Merkel spiata: tanto furba o tanto scema? Mi fa ricorrere agli insegnamenti di Andreotti.

Oslo - Opera House

Oslo – Opera House

Tutte le polemiche di questi giorni mi farebbero venire i capelli dritti, se li avessi. L’inizio della riunione del Consiglio Europeo è stato monopolizzato dalle risonanze delle dichiarazioni della Merkel e dalla sua ferma indignazione. Per cosa? Per essere stata intercettata nelle telefonate fatte con il suo telefono, un Capo di Stato intercettato segretamente dai suoi stessi alleati, una cosa inaccettabile! E di che Stato, la potente e virtuosa Germania. A seguire, chi piú chi meno, anche gli altri capi di stato hanno fatto quadrato in questa indignazione, trasformandola in una compatta e decisa reazione.
Quello che mi viene da pensare è: ma ci prendono per fessi o sono loro i fessi? In ogni caso è un europeo segno del degrado e della meschinitá della classe governante.
Finito lo sfogo, faccio ordine a pensieri e considerazioni, che vengono spontanee dopo quello che ho sentito e visto nei media.
Che i vari servizi degli stati si spiano uno con l’altro, amci o nemici, é una cosa risaputa da sempre. Ma in questo caso é una cosa pubblica da quando, sotto la presidenza Bush, dopo l’undici Settembre, gli Stati Uniti hanno approvato e messo in pista le nuove leggi sulla sicurezza. Leggi che permettono le agenzie Statunitensi di spiare e violare la privacy dei cittadini e dei sistemi tecnologici.
DOMANDE: in quel momento dov’era l’indignazione della Merkel? Era offuscata dalla sua ingenuitá (e quella dei suoi servizi di sicurezza che non l’hanno avvisata) sulla portata di tale azione? Era davvero convinta che reti di comunicazione e di dati siano inviolabili o non sapeva, quello che un professionista dell’IT ha detto che sanno tutti gli esperti del settore al telegiornale di Sky: la privacy sulle reti non esiste, basta avere i mezzi per violarla.

La signora é stata spiata sul telefono che usa da quando era una semplice militante del suo partito, un telefono normale. Ma questa ingenuitá non la commette nemmeno un camorrista di basso livello, i telefoni cifrati sono una misura minima per un capo di stato.
DOMANDA: signora, le é mai venuto in mente che su un telefono normale anche i suoi avversari plitici la possono ascoltare?

Se i suoi servizi segreti non l’hanno informata, puó farselo spiegare semplicemente da uno dei tanti investigatori privati che in Italia fanno affari spiando i figli di genitori ricchi e preoccupati o i coniugi di ipotetici cornuti. I suoi eventuali problemi di lingua, sono certo che verranno risolti, in Italia, da professionisti del settore esperti, e capaci di spiegarglielo anche in Tedesco.

Poi il fatto di essere spiati lo sapevamo giá da un paio di settimane, come mai Cancelliera, solo ora tutta questa indignazione? Il suo entourage è italicamente in arretrato nel leggere le rassegne stampa? Ma in realtá non credo che la Cancelliera Merkel sia cosí ingenua. Ricordo sempre la frase di Andreotti: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Allora torno alla precedente domanda: come mai solo ora tutta questa indignazione e determinazione? Come mai mette la questione, con questo impeto e d’improvviso, dopo aver sentito Obama al telefono (lo ha usato uno buono questa volta?), sul tavolo del Consiglio d’Europa?

Non sará per liberare quel tavolo dalla questione dell’immigrazione? Non sará per nascondere la mancanza di altrettanta determinazione sulla questione dei confini Europei? Giornali e TV avevano dato ampio spazio alle intenzioni Italiane di affrontare il tema. Il tema è semplice. L’Europa ci riprende perché la legge Bossi-Fini è dura con gli emigranti e noi che siamo Europa la dobbiamo cambiare. Ma non siamo piú Europa (secondo alcuni ministri tedeschi la questione degli sbarchi é un fatto interno italiano) quando si tratta di accollarsi le conseguenze economiche di un’accoglienza umana dei rifugiati.
Signora Merkel, tanto lo so che qualcuno dei suoi, pagaro per controllare, legge questo articolo. Ci risponda, cosa pensa dei confini dell’Europa? Quali sono? Lampedusa é dentro o fuori? Vuole mandare le navi tedesche a pattugliare i mari ai confini del Sud di quell’Europa che vuole comandare a bacchetta?

PS le mando un link se si vuole comprare un telefono criptato. così le energie le impiega per chi soffre veramente…

I miei piccoli segni

Spiaggia dei Cuticchi

Riserva del Monte Cofano – Spiaggia dei Cuticchi

Gli abiti, la pettinatura, le scarpe; ma anche l’andatura, la posizione e l’espressione del volto, il tono della voce e le parole usate, sono tutti segni che danno forma alla prima impressione su di noi. Sono anche i segni che mandiamo al mondo per dire a tutti “ecco io sono così”. Sono segni che sappiamo modificare ed adattare, per cambiare a nostro piacere il messaggio “ecco io sono così”. Lo cambiamo a seconda del nostro umore, del posto in cui siamo o dell’impressione che vogliamo dare. Le nostre carte da giocare nella partita delle relazioni, carte con cui sappiamo bluffare abilmente.

Ma come tanti bluff, dopo alcuni giri di carte vengono scoperti, così i nostri segni vengono messi in ombra da altri segni che mostrano aspetti più genuini di noi. Nel quotidiano, al lavoro, a scuola, a casa, lasciamo dei segni che rappresentano le tracce della nostra esistenza vera senza finzioni e senza schermi. Non più un messaggio diretto che dice “ecco io sono così” e che arriva prima di essere conosciuti, ma un residuo del nostro passaggio che dice “sono proprio io questo qui”, “questo identifica la mia presenza”.

Ecco che piccoli ed insignificanti residui della nostra esistenza, formano un’impressione di noi, nelle persone che frequentiamo ogni giorno, più vera, più nuda. Residui veramente insignificanti se presi isolati, ma giudici inflessibili di come siamo, quando sono collegati a noi. Quindi il tubetto di dentifricio non chiuso, il cassetto aperto, la maglia lasciata sulla sedia, la risposta secca, i patti abbandonati sul tavolo, non aggiungere “per favore” alla richiesta fatta, non salutare; di per sé non sono un dramma, ma ripetuti ogni giorno, fatti trovare di continuo, come gli odori lasciati dai cani per marcare il territorio, diventano “noi” agli occhi degli altri.

Dicono “chi è stato qui, se ne frega di me”, “qui è passato lui/lei”. Sul lavoro creano i gruppi o isolano le persone. In famiglia alimentano (inutilmente o meno, dipende dai casi) i contrasti e le discussioni. Nelle coppie, alla lunga, diventano oggetto di discussioni e scintille per innescare litigi. Contrasti e liti che sembrano farse se analizzati isolatamente; che io sappia nessuno è morto, si é ferito o è andato in rovina per un tappo di dentifricio non chiuso. Ma sono benzina per il fuoco delle incomprensioni.

Ecco, io penso che in questi casi, se gli attriti non nascondono cause o ferite più profonde, non si può non agire sui due fronti. Chi schizza come un gatto i propri odori deve dare, anzi darsi, la risposta onesta a queste domande: “è così che voglio essere?”, “voglio veramente dire questo a le persone che mi circondano?”. E non prendiamoci in giro con la risposta sbrigativa e infantile “si”: è un comodo nascondiglio. In questo caso dobbiamo dire “si, perché …..”, dove il perché deve essere veramente convincente e formare una linea di azione. Noi e solo noi siamo gli autisti della nostra vita, non sono ammesse distrazioni.

Chi trova le nostre tracce invece ha molte scelte. Può farcelo notare, perché sa che siamo migliori rispetto a quello che dicono i segni che distrattamente lasciamo in giro. Può farcelo notare in modo ossessivo, ed è una richiesta di attenzioni. Può notarlo, porre rimedio e sorridere pensando che è il segno della vicinanza della persona amata. Può ignorarlo; ma non illudiamoci, non per questo quei piccoli segni smetteranno di dire al mondo come siamo veramente.

Che lei è il vigile di quartiere? (2/2)

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Dalle finestre di casa mia si vede gran parte della piazza; al centro ci sono le rovine del Tempio di Elio Callisto che un tempo erano il perno di un senso rotatorio fatto di quattro lati, in cui fluiva il traffico. In due lati la strada era più larga e le auto sul marciapiede ed in doppia fila riempivano lo spazio non strettamente necessario alla circolazione. Poi, in qualche ufficio Municipale qualcuno, penso colto da malore, ha avuto un’idea buona: chiudere uno dei due lati larghi e farne un’area pedonale con panchine ed alberi. Ma non solo: l’idea dalle carte della burocrazia, con tempi non proprio fulminei, è stata portata a termine. Ora dalle finestre vedo (e sento) lo schiamazzare di bambini che giocano, corrono sui pattini e in bicicletta, osservati dai genitori comodamente seduti. La piazza è nuova hanno rifatto i passaggi pedonali e ci sono anche i percorsi per i non vedenti. Le strade sono larghe lo stretto necessario per far passare i veicoli e le macchine, tranne che i pochi spazi previsti, non parcheggiano più nella piazza.

Tempo fa proprio sopra un passaggio pedonale era parcheggiata una Fiat Cinquecento L bianca con il tetto nero. Parcheggiada da un bel po’. Ad un certo punto un papà, dalla parte pedonale ha attraversato con il figlio ed ha aperto la macchina.
Un signore gli ha detto:
- Guardi che li c’è un passaggio pedonale, non si può lasciare la macchina.
- Si lo so, ma lo messa qui solo da cinque minuti ora vado via!
- No scusi, sono qui da un’ora e la macchina era già li quando sono arrivato.
Ha precisato il signore, sentitosi preso in giro.
- E che lei è il vigile di quartiere?
Ha concluso il papà, entrando in macchina con il bambino. Ha messo in moto ed è andato via.

Devo fare i miei complimenti allo sconosciuto signore che ha ripreso il papà della Cinquecento L. L’individualismo e il pensare solo ai fatti propri, di questi tempi, non sono proprio il concime per comportamenti simili.
Invece il papà della Cinquecento è il risultato di giorni passati in poltrona al telecomando, di una vita costruita attorno a tanti parcheggi sulle strisce per stare più comodo e sentirsi padrone del mondo. Ma ormai è prigioniero della sua sfera, costruita attorno alla falsa tranquillità e alla continuo tentativo di evitare sforzi e fatica. Purtroppo chi ne farà le spese, più delle persone che incontra, sarà quel bambino salito sulla Cinquecento: crescerà senza essere capace di grandi conquiste e il confine delle sue aspirazioni sarà uno schermo, da dove le potrà vedere realizzate da altri, ignorando il suono dell’allarme della sua macchina parcheggiata al posto riservato agli invalidi.

Che lei è il vigile di quartiere? (1/2)

20131002-120950.jpgLa televisione propone tutti i giorni programmi e notiziari che non richiedono uno sforzo per l’ascolto. Si possono seguire per ore, e nessun Auditel è in grado di misurare quanti telespettatori siano svegli davanti al programma selezionato, o quanto questo migliori o contribuisca alla vita delle persone che lo guardano. Si perché di sicuro ci influenza, ma non necessariamente in modo positivo; ci influenza occupando il nostro tempo, facendo scivolare la mente in uno stato di apparente rilassamento, facendoci rinviare a domani quelle piccole incombenze che appesantiscono il bagaglio con l’etichetta “devo fare anche questo”.

Ci culla, senza chiederci sforzi, in una sfera personale fatta di svago, informazione preconfezionata e cronaca. Una sfera che, nel tempo, si trasforma da rifugio di relax in limite della nostra personalità. Si perché questa dimensione “personale” diventa familiare e la si fa propria mantenendola anche nei comportamenti quotidiani. Quindi l’”io” diventa stile di vita e di comportamento annullando qualsiasi altra cosa. “Io non accendo le luci di giorno, perché mi sembra un’idiozia”, “io non ho un buon servizio con le tasse che pago”, “io chiudo il balcone, così ho più spazio”, “io non pago il canone RAI perché non é giusto”.

Azioni, scelte e comportamenti che basano, spesso su un giusto motivo, le nostre azioni sbagliate. Diventiamo dei rivoluzionari pigri, fieri della nostra piccola disobbedienza, gratificati dai vantaggi che ci porta senza nessuno sforzo. Sforzo, è questa una delle attività di cui dobbiamo riappropriarci. Come? Per rimettere in moto la nostra mente e le nostre capacità, proviamo ad istituire a casa, nella nostra famiglia, ma anche se viviamo soli, il giorno del silenzio televisio. Una volta a settimana, ogni due od ogni mese, sarà un giorno in cui, rimaniamo a casa lasciando scuro e muto quel quadro girevole che di solito ci immobilizza sul divano.

Non importa decidere un’attività alternativa. Guardatevi attorno, raccontatevi la giornata, anche le idiozie; leggete un libro o il giornale, accendete la musica, innaffiate le piante e levate le foglie brutte, fatevi insegnare un gioco. Ma senza televisione e una volta decisa ripetete l’appuntamento una, due, tante volte.

La misteriosa invasione dei passeggini letali

Le differenze all’estero
Quando sono all’estero le differenze con l’Italia si notano. Sto passando tre giorni ad Oslo e ne vedo molte, ma non sono di quelli che dicono che all’estero tutto funziona bene e da noi nulla. Poi ci sono cose che, nella nostra Italia, non cambierei solo per un’inutile emulazione esterofila. Per esempio non vorrei il forzato silenzio che regna per le strade; la posizione composta e senza gesticolare che hanno le persone quando parlano; l’espressione di apparente indifferenza che hanno quando si incontrano.
Ovviamente ci sono cose che invece, vorrei noi Italiani prendessimo ad esempio: come l’attenzione ai pedoni; l’impegno per il proprio lavoro qualunque esso sia in quel momento; la considerazione dei nostri vicini mentre siamo in fila; i padroni dei cani con il sacchetto di plastica sempre con sé. Insomma una serie di cose che, quando ci sono, ti fanno sembrare di vivere meglio e che costa poco metterle in atto: solo due monete di buona volontà.
Ma c’è una cosa che non capisco, non so spiegarmi e non sopporto per quanto mi turba. Sono le carrozzine o passeggini. Si, si, le carrozzine dei bambini. Qui ad Oslo si vedono, anzi se ne vedono molte perché le donne e le famiglie in genere sono aiutate più che in Italia. È normale, con il tipo di facilitazioni durante la maternità i genitori hanno modo di passare molto tempo con i figli appena nati e appena c’è un varco tra le nuvole, parchi e strade si popolano di carrozzine con madri e padri (nonostante la Norvegia sia così progressista, si vedono più mamme) che portano a passeggio i loro bambini. Li portano a passeggio con la carrozzina perché ancora non camminano, infatti si chiamano passeggini. Poi appena sono sicuri sulle loro gambe, via a correre da soli o per mano con i genitori. E questo fino a poco tempo fa era la norma anche in Italia. Il pargolo non cammina? In scarrozzato da mamma e papà! Cammina? Via con le sue gambe oppure resta a casa. Per quanto abbia dei ricordi incredibilmente lontani, carrozzina e passeggino non li ricordo. Li vedo solo nelle foto di famiglia, segno che anche io ho abbandonato questo mezzo appena conquistata l’autonomia verticale.

Cosa è accaduto?
Ma da noi deve essere successa qualcosa di cui non mi sono accorto che ha cambiato quest’ordine di cose. E questo si nota tanto all’estero. Da noi si vedono bambini di cinque, sei ma ne conosco anche di otto che escono con i genitori praticamente solo in carrozzina.
Non può essere una nuova patologia pediatrica diffusasi in Italia, perché di sicuro ne avrebbero parlato giornali e televisione. Anche se qui in Norvegia, quando penso alla quantità di italici bambini che si aggirano di sabato nei centri commerciali sulle carrozzine, mi sembra impossibile che non abbiano tutti una malattia. Di sicuro, non posso pensare siano normali, visto che qui a tre anni sgambettano dietro ai loro genitori. Ma di che anormalità possono soffrire dei bambini che svelano scatti da centometristi in prossimità di scaffali di caramelle, giocattoli o qualsiasi cosa li interessi? Tempo fa avevo pensato che si fosse diffusa una specie di patologia del sadico-torturatore nei genitori, che godevano a tenere in costrizione bambini così grandi e così in salute. Ma anche questa ipotesi fu destinata a crollare di fronte alle facce sofferenti ed alle lamentele nei loro discorsi che mi è capitato di origliare, su di quanto é pesante spingere il bambino su e giù tutto il giorno.

Il pericolo è tra noi
Allora cosa tiene incollati a questi mezzi, i nostri bambini oltre la tenera età di gattonamenti e pannolini? Analizzando la situazione abbiamo dei bambini sani e capaci da un lato e dei genitori, stanchi e poco contenti del loro ruolo di motrici. E in mezzo a questo binomio? Ci sono loro, le carrozzine. Fossero loro in qualche modo responsabili di questo stato di cose? A pensarci bene qui in Norvegia sono diverse, tutte con la scocca dove è il bambino, in alto; con ruote grandi ed un assetto quasi da cross, fatte per superare qualsiasi ostacolo e per tenere il piccolo a portata di genitore. In Italia no, sono quasi tutte su un assetto stile ombrello del tipo si-apre-e-si-chiude-con-un-click. Nel mezzo dei due manici c’è una specie di amaca dove sprofonda il bambino che non vede il genitore-motrice. Più il bambino cresce e più l’amaca si adatta e accoglie ed abbraccia, facendolo sprofondare, l’essere che in altri paesi sarebbe già autonomo. E’ un abbraccio letale che coccola il bimbo lontano dallo sguardo dei genitori e penso che anche la stoffa emani una sostanza che produce assuefazione e dipendenza, perché solo i bambini che hanno praticato queste carrozzine si sentono urlare come tossicodipendenti che anelano la loro dose: “voglio salire! voglio salire!”.
Di sicuro è così, altro che teorie complottistiche o di invasioni aliene; siamo ignari testimoni di un’invasione di passeggini killer, inviati chissà da chi, che stanno intorpidendo le future generazioni Italiache. Ovviamente, visto che all’estero non se ne vedono né gli efetti né traccia alcuna, è un’invasione ideata da qualche forza straniera. Forse è espressione del famoso pericolo giallo, pensateci bene, avete mai visto una famiglia Cinese con un passeggino di questi? Io no, nemmeno in Italia.

Ieri all’Opera House di Oslo ho sentito:
“Dai mamma, spingi più forte, più forte!”
“E no, basta! Che ti credi mamma non ce la fà in salita”
“Dai mamma, dai mamma, più forte, più forte”
Mi sono girato, la mamma Italica spingeva una di quelle carrozzine da, dove adagiato nel suo abbraccio letale, un essere di oltre venti chili di stazza si sbracciava per far capire meglio le sue intenzioni. Oddio le carozzine hanno iniziato l’invasione anche in Norvegia!

Nessuno mi puó giudicare

20130829-091536.jpg Sui muri della stazione per l’aeroporto ho letto la frase “nessuno può giudicare”. Con lo stesso spray e nello stesso stile, vicino era scritto “Riprendiamoci la libertà”. Mi colpisce e mi incuriosisce sempre quando si invoca la libertà. È un concetto astratto e, sopratutto, soggettivo; come la ricchezza. Per uno studente universitario avere uno stipendio di 1500 euro può rappresentare un traguardo e farlo sentire ricco. Un impiegato che lavora da quindici anni con uno stipendio di 1500 euro, probabilmente pensa che se avesse 2000, o anche 2200 euro al mese, potrebbe fare una vita da sogno. Insomma, non importa quanto si é ricchi perché lo si può essere di più. E avere meno soldi di quanto ne abbiamo, ci fa sempre sentire più poveri. Comunque, ci sarà sempre qualcuno che considera, quello che per noi è un livello di povertà, come una ricchezza da sogno. Per la libertà è anche più complesso. Perché non c’é un numero che esprime quanto siamo liberi; in più, non c’è una direzione unica verso cui aumenta la libertà. Quindi un’azione che a me fa essere più libero non è detto che produca lo stesso effetto su un’altra persona. Anzi potrebbe, per lui, risultare in una riduzione della libertà. Parafrasando un problema di logica matematica: “Se uno è libero in assoluto, e sceglie di essere schiavo, è ancora libero?”. Ma torniamo al nostro autore. Forse non si rende conto che sta invocando una forma di coercizione. Perché se nessuno può giudicare, lui non può giudicare e dove stabilisce il confine tra giudizio ed opinione? Solo quando non implica una persona? Significa, comunque limitare le sue possibilità di esprimere opinioni. Invece io vorrei che tutti potessero, se lo vogliono, giudicarmi. Solo così anch’io avrò la mia libertà di opinione. Vorrei che potessero giudicarmi in modo aperto, esplicito ed esprimere la loro soggettività di giudizio, così da darmi modo, se voglio, di opinare i giudizi che non condivido. Questo non é possibile nella nostra società e probabilmente è un’utopia. Anche se non è così evidente, la nostra società, come l’anonimo writer, usa come sinonimi le parole giudizio e condanna. Ecco che nei piccoli paesi, dove siamo riconosciuti come individui e non siamo anonime persone, il giudizio altrui pesa come una condanna ed influenza il modo di vestire, di comportarsi o, addirittura i luoghi in cui non farsi vedere. Suggerirei all’anonimo writer di esercitarsi a leggere i giudizi degli altri e leggerli in modo aperto, spesso contengono degli stimoli che ci fanno migliorare e non sarà mai un giudizio inappropriato a farmi diventare peggiore. PS ma lo sa ‘sto writer che ha violato la mia libertà di partire da una stazione pulita? E poi spenda ancora un po’ di soldi in spray, che confronto ai disegni che erano lì vicino manca ancora molto di stile. Ooops, l’ho giudicato! ( l’immagine é una stupenda realizzazione che potete vedere qui http://www.choishine.com/port_projects/landsnet/landsnet.html)

L’inglese lo conosco poco, ma l’Italiano lo capisco abbastanza

Oggi inizio un piccolo viaggio da solo. In due giorni arriverò in Francia in una località di montagna subito dopo il confine Piemontese. Quindi, vestito e carico di bagagli come un turista sono uscito di casa alle otto passando per metro, attese, stazioni, banchine. Tutti posti molto frequentati, soprattuto in questo periodo da turisti, spesso stranieri. Si riconoscono, oltre che per il loro abbigliamento e l’attrezzatura, per il modo con cui camminano e guardano in giro. Il turista è in vacanza ed è in un luogo nuovo, quindi cammina non per spostarsi, come fanno i lavoratori nel tragitto casa-ufficio, ma in modo funzionale per vedere il posto che lo circonda, per raccogliere tutte quelle informazioni visive che gli servono per orientarsi. Ne consegue che lo sguardo é diverso. Alla ricerca di un indizio o di un riferimento, per trovare l’indicazione, la direzione o per vedere particolarità e bellezze del posto.
Questa differenza è ben conosciuta da ladruncoli e borseggiatori che sanno subito individuare l’oggetto delle loro attenzioni.
Ed oggi anche io sono sceso in metropolitana con l’atteggiamento del turista. Però io, da turista in patria, non potevo non notare segni e particolari italici, che sfuggono al turista autentico. Si, perché al di là della lingua, ci sono comunicazioni in gesti e segni che solo l’esperienza di un nativo permette di distinguere ed interpretare per quello che sono.

20130720-115959.jpgEsco di casa e mi dirigo verso la stazione. In una via entrambe i marciapiedi sono impraticabili perché ci sono dei lavori di ripavimentazione. Fatti bene, scavi profondi eliminano gli avvallamenti e le buche, ampliano gli accessi alle fogne, sistemano ed aumentano gli spazi dedicati agli alberi esistenti e nuovi. Da poco prima delle elezioni per il sindaco sono iniziati questi lavori che, strada, per strada, trasformano in praticabili quei marciapiedi che da più di dieci anni erano trappole per anziani. La mia vicina di casa é solo una dei tanti che ho visto cadere che, dopo essersi rotta il femore, ha chiesto un risarcimento al Comune e si é vista concludere il procedimento giudiziaro con una sentenza che motivava il nulla di fatto dicendo che “lei doveva essere più attenta a dove metteva i piedi”. Quindi a parte le passate esperienza qualcosa sta cambiando. Mentre vedevo i tre operai al lavoro mi é venuto in mente un articolo dove si descriveva il modo in cui in Cina hanno costruito una strada di 200 km in due settimane. Con 2000 operai divisi in squadre su 200 camion attrezzati si posizionavano sul tracciato ed ogni giorno una squadra completava 150 metri di strada. Nel mio quartiere, prima passano a chiudere una strada con il nastro rosso e bianco che segnala il cantiere, dopo circa una settimana installano il gabinetto mobile di legge e in circa un mese terminano tutti i lavori restituendo il marciapiede di un isolato nuovo ed alberato.

20130720-115719.jpgScendo in metropolitana e trovo delle transenne che, da una parte limitano il passaggio ai passeggeri, e dall’altra formano una specie di gabbia come quelle per gli animali, dove all’interno ci lavora un operaio, lentamente, con le stesse movenze degli orsi bianchi allo zoo quando di estate soffrono il caldo. La nuova stazione della metro, appena aperta al pubblico, il giorno della prima pioggia rivelò quanto scivolosa e pericolosa fosse la pavimentazione appena fatta. Chissà con quale competenza, impegno e professionalitá gli architetti e i progettisti avranno scelto i materiali. Fatto sta che, arrivate le prime piogge dell’autunno il pavimento ricordava di più uno scivolo dell’Acquafan piuttosto che l’ingrasso della metro. Quindi apparvero le caratteristiche transenne e ci fu un intervento risolutivo: con un macchinario grattarono in modo irregolare il rivestimento appena posato. Si, si lo grattarono e in alcuni punti risaltava il grigio del cemento con sfumature crescenti del rosso del materiale di rivestimento. Bene oggi nella gabbia di transenne c’era un posatore che spalmava con cura ed attenzione, il nuovo rivestimento attorno alle luci incassate nel percorso pedonale. Evidentemente non aveva rivestito le luci con carta o plastica protettiva per evidenziare la sua abilità. Infatti ora, contando gli sbaffi del nuovo rivestimento rosso rimaste sulle lampade, si avrà memoria della sua destrezza come con una votazione dei giudici olimpici per la prestazione di un atleta.

Arrivato alla Stazione Tiburtina mi colpiscono subito gli inservienti delle Ferrovie disponibili per informazioni. Non é ironia, sono per lo più dei ragazzi gentili e ben disposti che si avvicinano ai turisti (anche loro hanno occhio a me non hanno chiesto nulla) per dare informazioni. Ad alcuni sono rimasto vicino per ascoltarli e, spesso, in un inglese sintetico, ma non improvvisato guidavano i disorientati di turno verso il binario o la biglietteria appropriati.
20130720-120146.jpg Devo dire che ho notato anche una porta chiusa con un nastro dove era scritto “luogo sottoposto a sequestro per procedimento penale” su due cartelli, forse per dare più solennità all’avvertimento. Ma l’ho notato di sfuggita perché mi sono diretto in bagno. L’ho trovato facilmente grazie alle indicazioni ed al carrello dell’inserviente delle pulizie che stazionava fuori. Sono entrato ed ho approfittato del posto, all’uscita il carrello era andato, forse a lasciare pulito allo stesso modo un’altro bagno. Unica nota stonata, la mancanza di qualsiasi dispositivo o distributore di fazzoletti che permettesse di asciugarsi le mani.

20130720-120840.jpg Invece una cosa curiosa era il telefonino, non proprio di ultima generazione e con dei pezzi attaccati con lo scotch, lasciato per terra nel corridoio appeso al suo alimentatore per ricaricarsi.

Finalmente sono partito sul treno verso il nord. Anche qui, benché io sia da molto un frequentatore dei treni, ho scoperto delle novità. Un lavoratore delle ferrovie percorre il treno per pulire e togliere eventuali segni di passeggeri ineducati o distratti.

Giugno, una domenica rilassante

Ieri, finalmente dopo tanto tempo, è stata una domenica rilassante. Senza impegni, spostamenti, preparativi, abbiamo fatto la spesa. «Bhè che c’è di tanto rilassante? In tanti, approfittando delle aperture domenicali, passano la mattinata nei centri commerciali a far la spesa.» Direte voi.

Si, ma noi abbiamo preso la metropolitana e siamo scesi al Circo Massimo, saliti a piedi fino al roseto e girato a destra lungo l’edificio dell’anagrafe, siamo arrivati al mercato di Campagna Amica. Lì in cambio di meno di 25 euro, siamo usciti con il carrello della spesa pieno di frutta e verdura per tutta la settimana, di quella buona e che non si smoscia dopo tre giorni in frigo. Poi, con l’aspetto da turista, abbiamo fatto ritorno all’ombra, per l’altro lato del Circo Massimo.

Li abiamo cercato un posto che ci avevano indicato degli amici. Non siamo grandi frequentatori di locai, ma quando “pratichiamo” ci piace stare veramente bene. Le indicazioni erano chiare: “Un posto che non si vede molto, sembra un pub, ma fanno dei cocktail buonissimi”. Aguzzando, non troppo, la vista lo abbiamo trovato è lo 075. Il personale è molto simpatico ed accogliente, il posto grande, rispetto all’ingresso, ma non caotico. Ovvio noi siamo passati alle 11:30 di domenica mattina, quindi immagino che in orario di aperitivo serale sia molto frequentato, ma non penso che la  folla renda meno piacevole il frequentarlo, anzi. Abbiamo preso i nostri aperitivi, ottimi e ad un prezzo ragionevole, rubate con il loro permesso alcune foto e via, di nuovo verso la metropolitana.

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Mettiamoci i nomi

E’ Stefano Dambruoso di Scelta Civica, eletto nella circoscrizione LOMBARDIA 1, che ha fatto la proposta di legge N.1165 per imporre l’obbligo di rettifica per blog e siti da pubblicare entro 48 ore dalla richiesta “in testa alla pagina, prima del corpo dell’articolo, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”. Chi non rispettasse il provvedimento, incorrerebbe in una multa tra gli 8mila e i 16mila euro. Questo a prescindere che siano o meno testate giornalistiche.

E’ bello vedere un Onorevole, che non può nemmeno essere fotografato o ripreso nell’esercizio delle sue funzioni durante le sedute pubbliche, prodigarsi per riportare la serenità laddove blogger e web hanno fatto disastri e scempio perché l’Onorevole Dambruoso ritiene che  “ridurre l’attività dei blogger ad una scampagnata innocente e inoffensiva sarebbe solo ipocrita e contro ogni realtà“. Almeno è quanto riporta l’articolo di Data Manager Online. Ma Onorevole, faccia capire a me ed ai suoi elettori, lei è un membro della II Commissione (Giustizia) e crede veramente che questa sia una priorità del il nostro Paese per avere una Giustizia più efficente e più moderna? E poi non ho capito: in quale sede si decide se le informazioni che pubblico sono “inesatte o diffamatorie” ?

La dico diversamente come spesso sento spiegare certe tesi nel nostro ambiente di lavoro: “Se avesse solo un’euro da spendere per migliorare la giustizia, veramente lo impiegherebbe per questa causa?”. Vedo che questa è la sua prima proposta di legge come primo firmatario, ma lei poi ha altri “euro” per stupirci?

50 sfumature di Sci-Fi – aa.vv. – La Mela Avvelenata Book Press

50 sfumature di Sci-fiedizione a cura di Alexia Bianchini per La Mela Avvelenata – prefazione di Giuseppe Lippi (curatore di Urania per Mondadori)

disponibile su Amazon.it  e su La mela Avvelenata.com

Un’antologia di racconti, nata in e-book e disponibile anche in cartaceo da un’idea di Alexia Bianchini: riunire in un contenitore tante sfumature di un genere che è di per sé poco incasellabile.

Chi segue la fantascienza, anche sul web, forse ne ha già sentito prlare. Anche perchè nella moltitudine degli autori molti sono blogger o, compunque, presenti e attivi in internet.

Il libro è un mosaico dove, ciascun autore ha scritto il suo tassello indipendentemente dagli altri. All’interno c’è anche un mio racconto, e questa è la testimonianza che c’è proprio di tutto e solo Alexia ha saputo farne un tutt’uno incastrando i racconti l’uno con l’altro.

Autori:  Daniele Picciuti – Viola Lodato – Emanuele Delmiglio – Dario Tonani – Anna Grieco – Stefano Pastor – Giovanni Stoto – Lorenzo Crescentini – Livin Derevel – Alain Voudì – Marta Leandra Mandelli – Francesco Troccoli – Claudio Cordella – Simone Messeri – Serena Barbacetto – Maico Morellini – Sandro Battisti – Ambra Fraccaro – Aaron Leonardi – Chiara Perseghin – Rigoni Fiorella – Andrea Santucci – Francesca Rossi – Elvio Ravasio – Luigi Milani – Federica Gnomo – Enrico Nebbioso Martini – Fabrizio Fortino – Marco Milani – Claudia Graziani – Ivan Berdini – Donatella Perullo – Vittorio Della Rossa – Francesco Verso – Alexia Bianchini – Luca Romanello – Stefano Sacchini – Luca Fadda – Daniela Barisone – Francesca Montomoli – Alessandro Forlani – Luciana Ortu – Fabio Bottinelli – Paola Boni – Raffaele Fumo – Valerio Marcello Pelligra – Raffaele Serafini – Pellegrino Dormiente – Maria De Riggi – Hush