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Pensieri Giapponesi

Sto trascorrendo le mie vacanze in Giappone. Visitare un nuovo paese, incontrare persone differenti, anche con abitudini e modi di fare molto lontani dai soliti, porta a riflettere e fare confronti. Ma voglio essere attento e non cadere in infantili paragoni del tipo “Che bello vorrei vivere qui”. Queste sono trappole. Perchè dietro all’entusiasmo per il posto “bello” si nasconde la certezza che mai si farà qualcosa per “vivere qui”. La trappola è scattata, la scomodità di mettermi in discussione attraverso quello che vedo è già allontanata; sono salvo non devo scomodarmi per cambiare perché il cambiamento si può attuare solo se “vivo qui”.

Appunto trappole da evitare.

Una delle prime cose che colpisce di questo paese è la pulizia. Tokyo, con i suoi milioni di abitanti (mi sembra 13 in città e 35 nel distretto) è incredibilmente pulita e non è facile trovare un posto dove buttate della spazzatura. In giro si vedono spesso persone armate di scopa e raccoglitore che spazzano via anche quelle che sono imperfezioni rispetto alla strada. Foglie secche, piccoli frammenti di carta volati via da chissà dove, un biglietto della metro sfuggito di mano a qualche impiegato frettoloso. Lo fanno con serietà, con attenzione, con lo sguardo volto a terra per non farsi sfuggire nulla. Mi è venuta in mente la signora dell’AMA che, a Roma di fronte alla stazione della Metro di Rebibbia, muoveva in modo automatico la scopa a destra e sinistra, percorrendo tutto il marciapiede. Intanto parlava al telefono e, si era costretti a sentire dal tono della voce, raccontava quello che aveva fatto la domenica, quello che voleva cucinare e dava consigli su come fare un certo piatto. Ogni tanto si fermava e gesticolava, come se avesse di fronte il suo interlocutore. Sotto al suo sguardo, mozziconi, carte di gelato, buste di plastica e anche una lattina di birra venivano sparse qua e là dai movimenti ritmati della scopa. Pochi resti finivano nel raccoglitore con l’ultimo gesto di scopa.

Ho fatto un paragone simile su Facebook e Monica, una mia amica, mi ha rimproverato ricordandomi che non è tutto così bello, che anche qui la vita aliena le persone tanto che c’é un elevato numero di suicidi. Insomma mi ha sconsigliato di volerci venire a vivere. No Monica, forse nelle frettolose righe di Facebook mi sono spiegato male, non sto dicendo e non voglio dire “Che bello vorrei vivere qui”. Sono catturato dalla dignità con cui in Giappone si considera il lavoro. Parlo della dignità del lavoro, non del diritto al lavoro né tantomeno di dove io voglia lavorare.

Qui le persone che fanno un lavoro, non importa se umile o di rappresentanza, lo fanno come se fosse la cosa più importante del mondo. Lo fanno perché è dignitoso il loro modo di farlo e non il lavoro in sé. Ecco che il bigliettaio o il controllore che è fermo al tornello della metro, ha uno sguardo fiero e controlla cosa accade. Questo perché LUI è li e LUI fa la differenza di un lavoro fatto bene o male. Non può non farmi venire alla mente i controllori della stazione di Magliana, dove sotto al loro sguardo assente, quando non sono al telefono o a chiacchierare tra loro, passano due tre alla volta senza biglietto. Oppure alle loro spalle, si alla sinistra della camionetta dell’esercito o dei carabinieri messi a controllare scavalcano il cancello due ragazzi.

Noi abbiamo troppo spesso in concetto implicito del lavoro che è una rivisitazione della definizione di lavoro secondo Marx. Per noi, o molti di noi, il lavoro è uno scambio del nostro tempo col datore di lavoro. Per questo scambio veniamo pagati, non è nostra responsabilità se il lavoro viene fatto bene o meno. La qualità del lavoro è demandata all’organizzazione del lavoro e il fatto che il singolo lavoratore sia una parte soltanto del tutto lo deresponsabilizza dalla qualità del suo lavoro, perché questo viene valutato su scala generale e la singola attività è poco influente.

Ecco quindi che se l’Università va male, non è certo colpa di quei quattro impiegati, di cui parlavo su Facebook, che non mi si filavano quando sono arrivato allo sportello ed ho detto loro “Buongiorno”. L’Università va male perché la riforma é sbagliata, perché il Rettore ha organizzato male il lavoro, perché ci sono i baroni. Tutto vero, ma tutte trappole. La verità che nessuno vuole sentirsi dire é che l’Università andrebbe un po’ meglio se invece di quattro impiegati che non danno retta a chi entra, ce ne fosse uno pronto a rispondere a chi chiede informazioni.

Io questo voglio portarmi a casa del Giappone e metterlo nel MIO lavoro. Nulla di più vago e niente di meno concreto. Poi quello che fanno gli altri e dove lo fanno, non posso cambiarlo più di tanto e non so in quale altro modo se non con l’esempio.

Elezioni-Europee-Porcellum

Election Day e OpenGovernment: Il neofeudalesimo Italiano


Mi sono alzato con comodo e, mentre facevo la mia solita colazione abbondante, mi sono ricordato: oggi si vota. Bene. Finisco di mangiare, tiro fuori la tessera elettorale, il documento, apro la tessera e, sorpresa! La carta piena di timbri mi ricorda che il tempo è passato, è piena; me ne serve una nuova.
Che stupido sono stato, non ho pensato a controllare prima, colpa mia. Guardo su internet dove si deve andare: al proprio municipio, bene, non c’è molta strada da fare. Esco alle 10 in punto, prendo un caffé al bar ed al municipio il chiacchiericcio di una folla di persone mi accoglie.

Ci sono cinque sportelli in funzione, scorrono i numeri della fila sul tabellone.
beep 401, beep 402
557Prendo il mio numero: 551. Mi guardo in giro. Le tre file scarse di sedie sono piene, sono pieni i muri di persone appoggiate, è pieno lo spazio davanti agli ascensori, è pieno l’ingresso del Municipio di gente che ammazza l’attesa con una sigaretta.
Riesco ad appoggiarmi ad una parete e, come al solito, ascolto le voci ed i discorsi di un pubblico interessante.

beep 409, beep 410
- Ma a che serverve ‘sta tessera? Tanto i timbri non si leggono nemmeno?
- A me m’hanno fatto votare ugualmente al seggio!
- No, non è possibile.
- Come no, guardi qui, m’hanno messo il timbro nello spazio bianco
- A me il presidente di seggio mi ha detto che non valeva…
- A me ha detto che non è importante, si può votare, infatti mi ha fatto votare
- Se ha votato perché è qui?

beep 419, beep 420, beep 421
- Per rinnovarla! Così alle prossime elezioni non ho problemi
- Signora non gliela rinnovano.
- Perché?
- Oggi le danno solo a chi deve votare
- A si?
- Come dite?
Un’altra signora si inserisce
- Dice che non rinnovano le tessere elettorali
- Come? E che ci sto a fare qui? Dove le danno?
- No signora, non le rinnovano a chi ha già votato
- Bhè certo chi ha già votato che viene a fare ‘sta fila? Pe’ masochismo?
- Ma io volevo rinnovarla ora
- A signo’ ma c’ha tempo da perde’? Ma vada a fasse du spaghi ch’è mejo!

beep 431
Si sente un gridare dalla sala degli sportelli e passa una ragazza.
- … se la gente si astiene al voto fanno bene, Cazzo!” e se ne va via arrabbiata dopo aver attentato la lingua italiana brandendo il plurale.
- Se l’avessi saputo prima venivo in settimana.
- Scusi dove si prendono i numeri?
- Dentro in fondo
- Non capisco a che serve questa tessera, perché non basta l’elenco che hanno già al seggio?
- E’ solo un modo per buttare via un po’ di soldi. Sentenzia una ragazza. Per passare il tempo entro anch’io nella disputa:
- Forse non si ricorda, ma è stata introdotta attorno al 2000, allora spedivano a casa il certificato elettorale ad ogni elezione e se non arrivava si doveva andare a richiederlo nei giorni delle elezioni, così almeno si risparmiano un po’ di soldi
- Si ma ache serve? E’ inutile!
In effetti: il modello cartaceo fin dalla sua ideazione era una fase transitoria. Che dire, la ragazza ha ragione, ad essere obiettivi la situazione è questa:
- quasi duecento persone stanno facendo un attesa media di un’ora per avere la tessera nuova (danno sociale)
- ad occhio 6-8 impiegati devono fare lo straordinario domenicale. Quindi oltre alla dovuta maggiorazione sullo stipendio dovranno recuperare il lavoro domenicale, andando a ridurre gli organici per i servizi normali del municipio (danno economico e sociale)
- Le tessere comunque sono stampate su carta speciale (danno economico)

La domanda è naturale: perchè non utilizzare le nuove tessere sanitarie che hanno il chip anche per questa attività? Ma la questione è più ampia e coinvolge (o stravolge?) il modo di pensare la cosa pubblica e di fare politica. Perché in un paese come il nostro dobbiamo ancora dettare i ritmi della vita di tutti con i principi di un’amministrazione feudale che vede nella carta, timbri e firme la sola giustificazione della sua esistenza?

beep 545, beep 546
Tra poco tocca a me, intanto entro nella sala dove ci sono gli sportelli. Tranne un’impiegata, nessun dipendente mostra un cartellino con nome e cognome. Testimoniano così la loro scarsa responsabilità: nell’intimo sono così consapevoli dell’inutilità del loro lavoro che non ci vogliono mettere la faccia: “E che so’ io pasquale?”


beep 551
Tocca a me. Mi tocca un’impegata “anonima”. Lo è anche nei modi, non contraccambia il mio buongiorno, ma replica “prego” quando alla fine la ringrazio e vado via. Mentre esco sento degli echi e delle voci flebili e lontanissimen nella mia mente: “Ooooopen Goooovernmeeeent, Ooooopeeeeen Daaaaaataaaaaa”, di sicuro allucinazioni dovute alla fame,  è quasi l’una e devo ancora votare.

Leadership

Leadership effettiva

Leadership Purtroppo ho perso i riferimenti di dove avevo letto questa informazione e a me piace condividere le fonti con i dati e le informazioni su cui baso le mie riflessioni. Però è un modo di spiegare la leadership che trovo affascinante, quindi lo propongo come leggenda. Una leggenda a cui a me piace credere. L’arcipelago Britannico ha avuto da sempre una grande tradizione navale, per i commerci e per difendersi. Nel 1660, dopo un periodo in cui aveva governato un modello repubblicano, Re Carlo II ritornò al trono dopo aver passato anni esiliato in Europa. Con la restaurazione della monarchia si cercò di cancellare anche il ricordo del periodo repubblicano, tanto che tutti i documenti ufficiali furono datati come se gli anni dal 1649 al 1660 non fossero trascorsi. La marina, che contava 40 navi e circa 3700 marinai non fu indenne da questo desiderio di restaurazione e subì una radicale trasformazione. Naque la Royal Navvy e Sir William Coventry e Samuel Pepys furono incaricati di amministrarla. Ovviamente la maggior parte dei comandanti delle navi e dei loro collaboratori furono sostituiti da nobili di fidata fede monarchica. Ma questi non avevano né la capacità né la credibilità per comandare a bordo delle navi i marinai che non potevano esere sostituiti con uguale facilità. Sebbene inabili a comandare manovre a bordo, furono capaci di individuare e promuovere tra gli equipaggi quei marinai che godevano della fiducia dei compagni e, allo stesso tempo, avevano l’esperienza necessaria per impartire loro i giusti comandi. Quindi sulle navi c’era un gruppo di ufficiali che decideva rotta e destinazione, ma erano questi uomini che, ascoltati e seguiti dai marinai, impartivano ordini e comandi. Erano coloro che avevano la direzione della nave; appunto i leader della ship. Il termine leader-ship presto è sbarcato dalle navi e tutt’oggi viene usato per indicare la capacità di condurre che si basa sulla fiducia e sulla competenza. Ecco perché a me suonano stonati quei corsi che pretendono di insegnarla o quelle organizzazioni dove la si vuole formalizzare. Si perché, racconto a parte, la leadership non si studia e non si nomina, ma può essere solo riconosciuta da chi pone fiducia in qualcuno per una determinata finalità.

Purtroppo ho perso i riferimenti di dove avevo letto questa informazione e a me piace dare le fonti di dati e informazioni su cui baso le mie riflessioni. Però è un modo di spiegare la leadership che trovo affascinante, quindi lo propongo come leggenda. Una leggenda a cui a me piace credere. l’isola britannica fino alla fine del XV secolo è stata teatro di guerre tra le varie popolazioni o dinastie nobili che la popolavano.

Oggi è cosí

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Capita all’improvviso, come al mare. Quando si nuota sopra i fondali scogliosi, nell’acqua limpida e ci si vuole fermare. Guardi attorno, scegli tra i colori scuri delle rocce, quello che sembra più vicino, più facile da arrivarci. Rallenti, allunghi le gambe, stendi i piedi per trovare il sostegno. Improvviso il dolore, no i dolori. Tre, cinque, dieci aculei di riccio penetrano nella carne con un dolore lancinante. La sosta diventa annaspare, tenti un’altro sostegno con l’altro piede. Il dolore è pungente, le spine spezzate sono nel piede, appena si appoggia aumenta, perchè entrano un più a fondo. Per avere sollievo devi tenere il piede sollevato.

Ecco, tranne l’ultima parte, quella del sollievo, per me è cosí, ma senza il mare, senza I ricci, senza aculei da togliere per star meglio. Improvviso mi arriva il dolore degli aculei. Sono spilli che pungono senza preavviso, dove decidono loro: sull’alluce, sotto la pianta del piede, sul tallone, ma anche sui polpastrelli delle mani, pollice e indice i preferiti. Spilli invisibili che ti svegliano di notte mentre dormi, o ti aggrediscono mentre cammini sui sanpietrini e non sai se stai calpestando qualcosa o se sono loro.

Se stai comodo afferri il piede, stringi la mano; massaggi, sfreghi, batti, sperando che lo stimolo alla circolazione, il movimento, facciano qualcosa ai nervi. Solleciti qualche diverso input al cervello sperando che interpreti come inesistente il dolore. Se, come oggi, sei in fila per pagare il ticket, per le analisi, cerchi di battere i piedi, di sederti, aspetti che la conosciuta compagnia sparisca. E sparisce, dopo due, cinque minuti sparisce. Ormai non resta che dirle “arrivederci, a dopo!”, come ad un compagno di strada.

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@FASTWEB gioie e dolori per i clienti affezionati! Le prime per poco tempo, poi solo i dolori@FASTWEB joys and sorrows for loyal customers! The first for a short time, then only pain

Mani tese

Un po’ di tempo fa, era Giugno del 2012, mi chiamano da FASTWEB per farmi un’offerta speciale: in occasione della fusione ( o dell’acquisto? non ricordo) con SKY mi offrivano un pacchetto televisivo con una modalità interessante. Finalmente potevo prendere il solo pacchetto Cinema senza essere obbligato a prenderne altri. Era quello che volevo di SKY e il prezzo era giusto, anzi conveniente per i primi mesi. Però, mi dissero che, per motivi aministrativi dovevano fare un nuovo contratto per tutto, anche per la telefonia e l’ADSL.

Dalla pag.6 della Fatt. FASTWEB N.8980697 del 31-Dic-2011
Dalla pag.6 della Fatt. FASTWEB N.8980697 del 31-Dic-2011

Sono stato uno dei primissimi clienti di FASTWEB dal 2004 o forse anche da prima e, a parte l’aumento unilaterale del canone con l’inserimento nel mio abbonamento per-sempre di una nuova voce “Aggiornamento corrispettivo servizi” di 5.32€ al bimestre, non avevo nulla di cui lamentarmi. In quel periodo, quando avevo telefonato per chiedere spiegazioni, mi dissero che se volevo era mia facoltà rescindere il contratto; che gentili mi lasciavano tale facoltà, non mi costringevano a pagare l’aumento con una pistola alla tempia! Pensai che in fondo dopo tanto tempo, non valeva la pena per 2.66€ al mese di cambiare operatore. Ma da quel momento chiunque dica per-sempre mi mette sul “chi va là”, fosse anche la scritta di un cioccolatino.

Nonostante tutto bei tempi quelli, dove un servizio clienti ti rispondeva sempre e potevi anche mandare una mail; ora sono cambiati. I contatti sono blindati dietro il 192193 con dei livelli di servizio differenziati per tipo di richiesta: se serve un supporto e il problema è tra quelli previsti, l’assistenza è alla velocità della luce; se volete aggiungre qualche altro servizio al vostro abbonamento, un’operatore gentile e paziente vi segue fino alla registrazione dei “SI” e dei “Confermo” da dichiarare al telefono per suggellare la modifica del contratto. Per tutto il resto, l’operatore con il codice 7xxx che vi risponde vi esorterà a scrivere, un po’ come a Babbo Natale, la descrizione del vostro probelma ed inviarla al numero di FAX 027610107 attendendo risposta. Non è più un Servizio Clienti che si prende in carico la tua richiesta, passandola di ufficio in ufficio, a seconda della competenza richiesta, per ricontattarti con una risposta.

Ma torniamo all’offerta. Io ero preocupato che, anche se dettato da superiori motivi amministrativi, il cambiamento di contratto mi togliesse delle cose che mi servivano o che andassi a pagare di più. Avevo il Fax gratis nel mio per-sempre anzichè pagarlo 1.01€/mese, il servizio Chi-chiama per vedere il numero del chiamante, quattro ore di indirizzo IP Pubblico che usavo per fare prove delle mie realizzazioni hobbistiche, un ADSL Flat e telefonate gratis. Mi dissero che non sarebbe cambiato nulla, con la stessa cifra avrei avuto gli stessi servizi.

Dalla pag.5 della Fatt. FASTWEB N.8980697 del 31-Dic-2011
Dalla pag.5 della Fatt. FASTWEB N.8980697 del 31-Dic-2011

- Anche l’IP pubblico?
- Mmmm quello no, è a pagamento, ma c’è scritto che ha gratis anche il port mapping!
“Bhè per quello che serve a me può andare bene” penso io, “ma come faccio a farlo?”
Si perchè essendo un cliente della prima ora io non ho un dispositivo che permette il port mapping, ho un HAG (bianco a fungo), che è un dispositivo che si è inventata Fastweb per collegarsi alla sua rete. Per i più tecnici, mi dà al massimo 2 indirizzi in DCHP del tipo 10.67.37.xx.
- Ma come faccio a configurare il port mapping? Io ho ancora l’HUG bianco non permette nessun tipo di configurazione
- Non si preoccupi, questo è un problema tecnico, una volta attivato il nuovo contratto, le basterò telefonare al Servizio Clienti e lo risolveranno loro, se il dispositivo non lo permette le daranno quello aggiornato.
“OK” penso io, vedremo poi come fare. Quindi passiamo alla registrazione dei “SI” e dei “Confermo”. Tempo dopo arriva il ricevitore SKY, tutto ok, collegato a internet mi godo il mySky, la possibilità di fermare i film e, inaspettatamente anche una rete ADSL che prima, tranne le misure interne alla rete Fastweb, andava a fatica a 4Mb in download ora veloce sui 6Mb.

Con la prima fattura trovo una sorpresa: Pronto sky che avevo capito, sia al telefono che dal sito di SKY alla voce Quali sono le principali tipologie d’installazione? includesse

L’installazione standard della parabola sul balcone o sul tetto del tuo palazzo, la consegna del decoder digitale Sky e l’attivazione della Smart Card.

e che fosse gratuita la trovo addebitata per 144,10€ e scontata di 135,11€ ossia la pago 8,99€. Poi, smentendo quanto riportato nel sito, mi viene addebitato a parte il prezzo ProntoSky nstallazione a tetto per 29,25€. Poi mi addebitano ilcosto dell’illuminatore che viene azzerato da un non meglio identificato Sconto Promozione Sky. Morale: tra le voci sommate in fattura e gli sconti detratti, invece che essere gratis pago 38,24€.

Pag.2 FATTURA SKY N.6536640822 del 5/07/2012
Pag.2 FATTURA SKY N.6536640822 del 5/07/2012

Ma la vera sorpresa arriva poco dopo: mi vedo recapitato uno strano Documento di Riepilogo N.901183167 che riporta la numerazione contemporanea di due fatture, una di FASTWEB ed una di SKY (ma è possibile?) dove, udite, udite mi addebitano stranamente di nuovo Pacchetto Cimena, ma la cosa lampante, ci sono 38,24€ di addebito per Attivazione, installazione, manutenzione SKY. Capito? Io si, il primo era solo un documento di riepilogo e questa è la fattura vera quindi è scritto di nuove e bene in chiaro che quando mi hanno detto, che l’installazione era GRATIS, NON E’ VERO! D’altronde quando è partita la registrazione dei “SI” e dei “CONFERMO” nessuno lo ha detto.

Documento di Riepilogo N.901183167
Documento di Riepilogo N.901183167

Proseguendo nella strana doppia fattura trovo una non meglio identificata voce Importi servizi addizionali per il valore di 7,47€. Temo che FAX, Chi chiama e tutto il resto ora lo pago!

Documento di Riepilogo N.901183167
Documento di Riepilogo N.901183167

Che fare? Telefono al 192000 ma capisco che sono nel caos della fusione tra le due aziende, mi propinano ipotesi sempre differenti e chiudono la telefonata con un “facciamo delle verifiche e la richiamerà l’ufficio commerciale” o “le potrebbe venire stornato nella fattura seguente”. Aspetto, le fatture intanto diventano regolari e io, lo confesso, mi dimentico (e non ho più voglia) di richiamare. Ma non me ne rammarico, vorrei essere un utente, vedere la televisione, andare in Internet e telefonare, non interpretare fatture, rifare i conti verificare il rispetto delle promesse fatte!

L’IP pubblico solo ora, dopo un po’ di tempo che non ne avevo avuto bisogno, mi serve. riaffronto la questione e, dopo aver letto alcune pagine trovate con la ricerca d’obbligo su Google, chiamo il Servizio Clienti di FASTWEB. Risponde la voce automatica, seleziono: Telefonia fissa (2), Assitenza(1), Assistenza Fastweb(1). “risponde l’operatore 7xxx” che cortesemente mi dice di collegarmi all’indirizzo 192.168.1.254 per configurare il Port-Mapping. A già, ora mi ricordo, ringrazio l’operatore 7xxxx e provo a fare la configurazione. Però mi imbatto subito nel problema, come ho detto prima l’HUG vecchio non ha la possibilità di collegarsi per configurare alcunché. Quindi richiamo.

Voce automatica, selezione 2, 1, 1, “risponde l’operatore 7xxx”, aspetto, si sentono rumori di voci
- Pronto? Pronto?
Non risponde nessuno, allora attacco. Riprovo a chiamare: voce automatica, selezione 2, 1, 1, “risponde l’operatore 7xxx”. L’operatore mi spiega che per fare quello che voglio io devo avere il nuovo modem che me lo può far spedire al costo di poco più di 30€ (non ricordo esattamente).
- Ma quando mi hanno fatto cambiare il contratto mi avevano detto che avrei avuto le stesse cose di prima, senza pagare nulla!
Imbarazzato, risponde – Non saprei, aspetti un attimo.
Mi mette in attesa. -Pronto? Pronto? Mi dica.
Capisco, dalla voce femminile, che non è più l’operatore 7xxx
- Cosa vuole che le dica?
- Questo è il Settore Commerciale, cosa vuole?
- Non so, stavo parlando con l’assistenza tecnica, mi hanno detto di aspettare….
- E’, ma mi dica cosa vuole!
La voce femminile ora è un po’ spazientita. Capisco che l’operatore 7xxx mi ha sbolognato al Commerciale senza dir loro nulla. In effetti il rispoetto dei livelli di servizio è una dura battaglia e se stanno troppo al telefono tutti i mezzi sono buini per evitare che il tempo scorra troppo. Quindi rispiego alla voce femminile quale è il mio problema e lei mi dice.
- Purtroppo è così se non le sta bene inoltri un reclamo.
- Un reclamo? E a chi? Lo sto dicendo a lei?
- No, io non posso farci nulla, il suo contratto non lo prevede. Se vuole può fare un reclamo per FAX al numero 027610107. Arrivederci.

Resto a vedere il mio telefono. Riascolto le frasi “è così, se non le sta bene…”, ma non era così e a me stava bene, sono i vostri motivi amministrativi che lo hanno fatto essere così! “Se vuole può fare reclamo”, ma certo che reclamo, sono stanco di essere comprensivo verso le vostre complicazioni aziendali. Mi sento preso in giro e a calci nel sedere. Certo, quando hanno registato i “SI” ed i “Confermo” non mi hanno detto loro “Certo” quando io ho chiesto se non cambiava nulla.
Più ci penso e più mi sento preso in giro, vado a cercare nelle vecchie fatture se c’è qualche traccia di quello che ho e che non ho. E scopro quello che ho scritto qui.Trovo conferma che pago il servizio FAX 1€/mese e se faccio un FAX lo pago! Ossia 12€ all’anno sono il privilegio di fare un FAX, ma se poi faccio un FAX scopro che pago a parte. Trovo la sorpresa che resta la voce “Aggiornamento corrispettivo servizi“, che a Marzo del 2012 era di 3.22€ al mese, e che, gratta gratta a Novembre del 2013 è diventata di 3,25€ al mese; un due centesimi innocui che “se non vi stanno bene avete la facoltà di rescindere ilcontratto”. Insomma, oltre ad avervi dato un po’ più di 1225,53€ nel 2013, ora per avere quanto avevo gratis prima che voi mi camiaste il contratto, ora vi devo dare un’altra trentina di euro.

Ma certo che scrivo la mia lettera di reclamo! Mando il FAX al numero che mi è stato indicato, questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Non ho più voglia di essere comprensivo, non voglio essere preso sempre in giro! Possibile che sia solo colpa mia di non aver capito nulla? Possibile che dopo aver accettato un contratto per il telefono,Internet e SKY, ora devo fare il legale-commercialista per capire per cosa e quanto pago? Posibile che mi mandate TRE dico 3 fatture/documenti: uno di Fastweb, uno di SKY (copia non conforme) e uno di tutti e due? Posibile che in questi 3 documenti solo i totali tornano, ma le voci si spostano, variano e non sicapisce cosa si paga?

Oggi non si sono ancora fatti sentire, se mi fanno sapere qualcosa vi terrò aggiornati. (Certo che se è vero che Google diventerà anche IPS….)Sorry, I do not want translate this history. I am unhappy and bored to speach about SKY and FASTWEB Customer Service.

It speak about how much these kind of companies take advantage of their position and how we are being teased by them.

If you are so curious you can try with the Google translator….

Diana

Sig. Diana, Lei deve conoscere la verità

Ho ricevuto nella mia posta questa mail a cui vorrei rispondere pubblicamente:


Ho una buona, anzi un’ottima notizia da darle!

Si tratta di una novità che può farle compiere il salto definitivo verso la Felicità, ma è accompagnata da un velo di incertezza che non riesco ancora a decifrare…Non voglio assolutamente allarmarla, ma la prego di leggere la mia lettera senza aspettare un attimo in più.

La ringrazio,

Chiaroveggente, Medium
PS: Degli avvenimenti la stanno per travolgere, deve conoscere tutta la verità!


Sig.ra Diana,
sono profendamente convinto che una dimensione spirituale esista e con questa dimensione nessuno può evitare di confrontarsi. Al limite anche negandola. Penso che tale dimensione sia un luogo dove ciascuno di noi abbia profonde radici, più o meno riconosciute e più o meno accettate. In questo luogo, non so e non mi importa come, in qualche modo oltre alla nostra presenza ci sono anche le presenze delle varie forme di vita che sono esistite e forse esisteranno di nuovo in modo percepibile a sensi di cui ora noi disponiamo.

Ora non so quale di queste presenze le abbia fornito la mia mail e, con tanto tatto, la notizia che lei mi vuole dare. Però la voglio rassicurare: io sono sereno e certo che, se tale presenza l’ha informata di questi avvertimenti che stanno per travolgermi, non possiamo fare nulla, né lei né io. E già, perchè se la sua fonte ha detto la verità, tale dovrà compiersi, ed è inutile che lei si sforzi ancora a consultare la sua fonte; se invece, possiamo fare qualcosa per evitare di essere travolti da questi avvenimenti, allora la sua fonte è inattendibile, non la ascolti più. Comunque la ringrazi per la premura e la saluti da parte mia.

PS E’ singolare che lei si preoccupi così tanto da evidenziare la gratuità del recapito di un messaggio così importante!

Auguri, festivitá e Facebook

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È il periodo in cui si mandano gli auguri alle persone care, agli amici, ai familiari. In tutti i modi e di tutti itipi. Come spesso accade da qualche anno, uno degli argomenti che riempie il tempo passato a tavola sono gli auguri su Facebook. Quest’anno ho visto tracce di queste discussioni su facebook stessa. Il centro del dibattito è quanto siano personali o meno questi messaggi. “ma non era meglio quando non si aveva facebook, si avevano sì meno amici, ma quei pochi erano veri, non virtuali e si aveva così il tempo di contattarli personalmente?“, “erano meglio i tempi di carta e penna dove si scrivevano meno sciocchezze e più sentimenti“, “tanti amici online, ma pochi a cui tieni veramente“.

L’età dei sostenitori di queste tesi In genenere è a due cifre ed inizia con un numero più grande di quattro. La mia inizia con il cinque e sono tra quelli che a casa avevano un solo telefono, nero di bachelite, in duplex con il vicino. La linea duplex si faceva per pagare meno ed era condivisa con un’altro appartamento. Si pagava di meno, ma si poteva telefonare solo uno alla volta. Il risultato era che se stavi al telefono più del tempo necessario per trasmettere un dispaccio militare, il vicino bussava alla parete per avere libero il telefono. Se poi ignoravi questi avvertimenti usciva, veniva alla tua porta e si attaccava al campanello. In quegli anni è vero, gli auguri si facevano per scritto, con le cartoline di Natale. Se ne mandavano comunque ad amici, parenti e improbabili conoscenti. Il mio compito era quello di firmare, scrivere gli indirizzi sulle buste, imbustare ed attaccare il francobollo. Sinceramente ho imbustato anche allora auguri per destinatari mai visti o clienti del negozio di mamma a cui si doveva contraccambiare. Insomma non penso che la differenza del mezzo renda gli auguri più o meno sentiti. Allora, per anni abbiamo mandato auguri a persone di cui non sapevamo nulla; oggi nel più lontano dei casi mando gli auguri a chi a condiviso con me Candy Crush o Guerra di Bande (mi sa che non esiste più su facebook, tanto per rendere l’idea).

Poi non ho ricevuto mai una risposta affermativa, dai critici dei Social Network, alla domanda “ma visto che la pensi cosí, allora te quest’anno hai mandato gli auguri con le cartoline?“. Insomma la realtá è che oggi, come trenta, quaranta anni fa, le persone invecchiando tirano fuori il ritornello “era meglio ai tempi miei”, ma mentendo a se stessi: perché non vorrebbero ritornare a quei tempi perché migliori, ma per nostalgia della loro giovinezza che solo in quei tempi ha potuto vivere.
In fondo mi dispiace per loro, non sono scontenti di Facebook sono scontenti di come sono o stanno invecchiando. Peccato.20131226-165239.jpg
È il periodo in cui si mandano gli auguri alle persone care, agli amici, ai familiari. In tutti i modi e di tutti itipi. Come spesso accade da qualche anno, uno degli argomenti che riempie il tempo passato a tavola sono gli auguri su Facebook. Quest’anno ho visto tracce di queste discussioni su facebook stessa. Il centro del dibattito è quanto siano personali o meno questi messaggi. “ma non era meglio quando non si aveva facebook, si avevano sì meno amici, ma quei pochi erano veri, non virtuali e si aveva così il tempo di contattarli personalmente?“, “erano meglio i tempi di carta e penna dove si scrivevano meno sciocchezze e più sentimenti“, “tanti amici online, ma pochi a cui tieni veramente“.

L’età dei sostenitori di queste tesi In genenere è a due cifre ed inizia con un numero più grande di quattro. La mia inizia con il cinque e sono tra quelli che a casa avevano un solo telefono, nero di bachelite, in duplex con il vicino. La linea duplex si faceva per pagare meno ed era condivisa con un’altro appartamento. Si pagava di meno, ma si poteva telefonare solo uno alla volta. Il risultato era che se stavi al telefono più del tempo necessario per trasmettere un dispaccio militare, il vicino bussava alla parete per avere libero il telefono. Se poi ignoravi questi avvertimenti usciva, veniva alla tua porta e si attaccava al campanello. In quegli anni è vero, gli auguri si facevano per scritto, con le cartoline di Natale. Se ne mandavano comunque ad amici, parenti e improbabili conoscenti. Il mio compito era quello di firmare, scrivere gli indirizzi sulle buste, imbustare ed attaccare il francobollo. Sinceramente ho imbustato anche allora auguri per destinatari mai visti o clienti del negozio di mamma a cui si doveva contraccambiare. Insomma non penso che la differenza del mezzo renda gli auguri più o meno sentiti. Allora, per anni abbiamo mandato auguri a persone di cui non sapevamo nulla; oggi nel più lontano dei casi mando gli auguri a chi a condiviso con me Candy Crush o Guerra di Bande (mi sa che non esiste più su facebook, tanto per rendere l’idea).

Poi non ho ricevuto mai una risposta affermativa, dai critici dei Social Network, alla domanda “ma visto che la pensi cosí, allora te quest’anno hai mandato gli auguri con le cartoline?“. Insomma la realtá è che oggi, come trenta, quaranta anni fa, le persone invecchiando tirano fuori il ritornello “era meglio ai tempi miei”, ma mentendo a se stessi: perché non vorrebbero ritornare a quei tempi perché migliori, ma per nostalgia della loro giovinezza che solo in quei tempi ha potuto vivere.
In fondo mi dispiace per loro, non sono scontenti di Facebook sono scontenti di come sono o stanno invecchiando. Peccato.

E’ Natale tempo di favoleChritmas, tale time!

In questo periodo si passa più tempo in famiglia, c’è modo di dedicarsi di più alla lettura o anche a vedere dei film. Se non siete irresistibilmente attratti dalla replica di “Angeli con la pistola” o da un film con De Sica (non quello vero) e qualche bonazza circondati da attori che fanno cassa con le loro partecipazioni, vi suggerisco di leggervi si WikiPedia la storia della Tregua di Natale. Oppure cercare in qualche videoteca il film di Joyeux Noël Una verità dimenticata dalla storia (su youtube c’è una versione in spagnolo) o in qualche bancarella il libro di Jürgs Michael – La piccola pace nella grande guerra. Fronte occidentale 1914:…

Non voglio raccontarvi qui i dettagli della storia per non rovinarvi il piacere ed il sapore della storia, ma dopo leggete anche qui quanto gli uomini non sono disposti al cambiamento.

Auguri.

Si ricomincia Starting again

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Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…20131223-200743.jpg
Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…

Caserta e Londra: facciamoci del male!

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A Trafalgar Square, il 26 Luglio di quest’anno, ci sono state molte polemiche quando è stata installata l’opera opera dell’artista tedesca Katharina Fritsch: un gallo blu alto cinque metri. Polemiche perché un’opera moderna, così dirompente e dissonante con l’architettura della piazza, era un’affronto alla bellezza? No, non erano polemiche come quelle sgarbiane alla ristrutturazione dell’ara pacis. Non erano polemiche che impedivano accostamenti di moderno (moderno? attuale) a quanto abbiamo ereditato. Sono state polemiche da parte di associazioni tradizionaliste che non hanno trovato opportuno l’accostamento del gallo, simbolo della Francia, con la vicina statua dell’Ammiraglio Nelson.

images A Caserta il Sindaco Pio Del Gaudio ha fatto  installare, all’ingresso della Reggia di Caserta, un corno rosso di tredici metri, dell’artista Lello Esposito. Mi sembra di aver capito che l’installazione è avvenuta questa settimana. Non sono capace di dire precisamente la data dell’installazione, perché da qualche parte se ne da notizia il 12 Dicembre come avvenuta, in altre il 13 Dicembre si riporta la notizia della futura rimozione ma null’altro, la maggior parte dei siti ne riporta la notizia in articoli non datati; insomma anche i siti dei nostri giornali rispecchiano un’approssimazione tutta Italica.

Ed anche qui ci sono state subito polemiche. Però le nostre polemiche sono state come al solito più di bottega e di parte che di sostanza, dando il via ad una rissa di esternazioni caotiche. Sovrintendenza, Italia Nostra, perfino l’UNESCO si sono espresse contrariamente sull’iniziativa. Per motivi di opportunità artistica, di permessi non dati, insomma rasentiamo le ripicche da riunione condominiale, dove ci si indigna e chi si azuffa senza mai fare nulla per l’intero condominio.

Ora io on so nulla d’arte, me entrambe sono, dichiaratamente, delle provocazioni. Il gallo di Katharina si chiama Cock, ossia un doppio senso dichiarato dall’autrice per rappresentare la vanesia mascolinità, che significa “maschio”, ma anche “cazzo”. E’ un’opera che indubbiamente rappresenta un “uccello” e che ha suscitato molta ilarità, grazie a questi doppi sensi, durante il discorso del sindaco nell’inaugurazione. Il corno è un richiamo alla tipica scaramanzia partenopea e s’intitola “Good Luck Caserta”, ma non sono nemmeno riuscito a trovare sul web se il sindaco abbia fatto un discorso o almeno presenziato alla sua inaugurazione. Come semplice spettatore, senza sapere i significati attribuiti dagli autori, posso dire che il gallo è bello, mentre il corno si capisce che è un corno perché sta in Campania; se fosse stato installato a Cosenza sembrava un peperoncino, o se lo si dipinge di arancio sembra una carota. Non lo nego come opera non mi piace. Ma non è un motivo per non doverla mettere lì, è un motivo di gusto personale.

Invece motivo per non metterla lì sono altri. Non sono riuscito a capire quanto è costato a Londra l’uccello blu, ma il corno è costato 70mila euro, di cui solo 10mila sono andati all’autore. Ora a Londra non ci sono strade con le buche, i trasporti funzionano, anzi a breve avranno al metropolitana aperta 24 ore: sindaco Pio i 60mila euro spesi oltre alla cifra dell’autore come sono stati spesi? Possibile per il trasporto dell’opera? Nemmeno i più delicati supercomputer richiedono tanto. E poi pensa che per Caserta era la spesa più utile? Non mi venga a cantare la vecchia canzone del “abbiamo fatto mettere i riflettori su Caserta“, ci credono solo gli ingenui a risposte così vaghe e non verificabili. Se fossero ritornelli veri almeno i commercianti Casertani dovrebbero essere entusiasti all’unisono; invece Mario D’Anna, presidente Ascom Confcommercio dice al Mattino di Napoli: «Il valore dell’arte non si commenta, quella del corno come quella che due anni fa accese le luci d’autore sulla facciata della Reggia. In entrambi i casi, però, ho reputato controproducente accendere i riflettori su una piazza degradata, dove il richiamo dell’arte viene inficiato dallo squallore del contesto». Capito? Controproducente è il risultato dei suoi 60+10mila euro spesi. D’accordo sono fondi POR (Programmi Operativi Regionali) dati dalla Regione Campania, non si potevano utilizzare per attività di tipo ordinario, ma un’idea migliore, o perlomeno concordata con rappresentanze del territorio, no?

Che buffo, noto ora che il nome del sindaco italiano è il verso che fa il pulcino. Che abbia voluto, in piccolo ed in modo infantile, rifare il verso al sindaco di Londra con il suo gallo?

PS sono stanco, non mi va di proseguire nelle ricerche ma sarebbe simpatico confrontare come i 340 dipendenti di cui 180 (53%) amministrativi e 160 custodi non riescono ad evitare che all’interno ci scorrazzino i motorini, rispetto al numero di dipendenti della National Gallery Ma questo è un tema più generale, non solo di Caserta. E’ la domanda a cui nessuno risponde: Cosa è il lavoro?