Mezzi per prolungare la vita – 1

“L’elisir che meglio preserva la salute e più allunga la vita, è quello della saggezza” Viret.

L’arte di prolungare la vita con mezzi artificiali non è servita soltanto ad ingannare i creduli ed a ingrassare gli impostori: è stata anche il sogno di grandi e nobili intelletti.

La ricerca dello spirito vitale incorporato è stata per molti secoli la pietra filosofale della medicina. Se vogliamo la si può considerare un’aberrazione, ma non sempre sterile. Non una di quelle che non hanno mai dato alcun frutto. No, questo non si può dire.
I grandi sognatori che nel medioevo correvano verso la meta allucinante che, nientemeno, era l’eternità, strada facendo trovarono cose utilissime e verità preziosissime.
Filtrando erbe e terre per ricavarne l’elisir della vita eterna, scoprirono le propietà dell’acido carbonico, trovarono il fosforo, l’antimonio, l’arsenico.

Gerocomia, l’arte di curare l’indebolimento della vecchiaia

Herman Boerhaave

Così pure la gerocomia, per quanto ‘basata non su scienze occulte, ma su nozioni di fisiologia più o meno scientificamente riprovate, si è nutrita d’ambiziose ma non vane illusioni. Non meno delle scienze ermetiche essa fu feconda di bene. Infatti ad essa si deve l’estensione di quella parte dell’igiene, prima limitatissima, che insegna a conservare e aumentare la provvista o fondo di vita, di cui ogni individuo, alla nascita, è dotato dalla natura. La prima nozione di vera gerocomia ci è venuta
dalla Sacra Scrittura, precisamente dal Vecchio Testamento. Davide affralito dalla tarda età, ricuperò parte del passato vigore giacendo al fianco della giovane Sulamita. Ventisei secoli dopo Boerhave usava lo stesso mezzo per curare un vecchio borgomastro d’Amstetdam. Questi però, essendo molto flemmatico di natura, aveva bisogno d’una dose maggiore; e il celebre medico lo fece giacere con due giovanette. Si dice che nell’estrema vecchiaia Barbarossa, per consiglio d’un medico ebreo, si stringesse sui fianchi e sul petto fanciulli ignudi che, nel suo letto,
continuamente venivano avvicendati. Questo genere di foznentazione, a quanto pare, notevolmente rinvigoriva il vecchio monarca.

Il fatto biblico e il grande valore igienico che già gli antichi attribuivano all’alito delle creature giovani e pure, fecero nascere, nel medioevo, l’idea di usare le particole del respiro umano quale mezzo per prolungare la vita. Così in maggio si raccoglieva aria satura dell’alito di fanciulle impuberi, ficcando il collo di un alambicco attraverso il muro d’una stanza gremita di bambine sui tredici anni.
Dall’aria così raccolta, a forza di distillazioni e condensamenti, si ricavava un limpido liquore che si diceva d’effetto portentoso sugli spiriti vitali del corpo umano.

Alcuni esempi

CORNARO

Cornano condannava chi aveva la filosofia del vivi-alla-grande-e-muori-giovane.

Certo è che gli annali della macrobìa citano vari casi d’individui giunti a tarda età per aver vissuto con giovani. Claudio Hermippus giunse all’età di 11:5 anni
dedicandosi alla educazione di giovanette. L’eccezionalle vitalità, a suo dire, gli veniva dal fiato delle sue alunne che, saturando continuamente di giovanili energie l’aria della sua casa, continuamente lo rinvigorivano. Cornaro si sollevò dal pondo già greve di molti anni prendendosi in casa undici nipotini.
Cohaussen narra d’un gentiluomo francese che,
per carità, aveva allevato, in casa sua, fin dalla pri-
ma infanzia, una dozzina di fanciulle. Giunte in età
di marito, una dopo l’altra presero il volo, e il vecchio gentiluomo, allora nonagenario, fu assalito da una malinconia cui presto soccombette.
Il poeta inglese Waller, che a ottant’anni scriveva ancora con la foga e il brio d’un genio nascente, diceva che nulla lo riscaldasse tanto quanto lo splendore dellla bellezza giovanila. A corte si tratteneva il più possibile con le dame più giovani e belle.
Si sa che il filosofo Kant volentieri rlpeteva ‘Cari amici, gli amici non esistono’. Nella sua vecchiaia, però, venuto finalmente a ricredersi sul conto dell’amicizia e a sentirne il bisogno, non volle più avere altra compagnia che quella di giovani gentili e colti.

ln tutti questi casi, probabilmente, le emanazioni materiali non influirouo che in via del tutto secondaria sul prolungamento della vita. Assai più del fiato avrà giovato l’allegria della giovinezza, che per l’anima dei vecchi è luce e calore; e si sa che tante volte basta un conforto dell’anima per rinvigorire il corpo.
Tuttavia anche le somme autorità della medicina moderna affermano che l’atmosfera di giovani esuberanti può essere per vecchi affraliti fonte d’energie salutari. Il che semlbra confermare la teoria di Bacone, secondo la quale la sfera d’attività degli  spiriti vitali si estenderebbe oltre i limiti del corpo umano.

L’arte di non morire

Frugando tra i vecchi libri di mio padre ho trovato un testo del dott.ANONIMUS (come si firma) che affronta il tema della durata della vita. E’ curioso e spunto di molte riflessioni sopratutto pensando che è un testo anonimo pubblicato il 20 Gennaio del 1942!

L’esistenza umana

Una spirito analitico e misantropo diceva che l’esistenza umana è composta giusto di tre anni di felicità diluiti in sessanta od ottant’anni d’affanni e noie.
Che sia amara, lo dicono tutti; eppure non possiamo pensare, se non con angoscia, al momento in cui la coppa ci verrà strappata.
E in tutti i tempi il dono del Cielo più d’ogni altro grato è stato sempre la vita lunga.
E’ il compenso supremo che il Sommo Legislatore assegna tanto ai sensi delle leggi antiche, quanto a quelli delle nuove.
Salomone chiese soltanto il dono della saggezza, non osò chiedere anche quello della longevità; e Dio lo lodò.
I casi di estrema longevità hanno sempre suscitato meraviglia universale.
Roma e Atene registravano nei fasti, cioè tra i sommi avvenimenti ricordati nel calendario compilato dai pontefici, la vita dei loro centenari.
Considerate dal punto di vista filosofico, queste esistenze fenomenali non sono, come si potrebbe credere, risultati d’un mero gioco di casi, sviste o dimenticanze della morte.
Sono casi prettamente provvidenziali.
Infatti con essi Dio infonde speranza e coraggio nell’animo dei vecchi che, giunti al termine della
esistenza media, temono di non poter campare oltre.
Così non v’è mai per l’uomo un’età veramente estrema: il vegliardo, per quanto vecchio, sa sempre che altri hanno vissuto di più.

‘Grazie a Matusalemme’, diceva Montaigne, ‘anche il vecchio più decrepito può credere d’avere ancora vent’anni davanti a sé’.
Da sola, dunque, l’età non è mai limite assoluto.
Per quanto tarda, l’uomo può sempre superarla non però in ogni esistenza, e non mai senza particolari precauzioni e riguardi.
Nel più dei casi solo esseri in qualche modo privilegiati riescono a superare di molto il termine medio dell’esistenza: e questi sono i rari nocchieri più di tutti destri nell’evitare scogli e traversie.
E’ credenza tuttora diffusa che ai primi evi la nostra terra, più giovane e più feconda d’elementi vitali, generasse uomini molto più robusti e longevi di noi.

La durata degli anni nel tempo

La nostra immaginazione si diletta sempre con cose meravigliose. Chi si domanda se è proprio vero che i patriarchi biblici campassero parecchi secoli? Tradizioni millenarie lo hanno affermato e pochi, tra i credenti lo hanno dubitato negli anni. Solo da poco la scienza ha dimostrato che a quei tempi gli anni non erano calcolati come i nostri: l’intera cronologia era differente.
Hensler ipotizzarono ad inizio secolo che in molte regioni dell’Asia minore e particolarmente nella Palestina, già in epoca anteriore a quella d’Abramo l’anno era lungo solo tre mesi. Successivamente l’anno diventò di otto mesi ma assai dopo l’epoca dei patriarchi; e solo dopo l’era di Giuseppe, ministro dei Faraoni, si prese ad allungare l’anno sino a dodici mesi.
Quindi anche l’età di Matusalemme potrebbe essere stata molto meno straordinaria di quanto non sembri.
Ad ogni modo non c’è bisogno di cercare tanto lontano per avere esempi di longevità. Nel 1801, ad esempio, morì un soldato russo che aveva fatto la Guerra dei Trent’anni: vecchio giusto 200 anni!
Possiamo dunque dire che fin dal principio della storia umana, e s’intende quella proprio storica, la vita umana, in media, è stata sempre lunga allo stesso modo.

Esempi di longevità

‘Solitamente gli anni della nostra vita non giungono che a settanta’ diceva il Re Profeta. ‘Se ne possono vivere di più, ma sono sempre più dolorosi, e solo i forti vi reggono’.
Plinio menziona un censimento fatto sotto l’imperatore Vespasiano, dal quale sarebbe risultato che pure a quei tempi, proprio come ai nostri, il fatto che un uomo giungesse all’età di cent’anni era raro quanto straordinario.
Tuttavia senza risalire così indietro nei secoli, già nella cosiddetta epoca contemporanea troviamo casi numerosi di longevità che, al confronto della vita comune, possono sembrare addirittura prodigiosi.
Eccone alcuni:
Nei pressi di Sainte Colombe (alta Garonna) morì nell’anno 1838 una donna nubile, di nome Maria Priou, vecchia di 158 anni. A sessant’anni, certa che non le sarebbe rimasto molto da campare, aveva venduto le sue proprietà e versato l’intero ricavo a fondo perduto. Questa è la massima longevità registrata in Francia.
A Toledo il 6 Febbraio 1846, lo Stato Civile registro il decesso di una donna di 150 anni.
Nel Dicembre del 1839 l’uomo più vecchio della Germania era, secondo l’Osservatore di Trieste, un certo Hans Hertz, residente a Hildgssen in Slesia che aveva 142 anni.
Il chirurgo Politman, morto a Vandemont in Lorena nell’ottobre del 1825, ne aveva 140.
Il noto medico M.Dufournel, morto a Parigi nel 1810, aveva 120 anni. A cento gli si era fratturata una gamba successivamente perfettamente rinsaldata. Nel Marzo del 1870 un veterano agricoltore morì a Saint-Cernin anch’esso a 120 anni. Nel 1883 un’altro agricoltore di nome Dando morì a Lubiac dopo aver raggiunto la stessa età.
Mentre il 22 maggio 1865 a Thenezay (Deux-Sevres) morì Maria Mallet compiuti da poco i 115 anni. Lei a 110 ancora cucinava senza bisogno degli occhiali.


Ora ci limiteremo a riferire, senza nulla garantire, i casi più o meno autentici che si ritrovano in quasi tutti i trattati di macrobìa.

Samit Mungo, scozzese, e Peter Czarten, ungherese, morirono entrambi a 195 anni; Henrgz Ienkins, inglese, a 160 anni, il tedesco (Giorgio Wunder a 136, l’austriaco Mittelstadt a 125, lo svedese Douglas Gurgen a 120, la russa Mairia Willamof a 115.
Il più celebre questi macrobici è Thomas Parre. Questi vide susseguirsi sul trono d’Inghilterra ben nove sovrani. A 103 anni ancora accudiva alle sue faccende, ancora trebbiava il suo grano. Aveva giusto compiuto 152 anni quando il re Carlo II volle festeggiarlo, e tanto lo festeggio, che il povero vecchio morì.
Infatti l’autopsia eseguita dal celebre chirurgo Harvefr, dimostrò che a cagionare la morte era stata una indigestione. Causa puramente accidentale, dunque, vale a dire che se alla mensa regale non avesse mangiato tanto, L’eccezionale vegliardo forse avrebbe potuto vivere molti anni ancora. Il secolo XVIII pure ebbe molti centenari.
Rileviamo dalle gazzette dell’epoca i casi più singolari ed esemplari.
27 gennaio 1702 – a Smirne Francesco Hongo muore all’età di 114 anni. Non beveva mai altro che un decotto di scorzanera.
1721 – Un certo Aubry, vecchio d’oltre 116 anni, muore a Nancy. Colpito dal vaiolo a 104 anni, ne era guarito perfettamente.
Aprile 1726. – Giovanni d’Outrengo, coltivatore residente a Fesignan, Galizia, muore all’età di 147 anni. Non si cibava quasi mai d’altro che di farina di mais.
17 agosto 1737. – A 110 anni la vedova di Paolo il Bello, principe di Bussy, muore per una caduta. Il paniere della sua gonna, quello sbuffo che il costume muliebre del settecento sempre più gonfiava per meglio assottigliare il busto e la vita, l’aveva fatta incespicare.
2 febbraio 1755. — Morte della vedova Legier, 107enne. In tutta la sua vita non aveva mai calzato scarpe: andava scalza anche d’inverno, nei giorni più rigidi.
28 aprile 1756.Giovanni Pietro Mendez di Albufera (Spagna), muore a 130 anni. Ancora nell’ultimo anno di vita la sua vista gli permetteva di ammazzare lepri a caccia.
21 dicembre 1756. – Giovanni Maulmy muore a 119 anni, undici mesi e undici giorni. Si cibava unicamente di pane e fave cotte; non beveva altro che acqua. Due anni prima della sua morte, egli, percorreva a cavallo parecchie leghe ogni, giorno. Nessuno mai lo aveva visto adirarsi.
3 gennaio 1757. – Morte dell’ufficiale inglese Wilkins, centenario. Per cinquant’anni e mezzo era vissuto in prigionia.
19 marzo 1759. – Angelica di Lozirtigne muore a 106 anni, cacciatrice intrepida.
10 aprile 1759. – A Neufchatel Guglielmo Cartier muore all’età di 108 anni. Quando si ammalava, qualunque fosse il suo male, beveva la sua urina: era il suo unico rimedio.
9 gennaio 1760. — Morte di Crikion, zoccolaio di Ligi. A 103 anni aveva sposato una fanciulla di 15.
20 novembre 1760. – A Filadelfia un certo Cottrel muore a 120 anni. Sua moglie che ne aveva 115, non gli sopravvisse che per tre giorni. La loro vita coniugale, sempre esemplare per armonia, saldezza e moralità, era durata 98 anni.
24 febbraio 1763. – Morte di Cadet, donna nubile, nata a Vitry-le-Francais nel 1663. A 80 anni saltò dall’alto d’una scala a pioli. Perché? le si domandò. Per far saltare i miei anni, rispose ridendo l’ottuagenaria che, ancora agilissima nulla avev sofferto dal suo salto.
16 febbraio 1765. – Giovanni Antonio Bondini, medico italiano, muore a Carcheto nel suo 117° anno. Aveva esercitato la sua professione per oltre novantiacinque anni.
18 febbraio 1767. – Abramo Favrot muore a 104 anni nel suo villaggio natvo d’Onex (Svizzera). Aveva sempre la pipa in bocca.

Longevità e vita media

Ora vediamo i tempi vicini a noi. Sono così frequenti ancora i casi di longevità prodigiosi? E in media la nostra vita tende a prolungarsi o ad abbreviarsi?

E’ convinzione diffusa, chissà perché, che i nostri avi facessero vita più sana, in condizioni più salubri, e che fossero molto più di noi robusti e vitali.
Le statistiche, invece, come vedremo in seguito, dimostrano nel modo più indubbio che, quanto a sanità e vitalità, non abbiamo proprio nulla da invidiare ai secoli passati. D’altra parte il solo numero dei vecchi non basta a stabilire la vitalità d’un popolo: per quanto numerosi e avanti negli anni, essi non costituiscono mai un indice sicuro di grande vitalità generale.
Infatti nonostante l’esistenza di molti vecchi d’oltre cent’anni, la vitalità media della popolazione può essere piuttosto bassa, e viceversa.
Se non vi fosse più un sol centenario al mondo, ciò non significherebbe necessariamente che la nostra vita sia abbreviata.
Ora le statistiche dimostrano che la vita media, non che abbreviarsi, si prolunga sempre più, e che ciò avviene già da parecchi secoli.
Io ho potuto constatare che a Digione, per esempio, la vita media limitata a 24 anni e 4 mesi sino al settecento, è salita a 30 anni e 8 mesi nell’ottocento, e ora a 38 anni e 9 mesi. Non meno notevole è il progresso della vita probabile, vale a dire l’età massima che ciascuno può raggiungere con probabilità. Nel settecento a Digione non si poteva dare a un neonato più di undici anni di vita probabile. Nell’ottocento gli si poteva darne 22; ora 37 e mezzo.
Nel settecento metà delle nuove generazioni perivano prima dell’età di 12 anni. Dopo 47 anni solo un quarto sopravviveva; e dopo 55 solo un quinto.
Nel secolo seguente la proporzione di vivi aumentò. Ora dopo 38 anni, metà della generazione è ancora viva. Un quarto giunge normalmente all’età di 69 anni e un quinto passa i settanta. In questi ultimi tre secoli dunque la vita probabile alla nascita è più che triplicata.

Solo per I vecchi d’oltre settant’anni le probabilità di vita sono diminuite.

Varcare il secolo, a quanto pare, è di più in giù difficile.

Pensieri Giapponesi

Sto trascorrendo le mie vacanze in Giappone. Visitare un nuovo paese, incontrare persone differenti, anche con abitudini e modi di fare molto lontani dai soliti, porta a riflettere e fare confronti. Ma voglio essere attento e non cadere in infantili paragoni del tipo “Che bello vorrei vivere qui”. Queste sono trappole. Perchè dietro all’entusiasmo per il posto “bello” si nasconde la certezza che mai si farà qualcosa per “vivere qui”. La trappola è scattata, la scomodità di mettermi in discussione attraverso quello che vedo è già allontanata; sono salvo non devo scomodarmi per cambiare perché il cambiamento si può attuare solo se “vivo qui”.

Appunto trappole da evitare.

Una delle prime cose che colpisce di questo paese è la pulizia. Tokyo, con i suoi milioni di abitanti (mi sembra 13 in città e 35 nel distretto) è incredibilmente pulita e non è facile trovare un posto dove buttate della spazzatura. In giro si vedono spesso persone armate di scopa e raccoglitore che spazzano via anche quelle che sono imperfezioni rispetto alla strada. Foglie secche, piccoli frammenti di carta volati via da chissà dove, un biglietto della metro sfuggito di mano a qualche impiegato frettoloso. Lo fanno con serietà, con attenzione, con lo sguardo volto a terra per non farsi sfuggire nulla. Mi è venuta in mente la signora dell’AMA che, a Roma di fronte alla stazione della Metro di Rebibbia, muoveva in modo automatico la scopa a destra e sinistra, percorrendo tutto il marciapiede. Intanto parlava al telefono e, si era costretti a sentire dal tono della voce, raccontava quello che aveva fatto la domenica, quello che voleva cucinare e dava consigli su come fare un certo piatto. Ogni tanto si fermava e gesticolava, come se avesse di fronte il suo interlocutore. Sotto al suo sguardo, mozziconi, carte di gelato, buste di plastica e anche una lattina di birra venivano sparse qua e là dai movimenti ritmati della scopa. Pochi resti finivano nel raccoglitore con l’ultimo gesto di scopa.

Ho fatto un paragone simile su Facebook e Monica, una mia amica, mi ha rimproverato ricordandomi che non è tutto così bello, che anche qui la vita aliena le persone tanto che c’é un elevato numero di suicidi. Insomma mi ha sconsigliato di volerci venire a vivere. No Monica, forse nelle frettolose righe di Facebook mi sono spiegato male, non sto dicendo e non voglio dire “Che bello vorrei vivere qui”. Sono catturato dalla dignità con cui in Giappone si considera il lavoro. Parlo della dignità del lavoro, non del diritto al lavoro né tantomeno di dove io voglia lavorare.

Qui le persone che fanno un lavoro, non importa se umile o di rappresentanza, lo fanno come se fosse la cosa più importante del mondo. Lo fanno perché è dignitoso il loro modo di farlo e non il lavoro in sé. Ecco che il bigliettaio o il controllore che è fermo al tornello della metro, ha uno sguardo fiero e controlla cosa accade. Questo perché LUI è li e LUI fa la differenza di un lavoro fatto bene o male. Non può non farmi venire alla mente i controllori della stazione di Magliana, dove sotto al loro sguardo assente, quando non sono al telefono o a chiacchierare tra loro, passano due tre alla volta senza biglietto. Oppure alle loro spalle, si alla sinistra della camionetta dell’esercito o dei carabinieri messi a controllare scavalcano il cancello due ragazzi.

Noi abbiamo troppo spesso in concetto implicito del lavoro che è una rivisitazione della definizione di lavoro secondo Marx. Per noi, o molti di noi, il lavoro è uno scambio del nostro tempo col datore di lavoro. Per questo scambio veniamo pagati, non è nostra responsabilità se il lavoro viene fatto bene o meno. La qualità del lavoro è demandata all’organizzazione del lavoro e il fatto che il singolo lavoratore sia una parte soltanto del tutto lo deresponsabilizza dalla qualità del suo lavoro, perché questo viene valutato su scala generale e la singola attività è poco influente.

Ecco quindi che se l’Università va male, non è certo colpa di quei quattro impiegati, di cui parlavo su Facebook, che non mi si filavano quando sono arrivato allo sportello ed ho detto loro “Buongiorno”. L’Università va male perché la riforma é sbagliata, perché il Rettore ha organizzato male il lavoro, perché ci sono i baroni. Tutto vero, ma tutte trappole. La verità che nessuno vuole sentirsi dire é che l’Università andrebbe un po’ meglio se invece di quattro impiegati che non danno retta a chi entra, ce ne fosse uno pronto a rispondere a chi chiede informazioni.

Io questo voglio portarmi a casa del Giappone e metterlo nel MIO lavoro. Nulla di più vago e niente di meno concreto. Poi quello che fanno gli altri e dove lo fanno, non posso cambiarlo più di tanto e non so in quale altro modo se non con l’esempio.

Si ricomincia Starting again

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Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…20131223-200743.jpg
Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…

I miei piccoli segni

Spiaggia dei Cuticchi

Riserva del Monte Cofano – Spiaggia dei Cuticchi

Gli abiti, la pettinatura, le scarpe; ma anche l’andatura, la posizione e l’espressione del volto, il tono della voce e le parole usate, sono tutti segni che danno forma alla prima impressione su di noi. Sono anche i segni che mandiamo al mondo per dire a tutti “ecco io sono così”. Sono segni che sappiamo modificare ed adattare, per cambiare a nostro piacere il messaggio “ecco io sono così”. Lo cambiamo a seconda del nostro umore, del posto in cui siamo o dell’impressione che vogliamo dare. Le nostre carte da giocare nella partita delle relazioni, carte con cui sappiamo bluffare abilmente.

Ma come tanti bluff, dopo alcuni giri di carte vengono scoperti, così i nostri segni vengono messi in ombra da altri segni che mostrano aspetti più genuini di noi. Nel quotidiano, al lavoro, a scuola, a casa, lasciamo dei segni che rappresentano le tracce della nostra esistenza vera senza finzioni e senza schermi. Non più un messaggio diretto che dice “ecco io sono così” e che arriva prima di essere conosciuti, ma un residuo del nostro passaggio che dice “sono proprio io questo qui”, “questo identifica la mia presenza”.

Ecco che piccoli ed insignificanti residui della nostra esistenza, formano un’impressione di noi, nelle persone che frequentiamo ogni giorno, più vera, più nuda. Residui veramente insignificanti se presi isolati, ma giudici inflessibili di come siamo, quando sono collegati a noi. Quindi il tubetto di dentifricio non chiuso, il cassetto aperto, la maglia lasciata sulla sedia, la risposta secca, i patti abbandonati sul tavolo, non aggiungere “per favore” alla richiesta fatta, non salutare; di per sé non sono un dramma, ma ripetuti ogni giorno, fatti trovare di continuo, come gli odori lasciati dai cani per marcare il territorio, diventano “noi” agli occhi degli altri.

Dicono “chi è stato qui, se ne frega di me”, “qui è passato lui/lei”. Sul lavoro creano i gruppi o isolano le persone. In famiglia alimentano (inutilmente o meno, dipende dai casi) i contrasti e le discussioni. Nelle coppie, alla lunga, diventano oggetto di discussioni e scintille per innescare litigi. Contrasti e liti che sembrano farse se analizzati isolatamente; che io sappia nessuno è morto, si é ferito o è andato in rovina per un tappo di dentifricio non chiuso. Ma sono benzina per il fuoco delle incomprensioni.

Ecco, io penso che in questi casi, se gli attriti non nascondono cause o ferite più profonde, non si può non agire sui due fronti. Chi schizza come un gatto i propri odori deve dare, anzi darsi, la risposta onesta a queste domande: “è così che voglio essere?”, “voglio veramente dire questo a le persone che mi circondano?”. E non prendiamoci in giro con la risposta sbrigativa e infantile “si”: è un comodo nascondiglio. In questo caso dobbiamo dire “si, perché …..”, dove il perché deve essere veramente convincente e formare una linea di azione. Noi e solo noi siamo gli autisti della nostra vita, non sono ammesse distrazioni.

Chi trova le nostre tracce invece ha molte scelte. Può farcelo notare, perché sa che siamo migliori rispetto a quello che dicono i segni che distrattamente lasciamo in giro. Può farcelo notare in modo ossessivo, ed è una richiesta di attenzioni. Può notarlo, porre rimedio e sorridere pensando che è il segno della vicinanza della persona amata. Può ignorarlo; ma non illudiamoci, non per questo quei piccoli segni smetteranno di dire al mondo come siamo veramente.Gli abiti, la pettinatura, le scarpe; ma anche l’andatura, la posizione e l’espressione del volto, il tono della voce e le parole usate, sono tutti segni che danno forma alla prima impressione su di noi. Sono anche i segni che mandiamo al mondo per dire a tutti “ecco io sono così”. Sono segni che sappiamo modificare ed adattare, per cambiare a nostro piacere il messaggio “ecco io sono così”. Lo cambiamo a seconda del nostro umore, del posto in cui siamo o dell’impressione che vogliamo dare. Le nostre carte da giocare nella partita delle relazioni, carte con cui sappiamo bluffare abilmente.

Ma come tanti bluff, dopo alcuni giri di carte vengono scoperti, così i nostri segni vengono messi in ombra da altri segni che mostrano aspetti più genuini di noi. Nel quotidiano, al lavoro, a scuola, a casa, lasciamo dei segni che rappresentano le tracce della nostra esistenza vera senza finzioni e senza schermi. Non più un messaggio diretto che dice “ecco io sono così” e che arriva prima di essere conosciuti, ma un residuo del nostro passaggio che dice “sono proprio io questo qui”, “questo identifica la mia presenza”.

Ecco che piccoli ed insignificanti residui della nostra esistenza, formano un’impressione di noi, nelle persone che frequentiamo ogni giorno, più vera, più nuda. Residui veramente insignificanti se presi isolati, ma giudici inflessibili di come siamo, quando sono collegati a noi. Quindi il tubetto di dentifricio non chiuso, il cassetto aperto, la maglia lasciata sulla sedia, la risposta secca, i patti abbandonati sul tavolo, non aggiungere “per favore” alla richiesta fatta, non salutare; di per sé non sono un dramma, ma ripetuti ogni giorno, fatti trovare di continuo, come gli odori lasciati dai cani per marcare il territorio, diventano “noi” agli occhi degli altri.

Dicono “chi è stato qui, se ne frega di me”, “qui è passato lui/lei”. Sul lavoro creano i gruppi o isolano le persone. In famiglia alimentano (inutilmente o meno, dipende dai casi) i contrasti e le discussioni. Nelle coppie, alla lunga, diventano oggetto di discussioni e scintille per innescare litigi. Contrasti e liti che sembrano farse se analizzati isolatamente; che io sappia nessuno è morto, si é ferito o è andato in rovina per un tappo di dentifricio non chiuso. Ma sono benzina per il fuoco delle incomprensioni.

Ecco, io penso che in questi casi, se gli attriti non nascondono cause o ferite più profonde, non si può non agire sui due fronti. Chi schizza come un gatto i propri odori deve dare, anzi darsi, la risposta onesta a queste domande: “è così che voglio essere?”, “voglio veramente dire questo a le persone che mi circondano?”. E non prendiamoci in giro con la risposta sbrigativa e infantile “si”: è un comodo nascondiglio. In questo caso dobbiamo dire “si, perché …..”, dove il perché deve essere veramente convincente e formare una linea di azione. Noi e solo noi siamo gli autisti della nostra vita, non sono ammesse distrazioni.

Chi trova le nostre tracce invece ha molte scelte. Può farcelo notare, perché sa che siamo migliori rispetto a quello che dicono i segni che distrattamente lasciamo in giro. Può farcelo notare in modo ossessivo, ed è una richiesta di attenzioni. Può notarlo, porre rimedio e sorridere pensando che è il segno della vicinanza della persona amata. Può ignorarlo; ma non illudiamoci, non per questo quei piccoli segni smetteranno di dire al mondo come siamo veramente.

Nessuno mi puó giudicareNone can judge me!

20130829-091536.jpg Sui muri della stazione per l’aeroporto ho letto la frase “nessuno può giudicare”. Con lo stesso spray e nello stesso stile, vicino era scritto “Riprendiamoci la libertà”. Mi colpisce e mi incuriosisce sempre quando si invoca la libertà. È un concetto astratto e, sopratutto, soggettivo; come la ricchezza. Per uno studente universitario avere uno stipendio di 1500 euro può rappresentare un traguardo e farlo sentire ricco. Un impiegato che lavora da quindici anni con uno stipendio di 1500 euro, probabilmente pensa che se avesse 2000, o anche 2200 euro al mese, potrebbe fare una vita da sogno. Insomma, non importa quanto si é ricchi perché lo si può essere di più. E avere meno soldi di quanto ne abbiamo, ci fa sempre sentire più poveri. Comunque, ci sarà sempre qualcuno che considera, quello che per noi è un livello di povertà, come una ricchezza da sogno. Per la libertà è anche più complesso. Perché non c’é un numero che esprime quanto siamo liberi; in più, non c’è una direzione unica verso cui aumenta la libertà. Quindi un’azione che a me fa essere più libero non è detto che produca lo stesso effetto su un’altra persona. Anzi potrebbe, per lui, risultare in una riduzione della libertà. Parafrasando un problema di logica matematica: “Se uno è libero in assoluto, e sceglie di essere schiavo, è ancora libero?”. Ma torniamo al nostro autore. Forse non si rende conto che sta invocando una forma di coercizione. Perché se nessuno può giudicare, lui non può giudicare e dove stabilisce il confine tra giudizio ed opinione? Solo quando non implica una persona? Significa, comunque limitare le sue possibilità di esprimere opinioni. Invece io vorrei che tutti potessero, se lo vogliono, giudicarmi. Solo così anch’io avrò la mia libertà di opinione. Vorrei che potessero giudicarmi in modo aperto, esplicito ed esprimere la loro soggettività di giudizio, così da darmi modo, se voglio, di opinare i giudizi che non condivido. Questo non é possibile nella nostra società e probabilmente è un’utopia. Anche se non è così evidente, la nostra società, come l’anonimo writer, usa come sinonimi le parole giudizio e condanna. Ecco che nei piccoli paesi, dove siamo riconosciuti come individui e non siamo anonime persone, il giudizio altrui pesa come una condanna ed influenza il modo di vestire, di comportarsi o, addirittura i luoghi in cui non farsi vedere. Suggerirei all’anonimo writer di esercitarsi a leggere i giudizi degli altri e leggerli in modo aperto, spesso contengono degli stimoli che ci fanno migliorare e non sarà mai un giudizio inappropriato a farmi diventare peggiore. PS ma lo sa ‘sto writer che ha violato la mia libertà di partire da una stazione pulita? E poi spenda ancora un po’ di soldi in spray, che confronto ai disegni che erano lì vicino manca ancora molto di stile. Ooops, l’ho giudicato! ( l’immagine é una stupenda realizzazione che potete vedere qui http://www.choishine.com/port_projects/landsnet/landsnet.html)20130829-091536.jpg Sui muri della stazione per l’aeroporto ho letto la frase “nessuno può giudicare”. Con lo stesso spray e nello stesso stile, vicino era scritto “Riprendiamoci la libertà”. Mi colpisce e mi incuriosisce sempre quando si invoca la libertà. È un concetto astratto e, sopratutto, soggettivo; come la ricchezza. Per uno studente universitario avere uno stipendio di 1500 euro può rappresentare un traguardo e farlo sentire ricco. Un impiegato che lavora da quindici anni con uno stipendio di 1500 euro, probabilmente pensa che se avesse 2000, o anche 2200 euro al mese, potrebbe fare una vita da sogno. Insomma, non importa quanto si é ricchi perché lo si può essere di più. E avere meno soldi di quanto ne abbiamo, ci fa sempre sentire più poveri. Comunque, ci sarà sempre qualcuno che considera, quello che per noi è un livello di povertà, come una ricchezza da sogno. Per la libertà è anche più complesso. Perché non c’é un numero che esprime quanto siamo liberi; in più, non c’è una direzione unica verso cui aumenta la libertà. Quindi un’azione che a me fa essere più libero non è detto che produca lo stesso effetto su un’altra persona. Anzi potrebbe, per lui, risultare in una riduzione della libertà. Parafrasando un problema di logica matematica: “Se uno è libero in assoluto, e sceglie di essere schiavo, è ancora libero?”. Ma torniamo al nostro autore. Forse non si rende conto che sta invocando una forma di coercizione. Perché se nessuno può giudicare, lui non può giudicare e dove stabilisce il confine tra giudizio ed opinione? Solo quando non implica una persona? Significa, comunque limitare le sue possibilità di esprimere opinioni. Invece io vorrei che tutti potessero, se lo vogliono, giudicarmi. Solo così anch’io avrò la mia libertà di opinione. Vorrei che potessero giudicarmi in modo aperto, esplicito ed esprimere la loro soggettività di giudizio, così da darmi modo, se voglio, di opinare i giudizi che non condivido. Questo non é possibile nella nostra società e probabilmente è un’utopia. Anche se non è così evidente, la nostra società, come l’anonimo writer, usa come sinonimi le parole giudizio e condanna. Ecco che nei piccoli paesi, dove siamo riconosciuti come individui e non siamo anonime persone, il giudizio altrui pesa come una condanna ed influenza il modo di vestire, di comportarsi o, addirittura i luoghi in cui non farsi vedere. Suggerirei all’anonimo writer di esercitarsi a leggere i giudizi degli altri e leggerli in modo aperto, spesso contengono degli stimoli che ci fanno migliorare e non sarà mai un giudizio inappropriato a farmi diventare peggiore. PS ma lo sa ‘sto writer che ha violato la mia libertà di partire da una stazione pulita? E poi spenda ancora un po’ di soldi in spray, che confronto ai disegni che erano lì vicino manca ancora molto di stile. Ooops, l’ho giudicato! ( l’immagine é una stupenda realizzazione che potete vedere qui http://www.choishine.com/port_projects/landsnet/landsnet.html)

L’inglese lo conosco poco, ma l’Italiano lo capisco abbastanza

Oggi inizio un piccolo viaggio da solo. In due giorni arriverò in Francia in una località di montagna subito dopo il confine Piemontese. Quindi, vestito e carico di bagagli come un turista sono uscito di casa alle otto passando per metro, attese, stazioni, banchine. Tutti posti molto frequentati, soprattuto in questo periodo da turisti, spesso stranieri. Si riconoscono, oltre che per il loro abbigliamento e l’attrezzatura, per il modo con cui camminano e guardano in giro. Il turista è in vacanza ed è in un luogo nuovo, quindi cammina non per spostarsi, come fanno i lavoratori nel tragitto casa-ufficio, ma in modo funzionale per vedere il posto che lo circonda, per raccogliere tutte quelle informazioni visive che gli servono per orientarsi. Ne consegue che lo sguardo é diverso. Alla ricerca di un indizio o di un riferimento, per trovare l’indicazione, la direzione o per vedere particolarità e bellezze del posto.
Questa differenza è ben conosciuta da ladruncoli e borseggiatori che sanno subito individuare l’oggetto delle loro attenzioni.
Ed oggi anche io sono sceso in metropolitana con l’atteggiamento del turista. Però io, da turista in patria, non potevo non notare segni e particolari italici, che sfuggono al turista autentico. Si, perché al di là della lingua, ci sono comunicazioni in gesti e segni che solo l’esperienza di un nativo permette di distinguere ed interpretare per quello che sono.

20130720-115959.jpgEsco di casa e mi dirigo verso la stazione. In una via entrambe i marciapiedi sono impraticabili perché ci sono dei lavori di ripavimentazione. Fatti bene, scavi profondi eliminano gli avvallamenti e le buche, ampliano gli accessi alle fogne, sistemano ed aumentano gli spazi dedicati agli alberi esistenti e nuovi. Da poco prima delle elezioni per il sindaco sono iniziati questi lavori che, strada, per strada, trasformano in praticabili quei marciapiedi che da più di dieci anni erano trappole per anziani. La mia vicina di casa é solo una dei tanti che ho visto cadere che, dopo essersi rotta il femore, ha chiesto un risarcimento al Comune e si é vista concludere il procedimento giudiziaro con una sentenza che motivava il nulla di fatto dicendo che “lei doveva essere più attenta a dove metteva i piedi”. Quindi a parte le passate esperienza qualcosa sta cambiando. Mentre vedevo i tre operai al lavoro mi é venuto in mente un articolo dove si descriveva il modo in cui in Cina hanno costruito una strada di 200 km in due settimane. Con 2000 operai divisi in squadre su 200 camion attrezzati si posizionavano sul tracciato ed ogni giorno una squadra completava 150 metri di strada. Nel mio quartiere, prima passano a chiudere una strada con il nastro rosso e bianco che segnala il cantiere, dopo circa una settimana installano il gabinetto mobile di legge e in circa un mese terminano tutti i lavori restituendo il marciapiede di un isolato nuovo ed alberato.

20130720-115719.jpgScendo in metropolitana e trovo delle transenne che, da una parte limitano il passaggio ai passeggeri, e dall’altra formano una specie di gabbia come quelle per gli animali, dove all’interno ci lavora un operaio, lentamente, con le stesse movenze degli orsi bianchi allo zoo quando di estate soffrono il caldo. La nuova stazione della metro, appena aperta al pubblico, il giorno della prima pioggia rivelò quanto scivolosa e pericolosa fosse la pavimentazione appena fatta. Chissà con quale competenza, impegno e professionalitá gli architetti e i progettisti avranno scelto i materiali. Fatto sta che, arrivate le prime piogge dell’autunno il pavimento ricordava di più uno scivolo dell’Acquafan piuttosto che l’ingrasso della metro. Quindi apparvero le caratteristiche transenne e ci fu un intervento risolutivo: con un macchinario grattarono in modo irregolare il rivestimento appena posato. Si, si lo grattarono e in alcuni punti risaltava il grigio del cemento con sfumature crescenti del rosso del materiale di rivestimento. Bene oggi nella gabbia di transenne c’era un posatore che spalmava con cura ed attenzione, il nuovo rivestimento attorno alle luci incassate nel percorso pedonale. Evidentemente non aveva rivestito le luci con carta o plastica protettiva per evidenziare la sua abilità. Infatti ora, contando gli sbaffi del nuovo rivestimento rosso rimaste sulle lampade, si avrà memoria della sua destrezza come con una votazione dei giudici olimpici per la prestazione di un atleta.

Arrivato alla Stazione Tiburtina mi colpiscono subito gli inservienti delle Ferrovie disponibili per informazioni. Non é ironia, sono per lo più dei ragazzi gentili e ben disposti che si avvicinano ai turisti (anche loro hanno occhio a me non hanno chiesto nulla) per dare informazioni. Ad alcuni sono rimasto vicino per ascoltarli e, spesso, in un inglese sintetico, ma non improvvisato guidavano i disorientati di turno verso il binario o la biglietteria appropriati.
20130720-120146.jpg Devo dire che ho notato anche una porta chiusa con un nastro dove era scritto “luogo sottoposto a sequestro per procedimento penale” su due cartelli, forse per dare più solennità all’avvertimento. Ma l’ho notato di sfuggita perché mi sono diretto in bagno. L’ho trovato facilmente grazie alle indicazioni ed al carrello dell’inserviente delle pulizie che stazionava fuori. Sono entrato ed ho approfittato del posto, all’uscita il carrello era andato, forse a lasciare pulito allo stesso modo un’altro bagno. Unica nota stonata, la mancanza di qualsiasi dispositivo o distributore di fazzoletti che permettesse di asciugarsi le mani.

20130720-120840.jpg Invece una cosa curiosa era il telefonino, non proprio di ultima generazione e con dei pezzi attaccati con lo scotch, lasciato per terra nel corridoio appeso al suo alimentatore per ricaricarsi.

Finalmente sono partito sul treno verso il nord. Anche qui, benché io sia da molto un frequentatore dei treni, ho scoperto delle novità. Un lavoratore delle ferrovie percorre il treno per pulire e togliere eventuali segni di passeggeri ineducati o distratti.Oggi inizio un piccolo viaggio da solo. In due giorni arriverò in Francia in una località di montagna subito dopo il confine Piemontese. Quindi, vestito e carico di bagagli come un turista sono uscito di casa alle otto passando per metro, attese, stazioni, banchine. Tutti posti molto frequentati, soprattuto in questo periodo, da molti turisti spesso stranieri. Si riconoscono, oltre che per il loro abbigliamento ed attrezzatura, per il modo con cui camminano e guardano in giro. Il turista è in vacanza ed è in un luogo nuovo, quindi cammina non per spostarsi, come fanno i lavoratori nel tragittò casa-ufficio, ma in modo funzionale a vedere il posto che lo circonda, a raccogliere tutte quelle informazioni visive che gli servono per orientarsi. Ne consegue che lo sguardo é diverso. Alla ricerca di un indizio o di un riferimento, per trovare l’indicazione, la direzione o per vedere particolarità e bellezze del posto.
Questa differenza è ben conosciuta da ladruncoli e borseggiatori che sanno subito individuare l’oggetto delle loro attenzioni.
Ed oggi anche io sono sceso in metropolitana con l’atteggiamento del turista. Però io, da turista in patria, non potevo non notare segni e particolari italici, che sfuggono al turista autentico. Si, perché al di là della lingua, ci sono comunicazioni in gesti e segni che solo l’esperienza di un nativo permette di distinguere ed interpretare per quello che sono.

20130720-115959.jpgEsco di casa e mi dirigo verso la stazione. In una via entrambe i marciapiedi sono impraticabili perché ci sono dei lavori di ripavimentazione. Fatti bene, scavi profondi eliminano gli avvallamenti e le buche, ampliano gli accessi alle fogne, sistemano ed aumentano gli spazi dedicati agli alberi esistenti e nuovi. Da poco prima delle elezioni per il sindaco sono iniziati questi lavori che, strada, per strada, trasformano in praticabili quei marciapiedi che da più di dieci anni erano trappole per anziani. La mia vicina di casa é solo una dei tanti che ho visto cadere che, dopo essersi rotta il femore, ha chiesto un risarcimento al Comune e si é vista concludere il procedimento giudiziaro con una sentenza che motivava il nulla di fatto dicendo che “lei doveva essere più attenta a dove metteva i piedi”. Quindi a parte le passate esperienza qualcosa sta cambiando. Mentre vedevo i tre operai al lavoro mi é venuto in mente un articolo dove si descriveva il modo in cui in Cina hanno costruito una strada di 200 km in due settimane. Con 2000 operai divisi in squadre su 200 camion attrezzati si posizionavano sul tracciato ed ogni giorno una squadra completava 150 metri di strada. Nel mio quartiere, prima passano a chiudere una strada con il nastro rosso e bianco che segnala il cantiere, dopo circa una settimana installano il gabinetto mobile di legge e in circa un mese terminano tutti i lavori restituendo il marciapiede di un isolato nuovo ed alberato.

20130720-115719.jpgScendo in metropolitana e trovo delle transenne che, da una parte limitano il passaggio ai passeggeri, e dall’altra formano una specie di gabbia come quelle per gli animali, dove all’interno ci lavora un operaio, lentamente, con le stesse movenze degli orsi bianchi allo zoo quando di estate soffrono il caldo. La nuova stazione della metro, appena aperta al pubblico, il giorno della prima pioggia rivelò quanto scivolosa e pericolosa fosse la pavimentazione appena fatta. Chissà con quale competenza, impegno e professionalitá gli architetti e i progettisti avranno scelto i materiali. Fatto sta che, arrivate le prime piogge dell’autunno il pavimento ricordava di più uno scivolo dell’Acquafan piuttosto che l’ingrasso della metro. Quindi apparvero le caratteristiche transenne e ci fu un intervento risolutivo: con un macchinario grattarono in modo irregolare il rivestimento appena posato. Si, si lo grattarono e in alcuni punti risaltava il grigio del cemento con sfumature crescenti del rosso del materiale di rivestimento. Bene oggi nella gabbia di transenne c’era un posatore che spalmava con cura ed attenzione, il nuovo rivestimento attorno alle luci incassate nel percorso pedonale. Evidentemente non aveva rivestito le luci con carta o plastica protettiva per evidenziare la sua abilità. Infatti ora, contando gli sbaffi del nuovo rivestimento rosso rimaste sulle lampade, si avrà memoria della sua destrezza come con una votazione dei giudici olimpici per la prestazione di un atleta.

Arrivato alla Stazione Tiburtina mi colpiscono subito gli inservienti delle Ferrovie disponibili per informazioni. Non é ironia, sono per lo più dei ragazzi gentili e ben disposti che si avvicinano ai turisti (anche loro hanno occhio a me non hanno chiesto nulla) per dare informazioni. Ad alcuni sono rimasto vicino per ascoltarli e, spesso, in un inglese sintetico, ma non improvvisato guidavano i disorientati di turno verso il binario o la biglietteria appropriati.
20130720-120146.jpg Devo dire che ho notato anche una porta chiusa con un nastro dove era scritto “luogo sottoposto a sequestro per procedimento penale” su due cartelli, forse per dare più solennità all’avvertimento. Ma l’ho notato di sfuggita perché mi sono diretto in bagno. L’ho trovato facilmente grazie alle indicazioni ed al carrello dell’inserviente delle pulizie che stazionava fuori. Sono entrato ed ho approfittato del posto, all’uscita il carrello era andato, forse a lasciare pulito allo stesso modo un’altro bagno. Unica nota stonata, la mancanza di qualsiasi dispositivo o distributore di fazzoletti che permettesse di asciugarsi le mani.
20130720-120840.jpg
Invece una cosa curiosa era il telefonino, non proprio di ultima generazione e con dei pezzi attaccati con lo scotch, lasciato per terra nel corridoio appeso al suo alimentatore per ricaricarsi.

Finalmente sono partito sul treno verso il nord. Anche qui, benché io sia da molto un frequentatore dei treni, ho scoperto delle novità. Un lavoratore delle ferrovie percorre il treno per pulire e togliere eventuali segni di passeggeri ineducati o distratti.

Il Lavoro è un diritto

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In autobus ero vicino a due ragazzi, poco piú che ventenni, vestiti in giacca e cravatta, che parlavano del loro lavoro. Dai loro discorsi ho capito che lavorano in un call center che vende contratti di abbonamento per Sky. Ne parlavano come di un buon lavoro anche se i rapporti con i loro manager o coordinatori non dovevano essere dei migliori. Mi ha colpito la frase di uno “io non posso pensare solo al lavoro, devo pensare anche alla mia vita”. Sul momento ho notato solo l’effetto di stonatura che avevo provato, e ho iniziato a riflettere sul perché.
Quel “Devo pensare ANCHE alla mia vita” in antitesi con il lavoro non fa parte del mio modo di pensare. Sono cresciuto in una famiglia dove il lavoro era considerato parte integrante ed inseparabile della propria vita, non un elemento estraneo; chi non lavorava era o un fannullone o malato.
La possibilitá di migliorare la propria situazione, di avanzare nella societá, di sentirsi felici, era strettamente legata al buon esito ed ai successi sul lavoro. Ed il lavoro era l’attivitá che ciascuno faceva per essere utile e per essere “qualcuno”. Per i bambini era lo studio: “studia, studia, che sennó da grande non trovi lavoro”, “studia che sennó da grande fai il monnezzaro” diceva mia nonna. E non lo diceva con disprezzo o altezzositá per le persone che facevano quel lavoro, ma era il suo modo di farmi capire che l’impegno e lo sforzo era l’unico modo per veder realizzate un domani le mie aspirazioni.

Dalla Costituzione Italiana spesso si sente citare l’Art.1 “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Subito seguito dalla citazione dell’articolo 4 che parla del diritto al lavoro di tutti i cittadini. Ma chissá perché questo viene citato, commentato e urlato nelle manifestazioni in modo monco. L’Art.4 dice “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

La parte del dovere è spesso tralasciata. E viene spiegato bene anche perché il lavoro è un dovere: per concorrere al progresso materiale o spirituale della societá. Mia nonna lo vedeva come il progresso suo e della sua famiglia, la costituzione parla della società

Quindi a quelle persone dal pensiero “che il lavoro non é tutto” vorrei dire che tantomeno pensare a se stessi non è tutto, anzi è proprio poco.

PS: Nella foto potete vedere la Nonna di mia suocera al lavoro.20130521-102020.jpg

In autobus ero vicino a due ragazzi, poco piú che ventenni, vestiti in giacca e cravatta, che parlavano del loro lavoro. Dai loro discorsi ho capito che lavorano in un call center che vende contratti di abbonamento per Sky. Ne parlavano come di un buon lavoro anche se i rapporti con i loro manager o coordinatori non dovevano essere dei migliori. Mi ha colpito la frase di uno “io non posso pensare solo al lavoro, devo pensare anche alla mia vita”. Sul momento ho notato solo l’effetto di stonatura che avevo provato, e ho iniziato a riflettere sul perché.
Quel “Devo pensare ANCHE alla mia vita” in antitesi con il lavoro non fa parte del mio modo di pensare. Sono cresciuto in una famiglia dove il lavoro era considerato parte integrante ed inseparabile della propria vita, non un elemento estraneo; chi non lavorava era o un fannullone o malato.
La possibilitá di migliorare la propria situazione, di avanzare nella societá, di sentirsi felici, era strettamente legata al buon esito ed ai successi sul lavoro. Ed il lavoro era l’attivitá che ciascuno faceva per essere utile e per essere “qualcuno”. Per i bambini era lo studio: “studia, studia, che sennó da grande non trovi lavoro”, “studia che sennó da grande fai il monnezzaro” diceva mia nonna. E non lo diceva con disprezzo o altezzositá per le persone che facevano quel lavoro, ma era il suo modo di farmi capire che l’impegno e lo sforzo era l’unico modo per veder realizzate un domani le mie aspirazioni.

Dalla Costituzione Italiana spesso si sente citare l’Art.1 “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Subito seguito dalla citazione dell’articolo 4 che parla del diritto al lavoro di tutti i cittadini. Ma chissá perché questo viene citato, commentato e urlato nelle manifestazioni in modo monco. L’Art.4 dice “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

La parte del dovere è spesso tralasciata. E viene spiegato bene anche perché il lavoro è un dovere: per concorrere al progresso materiale o spirituale della societá. Mia nonna lo vedeva come il progresso suo e della sua famiglia, la costituzione parla della società

Quindi a quelle persone dal pensiero “che il lavoro non é tutto” vorrei dire che tantomeno pensare a se stessi non è tutto, anzi è proprio poco.

L’importante è partecipare? No è il perché si partecipa….The important thing is to participate? No it’s because you join ….

Conner e Cayden LongUna delle grandi stupidaggini che ci vengono propinate fin da piccoli è che «l’importante non è vincere, ma partecipare», attribuendo questa frase a Pierre de Coubertin. Secondo me è la base di un’idea distorta che porta a non impegnarsi per vincere. Ma attenzione, l’importante non è nemmeno vincere! Questa è un’altra interpretazione, altrettanto distorta, che idolatra i vincitori e considera nullità tutti gli altri.

Direte: “E quante ne vuoi! Allora per te nulla è importane? Non ti va bene nulla!”. No, a me va bene quello che veramente ha detto de Couberten (lo riporto in francese, tanto si capisce): «L’important dans la vie ce n’est point le triomphe, mais le combat, l’essentiel ce n’est pas d’avoir vaincu mais de s’être bien battu.». Capito? L’importante è partecipare per vincere, sapere dare il meglio di se stessi senza risparmiarsi. Capire che sacrificio, riconoscimento dell sconfitta, impegno, sono i veri valori che formano una persona.

Ma allora se uno si rende conto che in una qualsiasi competizione non arriverà mai al podio è meglio che si ritira, che non partecipi, che non lotti? Dipende da cosa è il podio. Perché non sempre il podio significa il primo, il secondo o il terzo posto. A volte, anzi spesso, il podio è rappresentato dai nostri obiettivi. Qui è il potere formativo dello sport: insegnarti a raggiungere obiettivi che non sono assoluti, ma sono delle sfide a cui solo te puoi partecipare perché sono solo nostre e per questo vale la pena di impegnarsi, di sacrificarsi per esserne vincitori di fronte a noi e non ad altri.

Un esempio concreto sono i fratelli Conner e Cayden Long. Cayden, nato con problemi celebrali che non gli permettono di camminare e di parlare, nel 2011 aveva sei anni. Suo fratello Conner ne aveva otto e voleva divertirsi insieme a Cayden perchè voleva stare insieme. Leggete la loro storia in questo articolo e vedete il video. C’è chi vede Conner come un eroe, ma lui non capisce il perché. Per lui, queste gare sono solo la possibilità di divertirsi insieme a suo fratello. Allora cosa è importante per voi?
Conner e Cayden LongOne of the great nonsense that we are dished up since they were children is that “it’s important not to win, but to participate“, giving this sentence to Pierre de Coubertin. I believe it is the basis of a false idea that leads to not commit themselves to win. But attention, the important thing is not even win!
This is another interpretation, equally distorted, which idolizes the winners and be deemed void all the others.

You will say: “What do you say? Then for you nothing is important? Won’t okay nothing!”. No, to me okay is what really said de Couberten (here in French, but you can understand): “l’important dans la vie ce n’est point le triomphe, mais le combat, l’essentiel ce n’est pas d’avoir vaincu mais de s ‘ être bien battu.“. Got It? The important thing is to participate with the aim to win, to give the best of themselves unstintingly. Understand that sacrifice, recognition of defeat, commitment, are the true values that build a person.

So, if one realizes that in any competition he will never come to the podium, is better than he retires, to not participate, that no lots? Depends on what is “the podium”. Because not always the podium means the first, second or third place. Sometimes, indeed often, the podium is represented by our goals. Here is the power of sports training: teach you to reach goals that are not absolute but are the challenges to which you can participate because they are your own and this is worth engaging, to sacrifice himself to become winners in front of us and not for others.

A concrete example are the Conner and Cayden Long brothers. In 2011 Cayden, born with brain problems that did not allow him to walk and talk, was six years old. His brother Conner had eight and wanted to have fun with Cayden. Read their story in this article and see the video. There are those who see Conner as a hero, but he doesn’t understand why. For him, these races are just a chance to have fun together with his brother. So what is important to you?