha ragione, ad essere obiettivi la situazione è questa:
- quasi duecento persone stanno facendo un attesa media di un’ora per avere la tessera nuova (danno sociale)
- ad occhio 6-8 impiegati devono fare lo straordinario domenicale. Quindi oltre alla dovuta maggiorazione sullo stipendio dovranno recuperare il lavoro domenicale, andando a ridurre gli organici per i servizi normali del municipio (danno economico e sociale)
- Le tessere comunque sono stampate su carta speciale (danno economico)

La domanda è naturale: perchè non utilizzare le nuove tessere sanitarie che hanno il chip anche per questa attività? Ma la questione è più ampia e coinvolge (o stravolge?) il modo di pensare la cosa pubblica e di fare politica. Perché in un paese come il nostro dobbiamo ancora dettare i ritmi della vita di tutti con i principi di un’amministrazione feudale che vede nella carta, timbri e firme la sola giustificazione della sua esistenza?

beep 545, beep 546
Tra poco tocca a me, intanto entro nella sala dove ci sono gli sportelli. Tranne un’impiegata, nessun dipendente mostra un cartellino con nome e cognome. Testimoniano così la loro scarsa responsabilità: nell’intimo sono così consapevoli dell’inutilità del loro lavoro che non ci vogliono mettere la faccia: “E che so’ io pasquale?”


beep 551
Tocca a me. Mi tocca un’impegata “anonima”. Lo è anche nei modi, non contraccambia il mio buongiorno, ma replica “prego” quando alla fine la ringrazio e vado via. Mentre esco sento degli echi e delle voci flebili e lontanissimen nella mia mente: “Ooooopen Goooovernmeeeent, Ooooopeeeeen Daaaaaataaaaaa”, di sicuro allucinazioni dovute alla fame,  è quasi l’una e devo ancora votare.

Auguri, festivitá e Facebook

20131226-165239.jpg
È il periodo in cui si mandano gli auguri alle persone care, agli amici, ai familiari. In tutti i modi e di tutti itipi. Come spesso accade da qualche anno, uno degli argomenti che riempie il tempo passato a tavola sono gli auguri su Facebook. Quest’anno ho visto tracce di queste discussioni su facebook stessa. Il centro del dibattito è quanto siano personali o meno questi messaggi. “ma non era meglio quando non si aveva facebook, si avevano sì meno amici, ma quei pochi erano veri, non virtuali e si aveva così il tempo di contattarli personalmente?“, “erano meglio i tempi di carta e penna dove si scrivevano meno sciocchezze e più sentimenti“, “tanti amici online, ma pochi a cui tieni veramente“.

L’età dei sostenitori di queste tesi In genenere è a due cifre ed inizia con un numero più grande di quattro. La mia inizia con il cinque e sono tra quelli che a casa avevano un solo telefono, nero di bachelite, in duplex con il vicino. La linea duplex si faceva per pagare meno ed era condivisa con un’altro appartamento. Si pagava di meno, ma si poteva telefonare solo uno alla volta. Il risultato era che se stavi al telefono più del tempo necessario per trasmettere un dispaccio militare, il vicino bussava alla parete per avere libero il telefono. Se poi ignoravi questi avvertimenti usciva, veniva alla tua porta e si attaccava al campanello. In quegli anni è vero, gli auguri si facevano per scritto, con le cartoline di Natale. Se ne mandavano comunque ad amici, parenti e improbabili conoscenti. Il mio compito era quello di firmare, scrivere gli indirizzi sulle buste, imbustare ed attaccare il francobollo. Sinceramente ho imbustato anche allora auguri per destinatari mai visti o clienti del negozio di mamma a cui si doveva contraccambiare. Insomma non penso che la differenza del mezzo renda gli auguri più o meno sentiti. Allora, per anni abbiamo mandato auguri a persone di cui non sapevamo nulla; oggi nel più lontano dei casi mando gli auguri a chi a condiviso con me Candy Crush o Guerra di Bande (mi sa che non esiste più su facebook, tanto per rendere l’idea).

Poi non ho ricevuto mai una risposta affermativa, dai critici dei Social Network, alla domanda “ma visto che la pensi cosí, allora te quest’anno hai mandato gli auguri con le cartoline?“. Insomma la realtá è che oggi, come trenta, quaranta anni fa, le persone invecchiando tirano fuori il ritornello “era meglio ai tempi miei”, ma mentendo a se stessi: perché non vorrebbero ritornare a quei tempi perché migliori, ma per nostalgia della loro giovinezza che solo in quei tempi ha potuto vivere.
In fondo mi dispiace per loro, non sono scontenti di Facebook sono scontenti di come sono o stanno invecchiando. Peccato.20131226-165239.jpg
È il periodo in cui si mandano gli auguri alle persone care, agli amici, ai familiari. In tutti i modi e di tutti itipi. Come spesso accade da qualche anno, uno degli argomenti che riempie il tempo passato a tavola sono gli auguri su Facebook. Quest’anno ho visto tracce di queste discussioni su facebook stessa. Il centro del dibattito è quanto siano personali o meno questi messaggi. “ma non era meglio quando non si aveva facebook, si avevano sì meno amici, ma quei pochi erano veri, non virtuali e si aveva così il tempo di contattarli personalmente?“, “erano meglio i tempi di carta e penna dove si scrivevano meno sciocchezze e più sentimenti“, “tanti amici online, ma pochi a cui tieni veramente“.

L’età dei sostenitori di queste tesi In genenere è a due cifre ed inizia con un numero più grande di quattro. La mia inizia con il cinque e sono tra quelli che a casa avevano un solo telefono, nero di bachelite, in duplex con il vicino. La linea duplex si faceva per pagare meno ed era condivisa con un’altro appartamento. Si pagava di meno, ma si poteva telefonare solo uno alla volta. Il risultato era che se stavi al telefono più del tempo necessario per trasmettere un dispaccio militare, il vicino bussava alla parete per avere libero il telefono. Se poi ignoravi questi avvertimenti usciva, veniva alla tua porta e si attaccava al campanello. In quegli anni è vero, gli auguri si facevano per scritto, con le cartoline di Natale. Se ne mandavano comunque ad amici, parenti e improbabili conoscenti. Il mio compito era quello di firmare, scrivere gli indirizzi sulle buste, imbustare ed attaccare il francobollo. Sinceramente ho imbustato anche allora auguri per destinatari mai visti o clienti del negozio di mamma a cui si doveva contraccambiare. Insomma non penso che la differenza del mezzo renda gli auguri più o meno sentiti. Allora, per anni abbiamo mandato auguri a persone di cui non sapevamo nulla; oggi nel più lontano dei casi mando gli auguri a chi a condiviso con me Candy Crush o Guerra di Bande (mi sa che non esiste più su facebook, tanto per rendere l’idea).

Poi non ho ricevuto mai una risposta affermativa, dai critici dei Social Network, alla domanda “ma visto che la pensi cosí, allora te quest’anno hai mandato gli auguri con le cartoline?“. Insomma la realtá è che oggi, come trenta, quaranta anni fa, le persone invecchiando tirano fuori il ritornello “era meglio ai tempi miei”, ma mentendo a se stessi: perché non vorrebbero ritornare a quei tempi perché migliori, ma per nostalgia della loro giovinezza che solo in quei tempi ha potuto vivere.
In fondo mi dispiace per loro, non sono scontenti di Facebook sono scontenti di come sono o stanno invecchiando. Peccato.

Si ricomincia Starting again

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Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…20131223-200743.jpg
Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…

Pensieri sul “ROI dell’Amore”

ROI significa Return Of Investment, misura in quanto tempo i benefici economici di un investimento eguagliano l’importo investito. Serve per misurare l’efficacia di un investimento e per poter decidere, tra due o più, quale convenga fare. È un termine economico ben preciso che sembra stonare affiancato alla parola amore.

Invece Domitilla Ferrari in un suo intervento all’internet festival 2013, dal titolo Il ROI dell’amore li affianca in modo provocatorio. In poche pagine racchiude una serie di consigli per “una comunicazione (online, offline, in ogni luogo) più sincera” perché, sintetizza, “Il mio tempo voglio passarlo solo con chi se lo merita. E a fare cose belle“. Leggendo il materiale dell’intervento, ho apprezzato immediatamente due meriti notevoli: quello di affrontare il tema dei contenuti della comunicazione sul web, e una semplicità unita ad una concretezza di espressione che mi ha affascinato. Quindi ho letto e riletto queste pagine perché, da una parte si è accesa la mia curiosità, ma dall’altra, non lo nascondo, volevo essere capace di copiare quello stile incisivo. Non sono un genio, ma apprezzo la distinzione che fa Picasso con la frase “I mediocri imitano, i geni copiano“, nobilitando un’arte che non viene insegnata da nessuno, ma che ho sviluppato in anni di compiti in classe.

Nel mio percorso, in un primo momento, ero d’accordo su tutto. Ma rileggendo si sono accavallate riflessioni ed osservazioni che hanno dato corpo ad altre opinioni, anche differenti, che mi hanno fatto divagare su altri temi in modo, come al solito, disordinato. Ho deciso di dar loro ordine e di fissare i punti utili ad altre divagazioni. Vi avviso, non ero presente all’intervento di Domitilla, ho solo letto il materiale; quindi questi pensieri non sono né una critica né un giudizio di un lavoro che potrei non aver capito. Piuttosto ne sono la conseguenza e l’espressione del segno che quel lavoro ha lasciato su di me.

Cosa ti aspetti dagli altri? Reciprocità. – sembra strano, parlando di comunicazione, partire da qui. Ma trovo giusto che queste aspettative siano chiare e abbiano attenzione. Ed è la reciprocitá, secondo Domitilla, l’aspettativa alla base di una comunicazione sincera. Mi sembra bello ed auspicabile e lo é quanto piú la comunicazione è personale, nel senso che viene da una persona. Non personale in quanto comunicazione di cose intime. Mi è chiarissimo sul lavoro: io cerco di parlare come persona, come professionista; perché voglio parlare a professionisti e voglio sentire il loro parere. A volte invece devo parlare in modo impersonale per veicolare comunicazioni aziendali, in quel caso mi aspetto di ricevere, e capire, le posizioni delle aziende rappresentate da quei professionisti.

Quanto amore ricevi (non sempre) dipende da quanto dai -.  Qui ho un’opinione drasticamente diversa. Quanto amore ricevi dipende sempre da quanto ne dai: solo che non è direttamente proporzionale. Se io non amo nessuno, comunque sarò attorniato da persone che mi possono amare o meno. Se esistono quelli che mi amano, lo fanno anche a dispetto del mio comportamento; lo fanno nel più puro dei modi: gratuitamente perché non ne ricevono da me. Questi continueranno ad amarmi. Invece chi non mi ama, se io cambiassi atteggiamento, potrebbe fare altrettanto ed iniziare ad amarmi anche lui. Insomma penso che dare più amore non possa che farcene avere di più, ma non in misura uguale o correlata.

PS divagazioni insidiose: ma cos’è l’amore? Esiste un unico tipo di amore o ce ne sono più d’uno? Allora qui di che amore si parla? Io ho sempre pensato a tre tipi d’amore. Uno è quello verso i figli: è un amore animale, quasi chimico. Non è detto ci sia sempre tra genitore e figlio, né che sia sempre reciproco; è più immediato tra madre e figlio; è istintivo. Un’altro è quello di coppia: è un fuoco. Come tale può nascere da una scintilla, improvvisamente; oppure accendersi pian piano, avviando la combustione prima da una parte poi dall’altra. Comunque deve essere alimentato. Non credo a chi dice che un amore nella coppia è finito: o non era amore, non è mai partito; i due assaporavano il calore di uno scaldino elettrico, ma non hanno mai visto la fiamma. Oppure si è spento per mancanza di legna; in questo caso si farebbe bene a cercare tra i rami dei motivi che avevano fatto accendere la fiamma se c’è ancora legna buona, o se possiamo usarne di differente. Ho molti amici che, dopo anni passati ad accendere fuochi con alcool o benzina su legna a casaccio, ora guardano un mucchio di ceneri chiedendosi perché. Il terzo amore è raro, universale; è l’amore per gli altri. Non lo so delineare bene, anche questo va coltivato e fatto crescere; vede gli altri al centro delle nostre attenzioni, in modo gratuito, senza alcun ritorno. È uno degli elementi di un’amicizia. Ma non so come si debba coltivarlo, io ho solo un modo per verificarlo: mi domando “per chi lo faccio?”. Per intenderci, le dame dei circoli di carità di fine ottocento quando, sedute attorno ad un thé, preparavano la pesca di beneficenza, mettevano se stesse e la bella figura che facevano come risposta alla mia domanda.

Quanto amore dai ti rende una persona migliore – Ho conosciuto persone che non la pensano così. Anzi, considerano il fatto di dare amore una debolezza, tendendo a relazionarsi con gli altri in modo autoritario o altezzoso. Quasi sempre persone insicure nel loro intimo, che hanno ricevuto poco amore. Spero sempre, per loro, che abbiano la fortuna di assaporare gli effetti dell’amore oppure la fortuna di non rendersi mai conto di cosa si perdono.

Dopo iniziano i dieci consigli di Domitilla sul tema.

1-Condividi interessi, ma prima coltiva interessi – Questo è vero nella vita; da sempre. Lo stiamo scordando. Con alcuni amici parliamo spesso dei social network e di come vengono frequentati dai ragazzi; molti di loro li vedono come cose negative che non aiutano a sviluppare una reale capacità di socializzazione; io stesso vengo considerato come un seguace-sacerdote di una prospettiva futura che non piace e che è considerata alienante. Una volta ho fatto un gioco; in una delle nostre cene ho ascoltato con attenzione i discorsi tra noi, ho isolato i contenuti di una socialitá reale e per questo considerata accettabile. Bene per tre ore si è parlato di cosa ha fatto tizio, di quello che è capitato a caio, di dove ha traslocato sempronio, ecc. Nessuno, dico nessuno, tra una decina di, quasi o over, cinquantenni ha parlato di una realizzazione, un fatto, un’emozione sua! Alla fine ho ripreso l’attenzione ponendo la domanda:”di cosa si è parlato?”, tutti sono stati concordi nel dire: “di noi, delle nostre cose”. Domitilla, su questo non posso che essere d’accordo, sia per il mondo del web che per quello reale.

2-Siamo vasi comunicanti – Condividi conoscenza e conoscenze Si, non ricordo chi ha detto “se ho un pezzo di pane e lo condivido io avró meno pane e ciascuno ne avrà metà. Se ho un’idea e la condivido, ciascuno avrà un’idea”. Sicuramente bello, forse in ambito lavorativo non è adatto se preso alla lettera.

3-Dai valore al tempo, sii snob, impara a dire di noTempo e no, quante divagazioni! Una frase così non può che essere di stimolo, ma non la condivido nella sua sinteticitá. Il tempo, secondo me, è la materia prima, o meglio la nuova ricchezza su cui si basa la nuova societá che sostituirá la morente societá industriale. Quest’ultima vedeva la sua materia prima nella forza lavoro, ma queste sono riflessioni che mi portano lontanissimo e meritano un’altro spazio. Dico lontanissimo perché oltre a questa osservazione, divago pensando al fatto che oggi il tempo lo vedo come un problema sempre più ristretto a societá ricche, mentre altri miliardi di individui hanno nella fame o nel fuggire dalle guerre la gran parte della loro attenzione. In qualche modo penso che sia anche una conseguenza che negli ultimi cinquant’anni, per la prima volta dall’impero Romano, non ci sono state guerre nell’Europa occidentale. Invece non penso che l’attenzione delle persone sia sul dire di no o di si. Penso siano falsi problemi. Perché si vuole imparare a dire di no? Perché con troppi si, affoghiamo e non concludiamo nulla? Allora impariamo a dire un si responsabile, un si che ci espone e ci impegna di persona per la sua realizzazione. Perché si vuole imparare a dire di si? Perché i no di continuo ci isolano e ci rendono burberi e imbronciati come bambini capricciosi? Allora impariamo a dire un no che sia una nostra scelta vera, non un’argine a quello che ci viene proposto/imposto. Insomma penso che il nodo sia nel coltivare e far crescere la nostra capacitá di scelta e di saper assumerci le responsabilità dei nostri si e no. Per dirla differentemente: dire di no per dar valore al tempo mi sembra una comoda alternativa a dire un no circonstanziato.

4-Dai valore al tempo degli altri, impara a dire noi – Altri, noi? Penso che “noi” sia una parola pericolosa con una doppia accezione. Penso anche che gli ultimi decenni si sono basati molto sulla confusione tra le due. Se siamo due o tre attorno ad un argomento o un’attivitá, il “noi” può essere messo al centro per unirci ed identificare il gruppo che ha il comune obiettivo o interesse. Ma se, alle stesse due o tre persone il noi lo mettiamo intorno diventa confine e baluardo per separarci e proteggerci dal “voi” è dagli altri. Andate ad una riunione di condominio e pensate al noi, dov’è? Al centro di tutti i condomini che dividono, dormono, vivono, piangono sotto lo stesso tetto, oppure a difesa di quelli che vogliono il riscaldamento dalle 14 alle 22 contro quelli che lo vogliono dalle 18 alle 24?
Il valore al tempo degli altri è rispetto, sensibilitá, attenzione. Non è un esercizio inutile.

Non vado oltre, per ora, nelle mie osservazioni; rischia di diventare un romanzo. Leggetevi il materiale di Domitilla, ne riparliamo alla prossima. 

ROI significa Return Of Investment, misura in quanto tempo i benefici economici di un investimento eguagliano l’importo investito. Serve per misurare l’efficacia di un investimento e per poter decidere, tra due o più, quale convenga fare. È un termine economico ben preciso che sembra stonare affiancato alla parola amore. 

Invece Domitilla Ferrari in un suo intervento all’internet festival 2013, dal titolo Il ROI dell’amore li affianca in modo provocatorio. In poche pagine racchiude una serie di consigli per “una comunicazione (online, offline, in ogni luogo) più sincera” perché, sintetizza, “Il mio tempo voglio passarlo solo con chi se lo merita. E a fare cose belle“. Leggendo il materiale dell’intervento, ho apprezzato immediatamente due meriti notevoli: quello di affrontare il tema dei contenuti della comunicazione sul web, e una semplicità unita ad una concretezza di espressione che mi ha affascinato. Quindi ho letto e riletto queste pagine perché, da una parte si è accesa la mia curiosità, ma dall’altra, non lo nascondo, volevo essere capace di copiare quello stile incisivo. Non sono un genio, ma apprezzo la distinzione che fa Picasso con la frase “I mediocri imitano, i geni copiano“, nobilitando un’arte che non viene insegnata da nessuno, ma che ho sviluppato in anni di compiti in classe.

Nel mio percorso, in un primo momento, ero d’accordo su tutto. Ma rileggendo si sono accavallate riflessioni ed osservazioni che hanno dato corpo ad altre opinioni, anche differenti, che mi hanno fatto divagare su altri temi in modo, come al solito, disordinato. Ho deciso di dar loro ordine e di fissare i punti utili ad altre divagazioni. Vi avviso, non ero presente all’intervento di Domitilla, ho solo letto il materiale; quindi questi pensieri non sono né una critica né un giudizio di un lavoro che potrei non aver capito. Piuttosto ne sono la conseguenza e l’espressione del segno che quel lavoro ha lasciato su di me.

Cosa ti aspetti dagli altri? Reciprocità. – sembra strano, parlando di comunicazione, partire da qui. Ma trovo giusto che queste aspettative siano chiare e abbiano attenzione. Ed è la reciprocitá, secondo Domitilla, l’aspettativa alla base di una comunicazione sincera. Mi sembra bello ed auspicabile e lo é quanto piú la comunicazione è personale, nel senso che viene da una persona. Non personale in quanto comunicazione di cose intime. Mi è chiarissimo sul lavoro: io cerco di parlare come persona, come professionista; perché voglio parlare a professionisti e voglio sentire il loro parere. A volte invece devo parlare in modo impersonale per veicolare comunicazioni aziendali, in quel caso mi aspetto di ricevere, e capire, le posizioni delle aziende rappresentate da quei professionisti.

Quanto amore ricevi (non sempre) dipende da quanto dai -.  Qui ho un’opinione drasticamente diversa. Quanto amore ricevi dipende sempre da quanto ne dai: solo che non è direttamente proporzionale. Se io non amo nessuno, comunque sarò attorniato da persone che mi possono amare o meno. Se esistono quelli che mi amano, lo fanno anche a dispetto del mio comportamento; lo fanno nel più puro dei modi: gratuitamente perché non ne ricevono da me. Questi continueranno ad amarmi. Invece chi non mi ama, se io cambiassi atteggiamento, potrebbe fare altrettanto ed iniziare ad amarmi anche lui. Insomma penso che dare più amore non possa che farcene avere di più, ma non in misura uguale o correlata. 

PS divagazioni insidiose: ma cos’è l’amore? Esiste un unico tipo di amore o ce ne sono più d’uno? Allora qui di che amore si parla? Io ho sempre pensato a tre tipi d’amore. Uno è quello verso i figli: è un amore animale, quasi chimico. Non è detto ci sia sempre tra genitore e figlio, né che sia sempre reciproco; è più immediato tra madre e figlio; è istintivo. Un’altro è quello di coppia: è un fuoco. Come tale può nascere da una scintilla, improvvisamente; oppure accendersi pian piano, avviando la combustione prima da una parte poi dall’altra. Comunque deve essere alimentato. Non credo a chi dice che un amore nella coppia è finito: o non era amore, non è mai partito; i due assaporavano il calore di uno scaldino elettrico, ma non hanno mai visto la fiamma. Oppure si è spento per mancanza di legna; in questo caso si farebbe bene a cercare tra i rami dei motivi che avevano fatto accendere la fiamma se c’è ancora legna buona, o se possiamo usarne di differente. Ho molti amici che, dopo anni passati ad accendere fuochi con alcool o benzina su legna a casaccio, ora guardano un mucchio di ceneri chiedendosi perché. Il terzo amore è raro, universale; è l’amore per gli altri. Non lo so delineare bene, anche questo va coltivato e fatto crescere; vede gli altri al centro delle nostre attenzioni, in modo gratuito, senza alcun ritorno. È uno degli elementi di un’amicizia. Ma non so come si debba coltivarlo, io ho solo un modo per verificarlo: mi domando “per chi lo faccio?”. Per intenderci, le dame dei circoli di carità di fine ottocento quando, sedute attorno ad un thé, preparavano la pesca di beneficenza, mettevano se stesse e la bella figura che facevano come risposta alla mia domanda.

Quanto amore dai ti rende una persona migliore. Ho conosciuto persone che non la pensano così. Anzi, considerano il fatto di dare amore una debolezza, tendendo a relazionarsi con gli altri in modo autoritario o altezzoso. Quasi sempre persone insicure nel loro intimo, che hanno ricevuto poco amore. Spero sempre, per loro, che abbiano la fortuna di assaporare gli effetti dell’amore oppure la fortuna di non rendersi mai conto di cosa si perdono.

Dopo iniziano i dieci consigli di Domitilla sul tema.

1-Condividi interessi, ma prima coltiva interessi. Questo è vero nella vita; da sempre. Lo stiamo scordando. Con alcuni amici parliamo spesso dei social network e di come vengono frequentati dai ragazzi; molti di loro li vedono come cose negative che non aiutano a sviluppare una reale capacità di socializzazione; io stesso vengo considerato come un seguace-sacerdote di una prospettiva futura che non piace e che è considerata alienante. Una volta ho fatto un gioco; in una delle nostre cene ho ascoltato con attenzione i discorsi tra noi, ho isolato i contenuti di una socialitá reale e per questo considerata accettabile. Bene per tre ore si è parlato di cosa ha fatto tizio, di quello che è capitato a caio, di dove ha traslocato sempronio, ecc. Nessuno, dico nessuno, tra una decina di, quasi o over, cinquantenni ha parlato di una realizzazione, un fatto, un’emozione sua! Alla fine ho ripreso l’attenzione ponendo la domanda:”di cosa si è parlato?”, tutti sono stati concordi nel dire: “di noi, delle nostre cose”. Domitilla, su questo non posso che essere d’accordo, sia per il mondo del web che per quello reale.

2-Siamo vasi comunicanti. Condividi conoscenza e conoscenze Si, non ricordo chi ha detto “se ho un pezzo di pane e lo condivido io avró meno pane e ciascuno ne avrà metà. Se ho un’idea e la condivido, ciascuno avrà un’idea”. Sicuramente bello, forse in ambito lavorativo non è adatto se preso alla lettera.

3-Dai valore al tempo, sii snob, impara a dire di no. Tempo e no, quante divagazioni! Una frase così non può che essere di stimolo, ma non la condivido nella sua sinteticitá. Il tempo, secondo me, è la materia prima, o meglio la nuova ricchezza su cui si basa la nuova societá che sostituirá la morente societá industriale. Quest’ultima vedeva la sua materia prima nella forza lavoro, ma queste sono riflessioni che mi portano lontanissimo e meritano un’altro spazio. Dico lontanissimo perché oltre a questa osservazione, divago pensando al fatto che oggi il tempo lo vedo come un problema sempre più ristretto a societá ricche, mentre altri miliardi di individui hanno nella fame o nel fuggire dalle guerre la gran parte della loro attenzione. In qualche modo penso che sia anche una conseguenza che negli ultimi cinquant’anni, per la prima volta dall’impero Romano, non ci sono state guerre nell’Europa occidentale. Invece non penso che l’attenzione delle persone sia sul dire di no o di si. Penso siano falsi problemi. Perché si vuole imparare a dire di no? Perché con troppi si, affoghiamo e non concludiamo nulla? Allora impariamo a dire un si responsabile, un si che ci espone e ci impegna di persona per la sua realizzazione. Perché si vuole imparare a dire di si? Perché i no di continuo ci isolano e ci rendono burberi e imbronciati come bambini capricciosi? Allora impariamo a dire un no che sia una nostra scelta vera, non un’argine a quello che ci viene proposto/imposto. Insomma penso che il nodo sia nel coltivare e far crescere la nostra capacitá di scelta e di saper assumerci le responsabilità dei nostri si e no. Per dirla differentemente: dire di no per dar valore al tempo mi sembra una comoda alternativa a dire un no circonstanziato.

3-Dai valore al tempo degli altri, impara a dire noi. Altri, noi? Penso che “noi” sia una parola pericolosa con una doppia accezione. Penso anche che gli ultimi decenni si sono basati molto sulla confusione tra le due. Se siamo due o tre attorno ad un argomento o un’attivitá, il “noi” può essere messo al centro per unirci ed identificare il gruppo che ha il comune obiettivo o interesse. Ma se, alle stesse due o tre persone il noi lo mettiamo intorno diventa confine e baluardo per separarci e proteggerci dal “voi” è dagli altri. Andate ad una riunione di condominio e pensate al noi, dov’è? Al centro di tutti i condomini che dividono, dormono, vivono, piangono sotto lo stesso tetto, oppure a difesa di quelli che vogliono il riscaldamento dalle 14 alle 22 contro quelli che lo vogliono dalle 18 alle 24?
Il valore al tempo degli altri è rispetto, sensibilitá, attenzione. Non è un esercizio inutile.

Non vado oltre, per ora, nelle mie osservazioni; rischia di diventare un romanzo. Leggetevi il materiale di Domitilla, ne riparliamo.

Metroroma Linea A by vidierre

VitaDigitale nella metro

Metroroma Linea A
Metroroma Linea A by vidierre

Anche oggi in ufficio con la metro, solo posto in piedi. Davanti a me una ragazza, che quando la vedi non ti viene certo in mente l’aggettivo alto. In piedi alla mia sinistra, una signora con un impermeabile legge un libro. L’autunno è una stagione strana e quest’anno ancor di più, la mattina l’abbigliamento ti dice cosa faranno. Il ragazzo in maglietta torna a casa per pranzo, il signore in giacca e cravatta va in ufficio; poi ce n’è un’altro che sopra la giacca porta un gilè imbottito leggero, forse dopo il lavoro si attarderà per un aperitivo o andrà a cena fuori.

Seduto alla destra della ragazza c’è un ragazzo; jeans, felpa grigia con cappuccio calata sulle spalle, maglietta sformata che lascia intravedere una parte di un grosso tatuaggio sulla schiena. Berretto rosso con visiera nera, da cui escono i due fili bianchi che fanno pensare ad un collegamento diretto del cervello con il suo Apple-device bianco con una cover rossa dove spicca la scritta bianca Campari. Il mio cervello immagina. Immagina che quel collegamento non serve a far salire i suoni e i ritmi che rallegrano la sua vita, rendendo meno grigio il mondo che frequenta. Invece il dispositivo nelle sue mani contiene una mistura di una droga segreta che lo mantiene in vita, creata dallo sponsor della sua cover, lo rende inconsapevole schiavo della stessa. È una sostanza che fa pronunciare automaticamente “Un Negroni”, quando un agente segreto, generalmente vestito di nero con una fascia in vita, gli chiede “che prendi?”.

“Signora, prego.”, dice la ragazza alzandosi, “non mi ero accorta!”.
“No, no non si preoccupi, non c’é bisogno”
“Ma no, no, sieda”
“Non è lei che deve alzarsi”, dice la signora con l’impermeabile mentre, convinta, si siede. È nel sedersi che si aggiusta l’impermeabile e solo allora vedo quello che aveva notato la ragazza: la signora è incinta. Il viaggio prosegue. Lei, pressata dalla folla, con una mano regge il suo trolley e l’altra allungata verso l’alto riesce appena ad aggrapparsi con tre dita ed evitare di cadere.

Il ragazzo resta assorto, assorbito dalla trasfusione della sostanza misteriosa, non si accorge di quello che accade. Il fluido che entra nel cervello gli impedisce di attivarsi, di fare un gesto; anzi sembra che l’effetto del breve scambio di battute, e di posto, sia solo quello di farlo diventare più impietrito assente. Anche se i suoi occhi incrociano i movimenti della ragazza, al limite della caduta, è evidente che il cervello non è più in grado di elaborarne i segnali ricevuti. Non agisce, non può più agire. Forse crescerá, invecchierá, ma oramai il suo cervello è destinato a rispondere solo agli stimoli delle sostanze misteriose, trasportate da quei fili bianchi, spruzzate negli occhi da quegli schermi luminosi.

Il ragazzo è solo uno di quei morti viventi che si aggirano per il paese, che non reagiscono alla realtà che li circonda, che non incidono sulla realtà che li circonda.

Metroroma Linea A
Metroroma Linea A

Anche oggi in ufficio con la metro, solo posto in piedi. Davanti a me una ragazza, che quando la vedi non ti viene certo in mente l’aggettivo alto. In piedi alla mia sinistra, una signora con un impermeabile legge un libro. L’autunno è una stagione strana e quest’anno ancor di più, la mattina l’abbigliamento ti dice cosa faranno. Il ragazzo in maglietta torna a casa per pranzo, il signore in giacca e cravatta va in ufficio; poi ce n’è un’altro che sopra la giacca porta un gilè imbottito leggero, forse dopo il lavoro si attarderà per un aperitivo o andrà a cena fuori.

Seduto alla destra della ragazza c’è un ragazzo; jeans, felpa grigia con cappuccio calata sulle spalle, maglietta sformata che lascia intravedere una parte di un grosso tatuaggio sulla schiena. Berretto rosso con visiera nera, da cui escono i due fili bianchi che fanno pensare ad un collegamento diretto del cervello con il suo Apple-device bianco con una cover rossa dove spicca la scritta bianca Campari. Il mio cervello immagina. Immagina che quel collegamento non serve a far salire i suoni e i ritmi che rallegrano la sua vita, rendendo meno grigio il mondo che frequenta. Invece il dispositivo nelle sue mani contiene una mistura di una droga segreta che lo mantiene in vita, creata dallo sponsor della sua cover, lo rende inconsapevole schiavo della stessa. È una sostanza che fa pronunciare automaticamente “Un Negroni”, quando un agente segreto, generalmente vestito di nero con una fascia in vita, gli chiede “che prendi?”.

“Signora, prego.”, dice la ragazza alzandosi, “non mi ero accorta!”.
“No, no non si preoccupi, non c’é bisogno”
“Ma no, no, sieda”
“Non è lei che deve alzarsi”, dice la signora con l’impermeabile mentre, convinta, si siede. È nel sedersi che si aggiusta l’impermeabile e solo allora vedo quello che aveva notato la ragazza: la signora è incinta. Il viaggio prosegue. Lei, pressata dalla folla, con una mano regge il suo trolley e l’altra allungata verso l’alto riesce appena ad aggrapparsi con tre dita ed evitare di cadere.

Il ragazzo resta assorto, assorbito dalla trasfusione della sostanza misteriosa, non si accorge di quello che accade. Il fluido che entra nel cervello gli impedisce di attivarsi, di fare un gesto; anzi sembra che l’effetto del breve scambio di battute, e di posto, sia solo quello di farlo diventare più impietrito assente. Anche se i suoi occhi incrociano i movimenti della ragazza, al limite della caduta, è evidente che il cervello non è più in grado di elaborarne i segnali ricevuti. Non agisce, non può più agire. Forse crescerá, invecchierá, ma oramai il suo cervello è destinato a rispondere solo agli stimoli delle sostanze misteriose, trasportate da quei fili bianchi, spruzzate negli occhi da quegli schermi luminosi.

Il ragazzo è solo uno di quei morti viventi che si aggirano per il paese, che non reagiscono alla realtà che li circonda, che non incidono sulla realtà che li circonda.

Che lei è il vigile di quartiere? (2/2)

20131013-200750.jpg
Dalle finestre di casa mia si vede gran parte della piazza; al centro ci sono le rovine del Tempio di Elio Callisto che un tempo erano il perno di un senso rotatorio fatto di quattro lati, in cui fluiva il traffico. In due lati la strada era più larga e le auto sul marciapiede ed in doppia fila riempivano lo spazio non strettamente necessario alla circolazione. Poi, in qualche ufficio Municipale qualcuno, penso colto da malore, ha avuto un’idea buona: chiudere uno dei due lati larghi e farne un’area pedonale con panchine ed alberi. Ma non solo: l’idea dalle carte della burocrazia, con tempi non proprio fulminei, è stata portata a termine. Ora dalle finestre vedo (e sento) lo schiamazzare di bambini che giocano, corrono sui pattini e in bicicletta, osservati dai genitori comodamente seduti. La piazza è nuova hanno rifatto i passaggi pedonali e ci sono anche i percorsi per i non vedenti. Le strade sono larghe lo stretto necessario per far passare i veicoli e le macchine, tranne che i pochi spazi previsti, non parcheggiano più nella piazza.

Tempo fa proprio sopra un passaggio pedonale era parcheggiata una Fiat Cinquecento L bianca con il tetto nero. Parcheggiada da un bel po’. Ad un certo punto un papà, dalla parte pedonale ha attraversato con il figlio ed ha aperto la macchina.
Un signore gli ha detto:
- Guardi che li c’è un passaggio pedonale, non si può lasciare la macchina.
- Si lo so, ma lo messa qui solo da cinque minuti ora vado via!
- No scusi, sono qui da un’ora e la macchina era già li quando sono arrivato.
Ha precisato il signore, sentitosi preso in giro.
- E che lei è il vigile di quartiere?
Ha concluso il papà, entrando in macchina con il bambino. Ha messo in moto ed è andato via.

Devo fare i miei complimenti allo sconosciuto signore che ha ripreso il papà della Cinquecento L. L’individualismo e il pensare solo ai fatti propri, di questi tempi, non sono proprio il concime per comportamenti simili.
Invece il papà della Cinquecento è il risultato di giorni passati in poltrona al telecomando, di una vita costruita attorno a tanti parcheggi sulle strisce per stare più comodo e sentirsi padrone del mondo. Ma ormai è prigioniero della sua sfera, costruita attorno alla falsa tranquillità e alla continuo tentativo di evitare sforzi e fatica. Purtroppo chi ne farà le spese, più delle persone che incontra, sarà quel bambino salito sulla Cinquecento: crescerà senza essere capace di grandi conquiste e il confine delle sue aspirazioni sarà uno schermo, da dove le potrà vedere realizzate da altri, ignorando il suono dell’allarme della sua macchina parcheggiata al posto riservato agli invalidi.

Che lei è il vigile di quartiere? (1/2)

20131002-120950.jpgLa televisione propone tutti i giorni programmi e notiziari che non richiedono uno sforzo per l’ascolto. Si possono seguire per ore, e nessun Auditel è in grado di misurare quanti telespettatori siano svegli davanti al programma selezionato, o quanto questo migliori o contribuisca alla vita delle persone che lo guardano. Si perché di sicuro ci influenza, ma non necessariamente in modo positivo; ci influenza occupando il nostro tempo, facendo scivolare la mente in uno stato di apparente rilassamento, facendoci rinviare a domani quelle piccole incombenze che appesantiscono il bagaglio con l’etichetta “devo fare anche questo”.

Ci culla, senza chiederci sforzi, in una sfera personale fatta di svago, informazione preconfezionata e cronaca. Una sfera che, nel tempo, si trasforma da rifugio di relax in limite della nostra personalità. Si perché questa dimensione “personale” diventa familiare e la si fa propria mantenendola anche nei comportamenti quotidiani. Quindi l’”io” diventa stile di vita e di comportamento annullando qualsiasi altra cosa. “Io non accendo le luci di giorno, perché mi sembra un’idiozia”, “io non ho un buon servizio con le tasse che pago”, “io chiudo il balcone, così ho più spazio”, “io non pago il canone RAI perché non é giusto”.

Azioni, scelte e comportamenti che basano, spesso su un giusto motivo, le nostre azioni sbagliate. Diventiamo dei rivoluzionari pigri, fieri della nostra piccola disobbedienza, gratificati dai vantaggi che ci porta senza nessuno sforzo. Sforzo, è questa una delle attività di cui dobbiamo riappropriarci. Come? Per rimettere in moto la nostra mente e le nostre capacità, proviamo ad istituire a casa, nella nostra famiglia, ma anche se viviamo soli, il giorno del silenzio televisio. Una volta a settimana, ogni due od ogni mese, sarà un giorno in cui, rimaniamo a casa lasciando scuro e muto quel quadro girevole che di solito ci immobilizza sul divano.

Non importa decidere un’attività alternativa. Guardatevi attorno, raccontatevi la giornata, anche le idiozie; leggete un libro o il giornale, accendete la musica, innaffiate le piante e levate le foglie brutte, fatevi insegnare un gioco. Ma senza televisione e una volta decisa ripetete l’appuntamento una, due, tante volte.20131002-093121.jpg
La televisione propone tutti i giorni programmi e notiziari che non richiedono uno sforzo per l’ascolto. Si possono seguire per ore, e nessun Auditel è in grado di misurare quanti telespettatori siano svegli davanti al programma selezionato, o quanto questo migliori o contribuisca alla vita delle persone che lo guardano. Si perché di sicuro ci influenza, ma non necessariamente in modo positivo; ci influenza occupando il nostro tempo, facendo scivolare la mente in uno stato di apparente rilasamento, facendoci rinviare a domani quelle piccole incombenze che appesantiscono il bagaglio con l’etichetta “devo fare anche questo”.

Ci culla, senza chiederci sforzi, in una sfera personale fatta di svago, informazione preconfezionata e cronaca. Una sfera che, nel tempo, si trasforma da rifugio di relax in limite della nostra personalità. Si perché questa dimensione “personale” diventa familiare e la si fa propria mantenendola anche nei comportamenti quotidiani. Quindi l’”io” diventa stile di vita e di comportamento annullando qualsiasi altra cosa. “Io non accendo le luci di giorno, perché mi sembra un’idiozia”, “io non ho un buon servizio con le tasse che pago”, “io chiudo il balcone, così ho più spazio”, “io non pago il canone RAI perché non é giusto”.

Azioni, scelte e comportamenti che basano, spesso su un giusto motivo, le nostre azioni sbagliate. Diventiamo dei rivoluzionari pigri, fieri della nostra piccola disobbedienza, gratificati dai vantaggi che ci porta senza nessuno sforzo. Sforzo, è questa una delle attività di cui dobbiamo riappropriarci. Come? Per rimettere in moto la nostra mente e le nostre capacità, proviamo ad istituire a casa, nella nostra famiglia, ma anche se viviamo soli, il giorno del silenzio televisio. Una volta a settimana, ogni due od ogni mese, sarà un giorno in cui, rimaniamo a casa lasciando scuro e muto quel quadro girevole che di solito ci immobilizza sul divano.

Non importa decidere un’attività alternativa. Guardatevi attorno, raccontatevi la giornata, anche le idiozie; leggete un libro o il giornale, accendete la musica, innaffiate le piante e levate le foglie brutte, fatevi insegnare un gioco. Ma senza televisione e una volta decisa ripetete l’appuntamento una, due, tante volte.

Oslo - Opera House

La misteriosa invasione dei passeggini letaliThe mysterious invasion of lethal stroller

Le differenze all’estero
Quando sono all’estero le differenze con l’Italia si notano. Sto passando tre giorni ad Oslo e ne vedo molte, ma non sono di quelli che dicono che all’estero tutto funziona bene e da noi nulla. Poi ci sono cose che, nella nostra Italia, non cambierei solo per un’inutile emulazione esterofila. Per esempio non vorrei il forzato silenzio che regna per le strade; la posizione composta e senza gesticolare che hanno le persone quando parlano; l’espressione di apparente indifferenza che hanno quando si incontrano.
Ovviamente ci sono cose che invece, vorrei noi Italiani prendessimo ad esempio: come l’attenzione ai pedoni; l’impegno per il proprio lavoro qualunque esso sia in quel momento; la considerazione dei nostri vicini mentre siamo in fila; i padroni dei cani con il sacchetto di plastica sempre con sé. Insomma una serie di cose che, quando ci sono, ti fanno sembrare di vivere meglio e che costa poco metterle in atto: solo due monete di buona volontà.
Ma c’è una cosa che non capisco, non so spiegarmi e non sopporto per quanto mi turba. Sono le carrozzine o passeggini. Si, si, le carrozzine dei bambini. Qui ad Oslo si vedono, anzi se ne vedono molte perché le donne e le famiglie in genere sono aiutate più che in Italia. È normale, con il tipo di facilitazioni durante la maternità i genitori hanno modo di passare molto tempo con i figli appena nati e appena c’è un varco tra le nuvole, parchi e strade si popolano di carrozzine con madri e padri (nonostante la Norvegia sia così progressista, si vedono più mamme) che portano a passeggio i loro bambini. Li portano a passeggio con la carrozzina perché ancora non camminano, infatti si chiamano passeggini. Poi appena sono sicuri sulle loro gambe, via a correre da soli o per mano con i genitori. E questo fino a poco tempo fa era la norma anche in Italia. Il pargolo non cammina? In scarrozzato da mamma e papà! Cammina? Via con le sue gambe oppure resta a casa. Per quanto abbia dei ricordi incredibilmente lontani, carrozzina e passeggino non li ricordo. Li vedo solo nelle foto di famiglia, segno che anche io ho abbandonato questo mezzo appena conquistata l’autonomia verticale.

Cosa è accaduto?
Ma da noi deve essere successa qualcosa di cui non mi sono accorto che ha cambiato quest’ordine di cose. E questo si nota tanto all’estero. Da noi si vedono bambini di cinque, sei ma ne conosco anche di otto che escono con i genitori praticamente solo in carrozzina.
Non può essere una nuova patologia pediatrica diffusasi in Italia, perché di sicuro ne avrebbero parlato giornali e televisione. Anche se qui in Norvegia, quando penso alla quantità di italici bambini che si aggirano di sabato nei centri commerciali sulle carrozzine, mi sembra impossibile che non abbiano tutti una malattia. Di sicuro, non posso pensare siano normali, visto che qui a tre anni sgambettano dietro ai loro genitori. Ma di che anormalità possono soffrire dei bambini che svelano scatti da centometristi in prossimità di scaffali di caramelle, giocattoli o qualsiasi cosa li interessi? Tempo fa avevo pensato che si fosse diffusa una specie di patologia del sadico-torturatore nei genitori, che godevano a tenere in costrizione bambini così grandi e così in salute. Ma anche questa ipotesi fu destinata a crollare di fronte alle facce sofferenti ed alle lamentele nei loro discorsi che mi è capitato di origliare, su di quanto é pesante spingere il bambino su e giù tutto il giorno.

Il pericolo è tra noi
Allora cosa tiene incollati a questi mezzi, i nostri bambini oltre la tenera età di gattonamenti e pannolini? Analizzando la situazione abbiamo dei bambini sani e capaci da un lato e dei genitori, stanchi e poco contenti del loro ruolo di motrici. E in mezzo a questo binomio? Ci sono loro, le carrozzine. Fossero loro in qualche modo responsabili di questo stato di cose? A pensarci bene qui in Norvegia sono diverse, tutte con la scocca dove è il bambino, in alto; con ruote grandi ed un assetto quasi da cross, fatte per superare qualsiasi ostacolo e per tenere il piccolo a portata di genitore. In Italia no, sono quasi tutte su un assetto stile ombrello del tipo si-apre-e-si-chiude-con-un-click. Nel mezzo dei due manici c’è una specie di amaca dove sprofonda il bambino che non vede il genitore-motrice. Più il bambino cresce e più l’amaca si adatta e accoglie ed abbraccia, facendolo sprofondare, l’essere che in altri paesi sarebbe già autonomo. E’ un abbraccio letale che coccola il bimbo lontano dallo sguardo dei genitori e penso che anche la stoffa emani una sostanza che produce assuefazione e dipendenza, perché solo i bambini che hanno praticato queste carrozzine si sentono urlare come tossicodipendenti che anelano la loro dose: “voglio salire! voglio salire!”.
Di sicuro è così, altro che teorie complottistiche o di invasioni aliene; siamo ignari testimoni di un’invasione di passeggini killer, inviati chissà da chi, che stanno intorpidendo le future generazioni Italiache. Ovviamente, visto che all’estero non se ne vedono né gli efetti né traccia alcuna, è un’invasione ideata da qualche forza straniera. Forse è espressione del famoso pericolo giallo, pensateci bene, avete mai visto una famiglia Cinese con un passeggino di questi? Io no, nemmeno in Italia.

Ieri all’Opera House di Oslo ho sentito:
“Dai mamma, spingi più forte, più forte!”
“E no, basta! Che ti credi mamma non ce la fà in salita”
“Dai mamma, dai mamma, più forte, più forte”
Mi sono girato, la mamma Italica spingeva una di quelle carrozzine da, dove adagiato nel suo abbraccio letale, un essere di oltre venti chili di stazza si sbracciava per far capire meglio le sue intenzioni. Oddio le carozzine hanno iniziato l’invasione anche in Norvegia!When I am abroad, I see the differences with the Italy. I am spending three days in Oslo and I see many, but I am not one of those who say that abroad everything works well and we, in Italy, have nothing working well. There are things that in our Italy, I wouldn’t change only to follow the useless xenophiliac emulation. For example i would not get the forced silence that reigns in the streets; the composed position without gesturing that have people when they speak; the expression of apparent indifference that have when they meet. Of course there are things that, instead, I’d like we Italians took for example: the attention of pedestrians; the commitment to your work whatever it is at that moment; the consideration of our neighbors while we are in a row; the masters of the dogs with the plastic bag with you at all times. In short, a series of things that, when there are, they make you seem to live better and that it is cheap to implement them: only two coins of good will.
But there is one thing that I do not understand, I can’t understand and can’t stand without it torment me. Are the wheelchairs or strollers. Yes, yes, the children’s strollers that we in Italy call small-wheelchairs. Here in Oslo I saw them, indeed I saw many because women and families in general are assisted more than in Italy. It is normal, with these kinds of facility during maternity parents have a way to spend a lot of time with the children as soon as born. So as soon as there is a gap in the clouds where the sun can inflitrate, parks and streets are been populated by wheelchairs with mothers and fathers (despite the Norway is so progressive, you can see more mothers) that lead to walk their children. Lead them to stick with the wheelchairs because not yet walking, in fact we call them buggies. Then as soon as they are safe on their legs, track to run alone or in hand with parents. Is this not so long ago, it was usual in Italy. The kid does not walk? They were been shuttled from mum and dad! Walk? Track with its legs or remain at home. But as far as i have memories of incredibly distant, wheelchair and stroller I can’t remember them. I see them only in family photos, a sign that even i have abandoned this means just when I conquered the vertical autonomy. But it must be happened something that I haven’t noticed that has changed this order of things. And this can be noticed much abroad. With us, you see children of five or six, but i know even eight, taking a walk with parents practically only in wheelchairs (stroll).
It cannot be a new pediatric pathology in Italy, as I’m sure it would have been spoken by newspapers and television. Even though here in Norway, when i think of the amount of Italic children who roam on saturday in shopping centers on wheelchairs, it seems to me impossible that not all have a disease. Certainly, I cannot think they are normal, as I see here, three years old babies frolic and jumping behind their parents. But of what abnormality can suffer the Italian children that, after be being immobile sitting, reveal shots from centometristi near shelves of candy, toys or whatever interests them? Time ago i thought differently: that it was a widespread species of pathology of the sadistic-torturer in parents, who enjoyed to hold in constriction children so large and so healthy. But even this hypothesis was destined to collapse when I saw the suffering faces and heared complaints in their speeches about how is heavy push the child up and down all day.
So, what keeps glued to these baby-vehicles our children far beyond the crowling age? By analysing the situation, in one side we have plenty of children healthy and capable, on the other hand the parents, tired and so little happy of their role as baby-engine. And in the midst of this pairing? There are their, the wheelchairs. They were in some way responsible for this state of things? If you think about it, here in Norway they are different: all with the body where the child is at the top; with large wheels and a cross shape, made to overcome any obstacle and to hold the baby in parent hands range. In Italy no, they are almost all on a attitude umbrella-style of type is-opens-and-yes-closes-with-a-click. In the middle of the two handles there is a kind of hammock where plunges the child that never sees the parent-driving. More the child grows and more the hammock fits and welcomes and embraces, making the baby sink, even if he, in other countries, would be already autonomous. It is a lethal embrace that snuggles your baby away from the eyes of parents and I think that the fabric will produce a substance that produces habituation and dependence, because only children that have experienced these wheelchairs feel scream like drug addicts who yearn for their dose: ‘I want to climb up! I want to climb up! ‘. Certainly, more that conspiracy theories or alien invasions; we are unwitting witnesses to an invasion of killer strollers, sent who knows who, they are intorpidendo the future Italic generations. Obviously, given that abroad you do not see nor the effects nor no trace, such kind of invasion must be designed by some foreign force. Perhaps it is the expression of the famous yellow peril, think again, have you ever seen a Chinese family with a stroller with these? I do not, even in Italy.
Yesterday at the Opera House in Oslo i heard:
“Come on mom, push stronger, stronger!”
“No baby, enough is enough! That you believe mum doesn’t uphill?”
“Come On mom, come on mom, stronger, more strong”
i was shot, and this Italica mother was pushing one of those wheelchairs, where lies in its deadly embrace, a baby of more than twenty kilos of tonnage, was waving his arms to make understandable his intentions. Gosh the wheelchair began the invasion even in Norway!

Nessuno mi puó giudicareNone can judge me!

20130829-091536.jpg Sui muri della stazione per l’aeroporto ho letto la frase “nessuno può giudicare”. Con lo stesso spray e nello stesso stile, vicino era scritto “Riprendiamoci la libertà”. Mi colpisce e mi incuriosisce sempre quando si invoca la libertà. È un concetto astratto e, sopratutto, soggettivo; come la ricchezza. Per uno studente universitario avere uno stipendio di 1500 euro può rappresentare un traguardo e farlo sentire ricco. Un impiegato che lavora da quindici anni con uno stipendio di 1500 euro, probabilmente pensa che se avesse 2000, o anche 2200 euro al mese, potrebbe fare una vita da sogno. Insomma, non importa quanto si é ricchi perché lo si può essere di più. E avere meno soldi di quanto ne abbiamo, ci fa sempre sentire più poveri. Comunque, ci sarà sempre qualcuno che considera, quello che per noi è un livello di povertà, come una ricchezza da sogno. Per la libertà è anche più complesso. Perché non c’é un numero che esprime quanto siamo liberi; in più, non c’è una direzione unica verso cui aumenta la libertà. Quindi un’azione che a me fa essere più libero non è detto che produca lo stesso effetto su un’altra persona. Anzi potrebbe, per lui, risultare in una riduzione della libertà. Parafrasando un problema di logica matematica: “Se uno è libero in assoluto, e sceglie di essere schiavo, è ancora libero?”. Ma torniamo al nostro autore. Forse non si rende conto che sta invocando una forma di coercizione. Perché se nessuno può giudicare, lui non può giudicare e dove stabilisce il confine tra giudizio ed opinione? Solo quando non implica una persona? Significa, comunque limitare le sue possibilità di esprimere opinioni. Invece io vorrei che tutti potessero, se lo vogliono, giudicarmi. Solo così anch’io avrò la mia libertà di opinione. Vorrei che potessero giudicarmi in modo aperto, esplicito ed esprimere la loro soggettività di giudizio, così da darmi modo, se voglio, di opinare i giudizi che non condivido. Questo non é possibile nella nostra società e probabilmente è un’utopia. Anche se non è così evidente, la nostra società, come l’anonimo writer, usa come sinonimi le parole giudizio e condanna. Ecco che nei piccoli paesi, dove siamo riconosciuti come individui e non siamo anonime persone, il giudizio altrui pesa come una condanna ed influenza il modo di vestire, di comportarsi o, addirittura i luoghi in cui non farsi vedere. Suggerirei all’anonimo writer di esercitarsi a leggere i giudizi degli altri e leggerli in modo aperto, spesso contengono degli stimoli che ci fanno migliorare e non sarà mai un giudizio inappropriato a farmi diventare peggiore. PS ma lo sa ‘sto writer che ha violato la mia libertà di partire da una stazione pulita? E poi spenda ancora un po’ di soldi in spray, che confronto ai disegni che erano lì vicino manca ancora molto di stile. Ooops, l’ho giudicato! ( l’immagine é una stupenda realizzazione che potete vedere qui http://www.choishine.com/port_projects/landsnet/landsnet.html)20130829-091536.jpg Sui muri della stazione per l’aeroporto ho letto la frase “nessuno può giudicare”. Con lo stesso spray e nello stesso stile, vicino era scritto “Riprendiamoci la libertà”. Mi colpisce e mi incuriosisce sempre quando si invoca la libertà. È un concetto astratto e, sopratutto, soggettivo; come la ricchezza. Per uno studente universitario avere uno stipendio di 1500 euro può rappresentare un traguardo e farlo sentire ricco. Un impiegato che lavora da quindici anni con uno stipendio di 1500 euro, probabilmente pensa che se avesse 2000, o anche 2200 euro al mese, potrebbe fare una vita da sogno. Insomma, non importa quanto si é ricchi perché lo si può essere di più. E avere meno soldi di quanto ne abbiamo, ci fa sempre sentire più poveri. Comunque, ci sarà sempre qualcuno che considera, quello che per noi è un livello di povertà, come una ricchezza da sogno. Per la libertà è anche più complesso. Perché non c’é un numero che esprime quanto siamo liberi; in più, non c’è una direzione unica verso cui aumenta la libertà. Quindi un’azione che a me fa essere più libero non è detto che produca lo stesso effetto su un’altra persona. Anzi potrebbe, per lui, risultare in una riduzione della libertà. Parafrasando un problema di logica matematica: “Se uno è libero in assoluto, e sceglie di essere schiavo, è ancora libero?”. Ma torniamo al nostro autore. Forse non si rende conto che sta invocando una forma di coercizione. Perché se nessuno può giudicare, lui non può giudicare e dove stabilisce il confine tra giudizio ed opinione? Solo quando non implica una persona? Significa, comunque limitare le sue possibilità di esprimere opinioni. Invece io vorrei che tutti potessero, se lo vogliono, giudicarmi. Solo così anch’io avrò la mia libertà di opinione. Vorrei che potessero giudicarmi in modo aperto, esplicito ed esprimere la loro soggettività di giudizio, così da darmi modo, se voglio, di opinare i giudizi che non condivido. Questo non é possibile nella nostra società e probabilmente è un’utopia. Anche se non è così evidente, la nostra società, come l’anonimo writer, usa come sinonimi le parole giudizio e condanna. Ecco che nei piccoli paesi, dove siamo riconosciuti come individui e non siamo anonime persone, il giudizio altrui pesa come una condanna ed influenza il modo di vestire, di comportarsi o, addirittura i luoghi in cui non farsi vedere. Suggerirei all’anonimo writer di esercitarsi a leggere i giudizi degli altri e leggerli in modo aperto, spesso contengono degli stimoli che ci fanno migliorare e non sarà mai un giudizio inappropriato a farmi diventare peggiore. PS ma lo sa ‘sto writer che ha violato la mia libertà di partire da una stazione pulita? E poi spenda ancora un po’ di soldi in spray, che confronto ai disegni che erano lì vicino manca ancora molto di stile. Ooops, l’ho giudicato! ( l’immagine é una stupenda realizzazione che potete vedere qui http://www.choishine.com/port_projects/landsnet/landsnet.html)

L’inglese lo conosco poco, ma l’Italiano lo capisco abbastanza

Oggi inizio un piccolo viaggio da solo. In due giorni arriverò in Francia in una località di montagna subito dopo il confine Piemontese. Quindi, vestito e carico di bagagli come un turista sono uscito di casa alle otto passando per metro, attese, stazioni, banchine. Tutti posti molto frequentati, soprattuto in questo periodo da turisti, spesso stranieri. Si riconoscono, oltre che per il loro abbigliamento e l’attrezzatura, per il modo con cui camminano e guardano in giro. Il turista è in vacanza ed è in un luogo nuovo, quindi cammina non per spostarsi, come fanno i lavoratori nel tragitto casa-ufficio, ma in modo funzionale per vedere il posto che lo circonda, per raccogliere tutte quelle informazioni visive che gli servono per orientarsi. Ne consegue che lo sguardo é diverso. Alla ricerca di un indizio o di un riferimento, per trovare l’indicazione, la direzione o per vedere particolarità e bellezze del posto.
Questa differenza è ben conosciuta da ladruncoli e borseggiatori che sanno subito individuare l’oggetto delle loro attenzioni.
Ed oggi anche io sono sceso in metropolitana con l’atteggiamento del turista. Però io, da turista in patria, non potevo non notare segni e particolari italici, che sfuggono al turista autentico. Si, perché al di là della lingua, ci sono comunicazioni in gesti e segni che solo l’esperienza di un nativo permette di distinguere ed interpretare per quello che sono.

20130720-115959.jpgEsco di casa e mi dirigo verso la stazione. In una via entrambe i marciapiedi sono impraticabili perché ci sono dei lavori di ripavimentazione. Fatti bene, scavi profondi eliminano gli avvallamenti e le buche, ampliano gli accessi alle fogne, sistemano ed aumentano gli spazi dedicati agli alberi esistenti e nuovi. Da poco prima delle elezioni per il sindaco sono iniziati questi lavori che, strada, per strada, trasformano in praticabili quei marciapiedi che da più di dieci anni erano trappole per anziani. La mia vicina di casa é solo una dei tanti che ho visto cadere che, dopo essersi rotta il femore, ha chiesto un risarcimento al Comune e si é vista concludere il procedimento giudiziaro con una sentenza che motivava il nulla di fatto dicendo che “lei doveva essere più attenta a dove metteva i piedi”. Quindi a parte le passate esperienza qualcosa sta cambiando. Mentre vedevo i tre operai al lavoro mi é venuto in mente un articolo dove si descriveva il modo in cui in Cina hanno costruito una strada di 200 km in due settimane. Con 2000 operai divisi in squadre su 200 camion attrezzati si posizionavano sul tracciato ed ogni giorno una squadra completava 150 metri di strada. Nel mio quartiere, prima passano a chiudere una strada con il nastro rosso e bianco che segnala il cantiere, dopo circa una settimana installano il gabinetto mobile di legge e in circa un mese terminano tutti i lavori restituendo il marciapiede di un isolato nuovo ed alberato.

20130720-115719.jpgScendo in metropolitana e trovo delle transenne che, da una parte limitano il passaggio ai passeggeri, e dall’altra formano una specie di gabbia come quelle per gli animali, dove all’interno ci lavora un operaio, lentamente, con le stesse movenze degli orsi bianchi allo zoo quando di estate soffrono il caldo. La nuova stazione della metro, appena aperta al pubblico, il giorno della prima pioggia rivelò quanto scivolosa e pericolosa fosse la pavimentazione appena fatta. Chissà con quale competenza, impegno e professionalitá gli architetti e i progettisti avranno scelto i materiali. Fatto sta che, arrivate le prime piogge dell’autunno il pavimento ricordava di più uno scivolo dell’Acquafan piuttosto che l’ingrasso della metro. Quindi apparvero le caratteristiche transenne e ci fu un intervento risolutivo: con un macchinario grattarono in modo irregolare il rivestimento appena posato. Si, si lo grattarono e in alcuni punti risaltava il grigio del cemento con sfumature crescenti del rosso del materiale di rivestimento. Bene oggi nella gabbia di transenne c’era un posatore che spalmava con cura ed attenzione, il nuovo rivestimento attorno alle luci incassate nel percorso pedonale. Evidentemente non aveva rivestito le luci con carta o plastica protettiva per evidenziare la sua abilità. Infatti ora, contando gli sbaffi del nuovo rivestimento rosso rimaste sulle lampade, si avrà memoria della sua destrezza come con una votazione dei giudici olimpici per la prestazione di un atleta.

Arrivato alla Stazione Tiburtina mi colpiscono subito gli inservienti delle Ferrovie disponibili per informazioni. Non é ironia, sono per lo più dei ragazzi gentili e ben disposti che si avvicinano ai turisti (anche loro hanno occhio a me non hanno chiesto nulla) per dare informazioni. Ad alcuni sono rimasto vicino per ascoltarli e, spesso, in un inglese sintetico, ma non improvvisato guidavano i disorientati di turno verso il binario o la biglietteria appropriati.
20130720-120146.jpg Devo dire che ho notato anche una porta chiusa con un nastro dove era scritto “luogo sottoposto a sequestro per procedimento penale” su due cartelli, forse per dare più solennità all’avvertimento. Ma l’ho notato di sfuggita perché mi sono diretto in bagno. L’ho trovato facilmente grazie alle indicazioni ed al carrello dell’inserviente delle pulizie che stazionava fuori. Sono entrato ed ho approfittato del posto, all’uscita il carrello era andato, forse a lasciare pulito allo stesso modo un’altro bagno. Unica nota stonata, la mancanza di qualsiasi dispositivo o distributore di fazzoletti che permettesse di asciugarsi le mani.

20130720-120840.jpg Invece una cosa curiosa era il telefonino, non proprio di ultima generazione e con dei pezzi attaccati con lo scotch, lasciato per terra nel corridoio appeso al suo alimentatore per ricaricarsi.

Finalmente sono partito sul treno verso il nord. Anche qui, benché io sia da molto un frequentatore dei treni, ho scoperto delle novità. Un lavoratore delle ferrovie percorre il treno per pulire e togliere eventuali segni di passeggeri ineducati o distratti.Oggi inizio un piccolo viaggio da solo. In due giorni arriverò in Francia in una località di montagna subito dopo il confine Piemontese. Quindi, vestito e carico di bagagli come un turista sono uscito di casa alle otto passando per metro, attese, stazioni, banchine. Tutti posti molto frequentati, soprattuto in questo periodo, da molti turisti spesso stranieri. Si riconoscono, oltre che per il loro abbigliamento ed attrezzatura, per il modo con cui camminano e guardano in giro. Il turista è in vacanza ed è in un luogo nuovo, quindi cammina non per spostarsi, come fanno i lavoratori nel tragittò casa-ufficio, ma in modo funzionale a vedere il posto che lo circonda, a raccogliere tutte quelle informazioni visive che gli servono per orientarsi. Ne consegue che lo sguardo é diverso. Alla ricerca di un indizio o di un riferimento, per trovare l’indicazione, la direzione o per vedere particolarità e bellezze del posto.
Questa differenza è ben conosciuta da ladruncoli e borseggiatori che sanno subito individuare l’oggetto delle loro attenzioni.
Ed oggi anche io sono sceso in metropolitana con l’atteggiamento del turista. Però io, da turista in patria, non potevo non notare segni e particolari italici, che sfuggono al turista autentico. Si, perché al di là della lingua, ci sono comunicazioni in gesti e segni che solo l’esperienza di un nativo permette di distinguere ed interpretare per quello che sono.

20130720-115959.jpgEsco di casa e mi dirigo verso la stazione. In una via entrambe i marciapiedi sono impraticabili perché ci sono dei lavori di ripavimentazione. Fatti bene, scavi profondi eliminano gli avvallamenti e le buche, ampliano gli accessi alle fogne, sistemano ed aumentano gli spazi dedicati agli alberi esistenti e nuovi. Da poco prima delle elezioni per il sindaco sono iniziati questi lavori che, strada, per strada, trasformano in praticabili quei marciapiedi che da più di dieci anni erano trappole per anziani. La mia vicina di casa é solo una dei tanti che ho visto cadere che, dopo essersi rotta il femore, ha chiesto un risarcimento al Comune e si é vista concludere il procedimento giudiziaro con una sentenza che motivava il nulla di fatto dicendo che “lei doveva essere più attenta a dove metteva i piedi”. Quindi a parte le passate esperienza qualcosa sta cambiando. Mentre vedevo i tre operai al lavoro mi é venuto in mente un articolo dove si descriveva il modo in cui in Cina hanno costruito una strada di 200 km in due settimane. Con 2000 operai divisi in squadre su 200 camion attrezzati si posizionavano sul tracciato ed ogni giorno una squadra completava 150 metri di strada. Nel mio quartiere, prima passano a chiudere una strada con il nastro rosso e bianco che segnala il cantiere, dopo circa una settimana installano il gabinetto mobile di legge e in circa un mese terminano tutti i lavori restituendo il marciapiede di un isolato nuovo ed alberato.

20130720-115719.jpgScendo in metropolitana e trovo delle transenne che, da una parte limitano il passaggio ai passeggeri, e dall’altra formano una specie di gabbia come quelle per gli animali, dove all’interno ci lavora un operaio, lentamente, con le stesse movenze degli orsi bianchi allo zoo quando di estate soffrono il caldo. La nuova stazione della metro, appena aperta al pubblico, il giorno della prima pioggia rivelò quanto scivolosa e pericolosa fosse la pavimentazione appena fatta. Chissà con quale competenza, impegno e professionalitá gli architetti e i progettisti avranno scelto i materiali. Fatto sta che, arrivate le prime piogge dell’autunno il pavimento ricordava di più uno scivolo dell’Acquafan piuttosto che l’ingrasso della metro. Quindi apparvero le caratteristiche transenne e ci fu un intervento risolutivo: con un macchinario grattarono in modo irregolare il rivestimento appena posato. Si, si lo grattarono e in alcuni punti risaltava il grigio del cemento con sfumature crescenti del rosso del materiale di rivestimento. Bene oggi nella gabbia di transenne c’era un posatore che spalmava con cura ed attenzione, il nuovo rivestimento attorno alle luci incassate nel percorso pedonale. Evidentemente non aveva rivestito le luci con carta o plastica protettiva per evidenziare la sua abilità. Infatti ora, contando gli sbaffi del nuovo rivestimento rosso rimaste sulle lampade, si avrà memoria della sua destrezza come con una votazione dei giudici olimpici per la prestazione di un atleta.

Arrivato alla Stazione Tiburtina mi colpiscono subito gli inservienti delle Ferrovie disponibili per informazioni. Non é ironia, sono per lo più dei ragazzi gentili e ben disposti che si avvicinano ai turisti (anche loro hanno occhio a me non hanno chiesto nulla) per dare informazioni. Ad alcuni sono rimasto vicino per ascoltarli e, spesso, in un inglese sintetico, ma non improvvisato guidavano i disorientati di turno verso il binario o la biglietteria appropriati.
20130720-120146.jpg Devo dire che ho notato anche una porta chiusa con un nastro dove era scritto “luogo sottoposto a sequestro per procedimento penale” su due cartelli, forse per dare più solennità all’avvertimento. Ma l’ho notato di sfuggita perché mi sono diretto in bagno. L’ho trovato facilmente grazie alle indicazioni ed al carrello dell’inserviente delle pulizie che stazionava fuori. Sono entrato ed ho approfittato del posto, all’uscita il carrello era andato, forse a lasciare pulito allo stesso modo un’altro bagno. Unica nota stonata, la mancanza di qualsiasi dispositivo o distributore di fazzoletti che permettesse di asciugarsi le mani.
20130720-120840.jpg
Invece una cosa curiosa era il telefonino, non proprio di ultima generazione e con dei pezzi attaccati con lo scotch, lasciato per terra nel corridoio appeso al suo alimentatore per ricaricarsi.

Finalmente sono partito sul treno verso il nord. Anche qui, benché io sia da molto un frequentatore dei treni, ho scoperto delle novità. Un lavoratore delle ferrovie percorre il treno per pulire e togliere eventuali segni di passeggeri ineducati o distratti.