Siamo pronti alla scomparsa delle professioni?

Le professioni sparite in silenzio

Il passaggio tra l’800 ed il 900 ha visto la trasformazione dei trasporti. Si tende a dimenticare che questo ha decretato la quasi estinzione di alcuni mestieri, come il maniscalco, per mancanza di domanda. Così come l’industria è stata la fine dei fabbri che forgiavano armi e strumenti. È la conseguenza logica di ogni innovazione che, insieme a vantaggi, porta con sé gli svantaggi per chi non ha la capacità di adeguarsi o è ciecamente ancorato a strumenti e metodi del passato.

Ovviamente la professione del maniscalco non è sparita, anzi si è impreziosita. Paragonando i maniscalchi moderni a quelli di 150 anni fa possiamo dire che hanno una vita differente per quanto riguarda fatica, fame e miseria. Ma ce ne sono molti di meno.

Altre professioni sono sparite nel l’indifferenza totale. Ancora negli anni ’60 ricordo l’uomo che vendeva i blocchi di ghiaccio trasportati su un carretto a mano ed avvolti in teli di iuta. Oggi i giornalai ed i tabaccai stanno vivendo periodi di magra e non hanno prospettive rosee. Che dire poi dei noleggiatori di film, chi ricorda Blockbuster e la buca per restituire le cassette VHS?

La crisi di nuove professioni insospettabili: le banche

Ma ora le tecnologie che si prospettano, come robot ed intelligenza artificiale, sono una concreta minaccia per chi non sarà capace di cambiare il proprio modo di lavoro. Saranno minacciate professioni considerate “solide” e ne soffriranno non solo i lavoratori, ma quei sistemi economici che si nasconderanno dietro a norme protezionistiche perché non reggeranno rispetto gli altri.

Ho molti amici che lavorano in differenti Banche e in modo diverso sono tutti stati colpiti da riorganizzazioni e razionalizzazioni delle loro aziende. Ma nessuno ha la percezione che il loro lavoro, nei modi e nelle retribuzioni attuali, scomparirà nel giro di 5 anni (ovviamente è un mio parere) per due cause.

Le cause del declino delle professioni nelle banche

La prima è che la banca, come la intendiamo noi, non avrà più ragione di esistere. Che fa una banca? Come guadagna? Semplifichiamo dicendo che guadagna sul prestar denaro, sul conservar denaro e sull’investire denaro.

Già a fine degli anni 90 per investire in azioni non si doveva più andare fisicamente allo sportello di una banca. Oggi per investire in oro basta andare su Goldmoney, il trading azionario online fornisce strumenti inimmaginabili 20 anni fa, piattaforme come Seedinvest permettono di investire direttamente in aziende ed idee.

La conservazione del denaro, grazie alla virtualizzazione delle valute sarà sempre di più una attività di basso profitto. Non parlo di Bitcoin e cyber monete, ma delle normali valute che avranno sempre meno necessità di essere rappresentate da qualcosa di fisico come banconote e monete.

Per i prestiti la prospettiva è un po’ differente. Prestiti per acquisti irraggiungibili ai più, come una casa o una macchina nuova, sono nei fatti diventati affitti di oggetti posseduti dalla banca tramite ipoteche. Spesso sono oggetti che, una volta terminato il finanziamento, sono obsoleti o da sostituire. Per questa tipologia di prestiti la trasformazione del commercio da vendita-e-possesso-dell’oggetto ad abbonamento-e-uso senza possesso-dell’oggetto è già in atto. Spotify, Deezer, iMusic, Netflix hanno già decretato la fine del possesso di CD, dischi e film. Con meno di 15 € al mese tutta la famiglia può ascoltare praticamente tutta la musica esistente e quella nuova, invece che acquistare CD.

I prestiti per le attività, i finanziamenti, iniziano ad essere in parte non necessari perché molti strumenti indispensabili alle aziende vengono e verranno sempre più venduti con il modello dell’abbonamento. Poi perché differenti attori entreranno per altri scopi nel meccanismo dei finanziamenti. Lo sapevate che Amazon ha prestato un totale di un miliardo di dollari ai venditori che utilizzano la sua piattaforma per facilitarli? E questo lo ha fatto negli Stati Uniti, in Giappone ed in Gran Bretagna. Ma più semplicemente il proliferare di piattaforme di crouwdfunding come GoFoundMe, Kickstarter o la nostra ItaliaCroudfunding aprono l’accesso a finanziamenti di idee ed iniziative impensabili fino a 10 anni fa.

La seconda è che le nuove tecnologie richiederanno sempre di meno l’intervento degli impiegati. Questo sarà più devastante nel breve periodo. Se riflettiamo bene oramai in banca ci si deve andare solo per due motivi: o per adempiere a burocrazie che si devono fare di persona o per incapacità del cliente ad operare con strumenti tecnologici. Mi raccontava una mia amica che lavora in banca di quante persone vanno ancora allo sportello per farsi fare un estratto invece che vederselo online.

Si chiama Fintech la parola che racchiude gran parte di queste considerazioni e di quelle nuove attività come i prestiti peer-to-peer fatti tra privati, i nuovi metodi di pagamento tramite smartphone che rappresentano un attacco alle attività delle banche stimato già nel 2015 in un articolo, quasi 4,7 miliardi di dollari ed è di oggi un’altro articolo che parla del ruolo della Cina in questa rivoluzione.

E le conseguenze?

Per i lavoratori delle banche non saranno molto differenti dagli altri settori, soccomberanno se non saranno capaci di trasformarsi. Come? Prima di tutto la lingua. Sembra strano dopo 25 anni di globalizzazione dover parlare ancora dell’inglese, ma soprattutto in Europa sono molti degli over 40 a non saper l’inglese. Non parlo di essere in grado di fare una conversazione, ma di comprendere i termini anglofoni di cui sono pervasi i prodotti software utilizzati. È una caratteristica prevalentemente Italiana, ma della quale non sono sprovvisti né Francesi né Tedeschi.

Poi la tecnologia. Vedo troppe persone che sono “resistenti” nell’adozione di nuove tecnologie a tutti i livelli. Dirigenti e quadri che dichiarano di non capirci nulla di fronte ad un nuovo smartphone e pretendono di governare aziende. È una situazione che si rifletterà negativamente sul futuro delle loro aziende.

Anche il presidente della Cosob, Vegas, ha detto in estrema sintesi, che la diffusione del Fintech “potrebbe porre problemi drammatici di tenuta del sistema delle banche, se queste non riusciranno ad adattarvisi rapidamente”.

Sarò imbecille, ma il mio rammarico non è di vivere questi cambiamenti, ma di non vivere a lungo per vedere come cambierà la società.

E’ un dispiacere

Ho letto questo articolo che racconta, ancora una volta, una storia di azienda che si rimpiccioliscono, si ristrutturano vendendo rami e settori; ma troppo spesso gli acquirenti sono, per essere forzatamente educati, inadatti, con poche idee e con un’unica capacità: quella di indebitarsi. Sempre più spesso aree industriali diventano scheletri abbandonati a testimonianza di errori e fallimenti che troppi dimenticano.

Tutto a scapito di chi con quei rami e settori ci vive.