@FASTWEB gioie e dolori per i clienti affezionati! Le prime per poco tempo, poi solo i dolori

Mani tese

Un po’ di tempo fa, era Giugno del 2012, mi chiamano da FASTWEB per farmi un’offerta speciale: in occasione della fusione ( o dell’acquisto? non ricordo) con SKY mi offrivano un pacchetto televisivo con una modalità interessante. Finalmente potevo prendere il solo pacchetto Cinema senza essere obbligato a prenderne altri. Era quello che volevo di SKY e il prezzo era giusto, anzi conveniente per i primi mesi. Però, mi dissero che, per motivi aministrativi dovevano fare un nuovo contratto per tutto, anche per la telefonia e l’ADSL.

Dalla pag.6 della Fatt. FASTWEB N.8980697 del 31-Dic-2011

Dalla pag.6 della Fatt. FASTWEB N.8980697 del 31-Dic-2011

Sono stato uno dei primissimi clienti di FASTWEB dal 2004 o forse anche da prima e, a parte l’aumento unilaterale del canone con l’inserimento nel mio abbonamento per-sempre di una nuova voce “Aggiornamento corrispettivo servizi” di 5.32€ al bimestre, non avevo nulla di cui lamentarmi. In quel periodo, quando avevo telefonato per chiedere spiegazioni, mi dissero che se volevo era mia facoltà rescindere il contratto; che gentili mi lasciavano tale facoltà, non mi costringevano a pagare l’aumento con una pistola alla tempia! Pensai che in fondo dopo tanto tempo, non valeva la pena per 2.66€ al mese di cambiare operatore. Ma da quel momento chiunque dica per-sempre mi mette sul “chi va là”, fosse anche la scritta di un cioccolatino.

Nonostante tutto bei tempi quelli, dove un servizio clienti ti rispondeva sempre e potevi anche mandare una mail; ora sono cambiati. I contatti sono blindati dietro il 192193 con dei livelli di servizio differenziati per tipo di richiesta: se serve un supporto e il problema è tra quelli previsti, l’assistenza è alla velocità della luce; se volete aggiungre qualche altro servizio al vostro abbonamento, un’operatore gentile e paziente vi segue fino alla registrazione dei “SI” e dei “Confermo” da dichiarare al telefono per suggellare la modifica del contratto. Per tutto il resto, l’operatore con il codice 7xxx che vi risponde vi esorterà a scrivere, un po’ come a Babbo Natale, la descrizione del vostro probelma ed inviarla al numero di FAX 027610107 attendendo risposta. Non è più un Servizio Clienti che si prende in carico la tua richiesta, passandola di ufficio in ufficio, a seconda della competenza richiesta, per ricontattarti con una risposta.

Ma torniamo all’offerta. Io ero preocupato che, anche se dettato da superiori motivi amministrativi, il cambiamento di contratto mi togliesse delle cose che mi servivano o che andassi a pagare di più. Avevo il Fax gratis nel mio per-sempre anzichè pagarlo 1.01€/mese, il servizio Chi-chiama per vedere il numero del chiamante, quattro ore di indirizzo IP Pubblico che usavo per fare prove delle mie realizzazioni hobbistiche, un ADSL Flat e telefonate gratis. Mi dissero che non sarebbe cambiato nulla, con la stessa cifra avrei avuto gli stessi servizi.

Dalla pag.5 della Fatt. FASTWEB N.8980697 del 31-Dic-2011

Dalla pag.5 della Fatt. FASTWEB N.8980697 del 31-Dic-2011

- Anche l’IP pubblico?
- Mmmm quello no, è a pagamento, ma c’è scritto che ha gratis anche il port mapping!
“Bhè per quello che serve a me può andare bene” penso io, “ma come faccio a farlo?”
Si perchè essendo un cliente della prima ora io non ho un dispositivo che permette il port mapping, ho un HAG (bianco a fungo), che è un dispositivo che si è inventata Fastweb per collegarsi alla sua rete. Per i più tecnici, mi dà al massimo 2 indirizzi in DCHP del tipo 10.67.37.xx.
- Ma come faccio a configurare il port mapping? Io ho ancora l’HUG bianco non permette nessun tipo di configurazione
- Non si preoccupi, questo è un problema tecnico, una volta attivato il nuovo contratto, le basterò telefonare al Servizio Clienti e lo risolveranno loro, se il dispositivo non lo permette le daranno quello aggiornato.
“OK” penso io, vedremo poi come fare. Quindi passiamo alla registrazione dei “SI” e dei “Confermo”. Tempo dopo arriva il ricevitore SKY, tutto ok, collegato a internet mi godo il mySky, la possibilità di fermare i film e, inaspettatamente anche una rete ADSL che prima, tranne le misure interne alla rete Fastweb, andava a fatica a 4Mb in download ora veloce sui 6Mb.

Con la prima fattura trovo una sorpresa: Pronto sky che avevo capito, sia al telefono che dal sito di SKY alla voce Quali sono le principali tipologie d’installazione? includesse

L’installazione standard della parabola sul balcone o sul tetto del tuo palazzo, la consegna del decoder digitale Sky e l’attivazione della Smart Card.

e che fosse gratuita la trovo addebitata per 144,10€ e scontata di 135,11€ ossia la pago 8,99€. Poi, smentendo quanto riportato nel sito, mi viene addebitato a parte il prezzo ProntoSky nstallazione a tetto per 29,25€. Poi mi addebitano ilcosto dell’illuminatore che viene azzerato da un non meglio identificato Sconto Promozione Sky. Morale: tra le voci sommate in fattura e gli sconti detratti, invece che essere gratis pago 38,24€.

Pag.2 FATTURA SKY N.6536640822 del 5/07/2012

Pag.2 FATTURA SKY N.6536640822 del 5/07/2012

Ma la vera sorpresa arriva poco dopo: mi vedo recapitato uno strano Documento di Riepilogo N.901183167 che riporta la numerazione contemporanea di due fatture, una di FASTWEB ed una di SKY (ma è possibile?) dove, udite, udite mi addebitano stranamente di nuovo Pacchetto Cimena, ma la cosa lampante, ci sono 38,24€ di addebito per Attivazione, installazione, manutenzione SKY. Capito? Io si, il primo era solo un documento di riepilogo e questa è la fattura vera quindi è scritto di nuove e bene in chiaro che quando mi hanno detto, che l’installazione era GRATIS, NON E’ VERO! D’altronde quando è partita la registrazione dei “SI” e dei “CONFERMO” nessuno lo ha detto.

Documento di Riepilogo N.901183167

Documento di Riepilogo N.901183167

Proseguendo nella strana doppia fattura trovo una non meglio identificata voce Importi servizi addizionali per il valore di 7,47€. Temo che FAX, Chi chiama e tutto il resto ora lo pago!

Documento di Riepilogo N.901183167

Documento di Riepilogo N.901183167

Che fare? Telefono al 192000 ma capisco che sono nel caos della fusione tra le due aziende, mi propinano ipotesi sempre differenti e chiudono la telefonata con un “facciamo delle verifiche e la richiamerà l’ufficio commerciale” o “le potrebbe venire stornato nella fattura seguente”. Aspetto, le fatture intanto diventano regolari e io, lo confesso, mi dimentico (e non ho più voglia) di richiamare. Ma non me ne rammarico, vorrei essere un utente, vedere la televisione, andare in Internet e telefonare, non interpretare fatture, rifare i conti verificare il rispetto delle promesse fatte!

L’IP pubblico solo ora, dopo un po’ di tempo che non ne avevo avuto bisogno, mi serve. riaffronto la questione e, dopo aver letto alcune pagine trovate con la ricerca d’obbligo su Google, chiamo il Servizio Clienti di FASTWEB. Risponde la voce automatica, seleziono: Telefonia fissa (2), Assitenza(1), Assistenza Fastweb(1). “risponde l’operatore 7xxx” che cortesemente mi dice di collegarmi all’indirizzo 192.168.1.254 per configurare il Port-Mapping. A già, ora mi ricordo, ringrazio l’operatore 7xxxx e provo a fare la configurazione. Però mi imbatto subito nel problema, come ho detto prima l’HUG vecchio non ha la possibilità di collegarsi per configurare alcunché. Quindi richiamo.

Voce automatica, selezione 2, 1, 1, “risponde l’operatore 7xxx”, aspetto, si sentono rumori di voci
- Pronto? Pronto?
Non risponde nessuno, allora attacco. Riprovo a chiamare: voce automatica, selezione 2, 1, 1, “risponde l’operatore 7xxx”. L’operatore mi spiega che per fare quello che voglio io devo avere il nuovo modem che me lo può far spedire al costo di poco più di 30€ (non ricordo esattamente).
- Ma quando mi hanno fatto cambiare il contratto mi avevano detto che avrei avuto le stesse cose di prima, senza pagare nulla!
Imbarazzato, risponde – Non saprei, aspetti un attimo.
Mi mette in attesa. -Pronto? Pronto? Mi dica.
Capisco, dalla voce femminile, che non è più l’operatore 7xxx
- Cosa vuole che le dica?
- Questo è il Settore Commerciale, cosa vuole?
- Non so, stavo parlando con l’assistenza tecnica, mi hanno detto di aspettare….
- E’, ma mi dica cosa vuole!
La voce femminile ora è un po’ spazientita. Capisco che l’operatore 7xxx mi ha sbolognato al Commerciale senza dir loro nulla. In effetti il rispoetto dei livelli di servizio è una dura battaglia e se stanno troppo al telefono tutti i mezzi sono buini per evitare che il tempo scorra troppo. Quindi rispiego alla voce femminile quale è il mio problema e lei mi dice.
- Purtroppo è così se non le sta bene inoltri un reclamo.
- Un reclamo? E a chi? Lo sto dicendo a lei?
- No, io non posso farci nulla, il suo contratto non lo prevede. Se vuole può fare un reclamo per FAX al numero 027610107. Arrivederci.

Resto a vedere il mio telefono. Riascolto le frasi “è così, se non le sta bene…”, ma non era così e a me stava bene, sono i vostri motivi amministrativi che lo hanno fatto essere così! “Se vuole può fare reclamo”, ma certo che reclamo, sono stanco di essere comprensivo verso le vostre complicazioni aziendali. Mi sento preso in giro e a calci nel sedere. Certo, quando hanno registato i “SI” ed i “Confermo” non mi hanno detto loro “Certo” quando io ho chiesto se non cambiava nulla.
Più ci penso e più mi sento preso in giro, vado a cercare nelle vecchie fatture se c’è qualche traccia di quello che ho e che non ho. E scopro quello che ho scritto qui.Trovo conferma che pago il servizio FAX 1€/mese e se faccio un FAX lo pago! Ossia 12€ all’anno sono il privilegio di fare un FAX, ma se poi faccio un FAX scopro che pago a parte. Trovo la sorpresa che resta la voce ”Aggiornamento corrispettivo servizi“, che a Marzo del 2012 era di 3.22€ al mese, e che, gratta gratta a Novembre del 2013 è diventata di 3,25€ al mese; un due centesimi innocui che “se non vi stanno bene avete la facoltà di rescindere ilcontratto”. Insomma, oltre ad avervi dato un po’ più di 1225,53€ nel 2013, ora per avere quanto avevo gratis prima che voi mi camiaste il contratto, ora vi devo dare un’altra trentina di euro.

Ma certo che scrivo la mia lettera di reclamo! Mando il FAX al numero che mi è stato indicato, questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Non ho più voglia di essere comprensivo, non voglio essere preso sempre in giro! Possibile che sia solo colpa mia di non aver capito nulla? Possibile che dopo aver accettato un contratto per il telefono,Internet e SKY, ora devo fare il legale-commercialista per capire per cosa e quanto pago? Posibile che mi mandate TRE dico 3 fatture/documenti: uno di Fastweb, uno di SKY (copia non conforme) e uno di tutti e due? Posibile che in questi 3 documenti solo i totali tornano, ma le voci si spostano, variano e non sicapisce cosa si paga?

Oggi non si sono ancora fatti sentire, se mi fanno sapere qualcosa vi terrò aggiornati. (Certo che se è vero che Google diventerà anche IPS….)

Sig. Diana, Lei deve conoscere la verità

Ho ricevuto nella mia posta questa mail a cui vorrei rispondere pubblicamente:


Ho una buona, anzi un’ottima notizia da darle!

Si tratta di una novità che può farle compiere il salto definitivo verso la Felicità, ma è accompagnata da un velo di incertezza che non riesco ancora a decifrare…Non voglio assolutamente allarmarla, ma la prego di leggere la mia lettera senza aspettare un attimo in più.

La ringrazio,

Chiaroveggente, Medium
PS: Degli avvenimenti la stanno per travolgere, deve conoscere tutta la verità!


Sig.ra Diana,
sono profendamente convinto che una dimensione spirituale esista e con questa dimensione nessuno può evitare di confrontarsi. Al limite anche negandola. Penso che tale dimensione sia un luogo dove ciascuno di noi abbia profonde radici, più o meno riconosciute e più o meno accettate. In questo luogo, non so e non mi importa come, in qualche modo oltre alla nostra presenza ci sono anche le presenze delle varie forme di vita che sono esistite e forse esisteranno di nuovo in modo percepibile a sensi di cui ora noi disponiamo.

Ora non so quale di queste presenze le abbia fornito la mia mail e, con tanto tatto, la notizia che lei mi vuole dare. Però la voglio rassicurare: io sono sereno e certo che, se tale presenza l’ha informata di questi avvertimenti che stanno per travolgermi, non possiamo fare nulla, né lei né io. E già, perchè se la sua fonte ha detto la verità, tale dovrà compiersi, ed è inutile che lei si sforzi ancora a consultare la sua fonte; se invece, possiamo fare qualcosa per evitare di essere travolti da questi avvenimenti, allora la sua fonte è inattendibile, non la ascolti più. Comunque la ringrazi per la premura e la saluti da parte mia.

PS E’ singolare che lei si preoccupi così tanto da evidenziare la gratuità del recapito di un messaggio così importante!

Auguri, festivitá e Facebook

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È il periodo in cui si mandano gli auguri alle persone care, agli amici, ai familiari. In tutti i modi e di tutti itipi. Come spesso accade da qualche anno, uno degli argomenti che riempie il tempo passato a tavola sono gli auguri su Facebook. Quest’anno ho visto tracce di queste discussioni su facebook stessa. Il centro del dibattito è quanto siano personali o meno questi messaggi. “ma non era meglio quando non si aveva facebook, si avevano sì meno amici, ma quei pochi erano veri, non virtuali e si aveva così il tempo di contattarli personalmente?“, “erano meglio i tempi di carta e penna dove si scrivevano meno sciocchezze e più sentimenti“, “tanti amici online, ma pochi a cui tieni veramente“.

L’età dei sostenitori di queste tesi In genenere è a due cifre ed inizia con un numero più grande di quattro. La mia inizia con il cinque e sono tra quelli che a casa avevano un solo telefono, nero di bachelite, in duplex con il vicino. La linea duplex si faceva per pagare meno ed era condivisa con un’altro appartamento. Si pagava di meno, ma si poteva telefonare solo uno alla volta. Il risultato era che se stavi al telefono più del tempo necessario per trasmettere un dispaccio militare, il vicino bussava alla parete per avere libero il telefono. Se poi ignoravi questi avvertimenti usciva, veniva alla tua porta e si attaccava al campanello. In quegli anni è vero, gli auguri si facevano per scritto, con le cartoline di Natale. Se ne mandavano comunque ad amici, parenti e improbabili conoscenti. Il mio compito era quello di firmare, scrivere gli indirizzi sulle buste, imbustare ed attaccare il francobollo. Sinceramente ho imbustato anche allora auguri per destinatari mai visti o clienti del negozio di mamma a cui si doveva contraccambiare. Insomma non penso che la differenza del mezzo renda gli auguri più o meno sentiti. Allora, per anni abbiamo mandato auguri a persone di cui non sapevamo nulla; oggi nel più lontano dei casi mando gli auguri a chi a condiviso con me Candy Crush o Guerra di Bande (mi sa che non esiste più su facebook, tanto per rendere l’idea).

Poi non ho ricevuto mai una risposta affermativa, dai critici dei Social Network, alla domanda “ma visto che la pensi cosí, allora te quest’anno hai mandato gli auguri con le cartoline?“. Insomma la realtá è che oggi, come trenta, quaranta anni fa, le persone invecchiando tirano fuori il ritornello “era meglio ai tempi miei”, ma mentendo a se stessi: perché non vorrebbero ritornare a quei tempi perché migliori, ma per nostalgia della loro giovinezza che solo in quei tempi ha potuto vivere.
In fondo mi dispiace per loro, non sono scontenti di Facebook sono scontenti di come sono o stanno invecchiando. Peccato.

E’ Natale tempo di favole

In questo periodo si passa più tempo in famiglia, c’è modo di dedicarsi di più alla lettura o anche a vedere dei film. Se non siete irresistibilmente attratti dalla replica di “Angeli con la pistola” o da un film con De Sica (non quello vero) e qualche bonazza circondati da attori che fanno cassa con le loro partecipazioni, vi suggerisco di leggervi si WikiPedia la storia della Tregua di Natale. Oppure cercare in qualche videoteca il film di Joyeux Noël Una verità dimenticata dalla storia (su youtube c’è una versione in spagnolo) o in qualche bancarella il libro di Jürgs Michael – La piccola pace nella grande guerra. Fronte occidentale 1914:…

Non voglio raccontarvi qui i dettagli della storia per non rovinarvi il piacere ed il sapore della storia, ma dopo leggete anche qui quanto gli uomini non sono disposti al cambiamento.

Auguri.

Si ricomincia

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Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…

Caserta e Londra: facciamoci del male!

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A Trafalgar Square, il 26 Luglio di quest’anno, ci sono state molte polemiche quando è stata installata l’opera opera dell’artista tedesca Katharina Fritsch: un gallo blu alto cinque metri. Polemiche perché un’opera moderna, così dirompente e dissonante con l’architettura della piazza, era un’affronto alla bellezza? No, non erano polemiche come quelle sgarbiane alla ristrutturazione dell’ara pacis. Non erano polemiche che impedivano accostamenti di moderno (moderno? attuale) a quanto abbiamo ereditato. Sono state polemiche da parte di associazioni tradizionaliste che non hanno trovato opportuno l’accostamento del gallo, simbolo della Francia, con la vicina statua dell’Ammiraglio Nelson.

images A Caserta il Sindaco Pio Del Gaudio ha fatto  installare, all’ingresso della Reggia di Caserta, un corno rosso di tredici metri, dell’artista Lello Esposito. Mi sembra di aver capito che l’installazione è avvenuta questa settimana. Non sono capace di dire precisamente la data dell’installazione, perché da qualche parte se ne da notizia il 12 Dicembre come avvenuta, in altre il 13 Dicembre si riporta la notizia della futura rimozione ma null’altro, la maggior parte dei siti ne riporta la notizia in articoli non datati; insomma anche i siti dei nostri giornali rispecchiano un’approssimazione tutta Italica.

Ed anche qui ci sono state subito polemiche. Però le nostre polemiche sono state come al solito più di bottega e di parte che di sostanza, dando il via ad una rissa di esternazioni caotiche. Sovrintendenza, Italia Nostra, perfino l’UNESCO si sono espresse contrariamente sull’iniziativa. Per motivi di opportunità artistica, di permessi non dati, insomma rasentiamo le ripicche da riunione condominiale, dove ci si indigna e chi si azuffa senza mai fare nulla per l’intero condominio.

Ora io on so nulla d’arte, me entrambe sono, dichiaratamente, delle provocazioni. Il gallo di Katharina si chiama Cock, ossia un doppio senso dichiarato dall’autrice per rappresentare la vanesia mascolinità, che significa “maschio”, ma anche “cazzo”. E’ un’opera che indubbiamente rappresenta un “uccello” e che ha suscitato molta ilarità, grazie a questi doppi sensi, durante il discorso del sindaco nell’inaugurazione. Il corno è un richiamo alla tipica scaramanzia partenopea e s’intitola “Good Luck Caserta”, ma non sono nemmeno riuscito a trovare sul web se il sindaco abbia fatto un discorso o almeno presenziato alla sua inaugurazione. Come semplice spettatore, senza sapere i significati attribuiti dagli autori, posso dire che il gallo è bello, mentre il corno si capisce che è un corno perché sta in Campania; se fosse stato installato a Cosenza sembrava un peperoncino, o se lo si dipinge di arancio sembra una carota. Non lo nego come opera non mi piace. Ma non è un motivo per non doverla mettere lì, è un motivo di gusto personale.

Invece motivo per non metterla lì sono altri. Non sono riuscito a capire quanto è costato a Londra l’uccello blu, ma il corno è costato 70mila euro, di cui solo 10mila sono andati all’autore. Ora a Londra non ci sono strade con le buche, i trasporti funzionano, anzi a breve avranno al metropolitana aperta 24 ore: sindaco Pio i 60mila euro spesi oltre alla cifra dell’autore come sono stati spesi? Possibile per il trasporto dell’opera? Nemmeno i più delicati supercomputer richiedono tanto. E poi pensa che per Caserta era la spesa più utile? Non mi venga a cantare la vecchia canzone del “abbiamo fatto mettere i riflettori su Caserta“, ci credono solo gli ingenui a risposte così vaghe e non verificabili. Se fossero ritornelli veri almeno i commercianti Casertani dovrebbero essere entusiasti all’unisono; invece Mario D’Anna, presidente Ascom Confcommercio dice al Mattino di Napoli: «Il valore dell’arte non si commenta, quella del corno come quella che due anni fa accese le luci d’autore sulla facciata della Reggia. In entrambi i casi, però, ho reputato controproducente accendere i riflettori su una piazza degradata, dove il richiamo dell’arte viene inficiato dallo squallore del contesto». Capito? Controproducente è il risultato dei suoi 60+10mila euro spesi. D’accordo sono fondi POR (Programmi Operativi Regionali) dati dalla Regione Campania, non si potevano utilizzare per attività di tipo ordinario, ma un’idea migliore, o perlomeno concordata con rappresentanze del territorio, no?

Che buffo, noto ora che il nome del sindaco italiano è il verso che fa il pulcino. Che abbia voluto, in piccolo ed in modo infantile, rifare il verso al sindaco di Londra con il suo gallo?

PS sono stanco, non mi va di proseguire nelle ricerche ma sarebbe simpatico confrontare come i 340 dipendenti di cui 180 (53%) amministrativi e 160 custodi non riescono ad evitare che all’interno ci scorrazzino i motorini, rispetto al numero di dipendenti della National Gallery Ma questo è un tema più generale, non solo di Caserta. E’ la domanda a cui nessuno risponde: Cosa è il lavoro?

Il Regno del Cucu

Re Kikko

Re Kikko (a WalBof daw)

Il regno del Cucu era un bel posto. Un paese pieno di bella gente, con dei luoghi incantevoli. Chi non ci viveva voleva andarci, almeno una volta nella vita, per passare un po’ di tempo al caldo delle sue spiagge o a passeggiare per le sue maestose montagne, ma anche solo per gustare i piatti prelibati che sapientemente sapevano cucinare i locandieri del regno del Cucu.
Questo paese era regnato da un Re bravissimo: Re Kikko. Salito al trono da piccolo perché suo padre, il Re Cocco, era deceduto improvvisamente in una partita di caccia. Da anni, nel Regno del Cucu, si parla di questa storia, che poi è l’unica storia triste accaduta da anni. Re Cocco era andato nel bosco con suo fratello, il Principe Zucco’, ed ovviamente circa duecento servi; lì aveva visto una lepre grossa, grossa ed le era andato dietro con il cavallo addentrandosi molto nel bosco. Dopo un po’, non vedendolo tornare, il Principe Zucco’, iniziò a chiamarlo, sempre più forte, sempre più forte. Tango forte che anche i circa duecento servi che li accompagnavano andarono verso di lui e lo aiutarono, prima a chiamare Re Cocco, poi a cercarlo bella foresta. Fu trovato sotto un tronco che, cedendo, aveva travolto lui ed il suo cavallo.
il Principe Kikko una volta salito al trono, benché avesse compiuto da poco i venti anni, si fece subito benvolere per i suoi modi, la sua imparzialità ed il modo giusto di amministrare il regno. Giá amato dal popolo da bambino, fu adorato come padre del popolo. Certo per far fronte ai tutti i suoi compiti si faceva aiutare dal Gran Consiglio di Saggi, che si occupava principalmente del buon andamento del regno, portando al cospetto del Re solo le questioni più urgenti o le più intricate. Anche il Gran Consiglio era fatto di persone benvolute dal popolo che, come il Re vantavano un comportamento irreprensibile e nessun peccato. Si perché Re Kikko era talmente buono e bravo che non faceva mai un’offesa a nessuno e si comportava in modo retto ed esemplare. Ugualmente era il Gran Consiglio: probo e senza macchia. Oddio proprio senza senza non si poteva dire. Ma non erano peccati cosí evidenti al cospetto del Re, né per la vita del popolo. Capitava che, durante le sedute, qualche consigliere si mettesse le dita nel naso. Si, appunto, una cosa da poco, poi lo facevano bene, senza che il Re li vedesse, e si pulivano subito per non lasciare traccia alcuna di quella debolezza.
Insomma, a parte questo il Regno del Cucu era un posto meraviglioso.

E’ un dispiacere

Ho letto questo articolo che racconta, ancora una volta, una storia di azienda che si rimpiccioliscono, si ristrutturano vendendo rami e settori; ma troppo spesso gli acquirenti sono, per essere forzatamente educati, inadatti, con poche idee e con un’unica capacità: quella di indebitarsi. Sempre più spesso aree industriali diventano scheletri abbandonati a testimonianza di errori e fallimenti che troppi dimenticano.

Tutto a scapito di chi con quei rami e settori ci vive.

Pensieri sul “ROI dell’Amore”

ROI significa Return Of Investment, misura in quanto tempo i benefici economici di un investimento eguagliano l’importo investito. Serve per misurare l’efficacia di un investimento e per poter decidere, tra due o più, quale convenga fare. È un termine economico ben preciso che sembra stonare affiancato alla parola amore.

Invece Domitilla Ferrari in un suo intervento all’internet festival 2013, dal titolo Il ROI dell’amore li affianca in modo provocatorio. In poche pagine racchiude una serie di consigli per “una comunicazione (online, offline, in ogni luogo) più sincera” perché, sintetizza, “Il mio tempo voglio passarlo solo con chi se lo merita. E a fare cose belle“. Leggendo il materiale dell’intervento, ho apprezzato immediatamente due meriti notevoli: quello di affrontare il tema dei contenuti della comunicazione sul web, e una semplicità unita ad una concretezza di espressione che mi ha affascinato. Quindi ho letto e riletto queste pagine perché, da una parte si è accesa la mia curiosità, ma dall’altra, non lo nascondo, volevo essere capace di copiare quello stile incisivo. Non sono un genio, ma apprezzo la distinzione che fa Picasso con la frase “I mediocri imitano, i geni copiano“, nobilitando un’arte che non viene insegnata da nessuno, ma che ho sviluppato in anni di compiti in classe.

Nel mio percorso, in un primo momento, ero d’accordo su tutto. Ma rileggendo si sono accavallate riflessioni ed osservazioni che hanno dato corpo ad altre opinioni, anche differenti, che mi hanno fatto divagare su altri temi in modo, come al solito, disordinato. Ho deciso di dar loro ordine e di fissare i punti utili ad altre divagazioni. Vi avviso, non ero presente all’intervento di Domitilla, ho solo letto il materiale; quindi questi pensieri non sono né una critica né un giudizio di un lavoro che potrei non aver capito. Piuttosto ne sono la conseguenza e l’espressione del segno che quel lavoro ha lasciato su di me.

Cosa ti aspetti dagli altri? Reciprocità. – sembra strano, parlando di comunicazione, partire da qui. Ma trovo giusto che queste aspettative siano chiare e abbiano attenzione. Ed è la reciprocitá, secondo Domitilla, l’aspettativa alla base di una comunicazione sincera. Mi sembra bello ed auspicabile e lo é quanto piú la comunicazione è personale, nel senso che viene da una persona. Non personale in quanto comunicazione di cose intime. Mi è chiarissimo sul lavoro: io cerco di parlare come persona, come professionista; perché voglio parlare a professionisti e voglio sentire il loro parere. A volte invece devo parlare in modo impersonale per veicolare comunicazioni aziendali, in quel caso mi aspetto di ricevere, e capire, le posizioni delle aziende rappresentate da quei professionisti.

Quanto amore ricevi (non sempre) dipende da quanto dai -.  Qui ho un’opinione drasticamente diversa. Quanto amore ricevi dipende sempre da quanto ne dai: solo che non è direttamente proporzionale. Se io non amo nessuno, comunque sarò attorniato da persone che mi possono amare o meno. Se esistono quelli che mi amano, lo fanno anche a dispetto del mio comportamento; lo fanno nel più puro dei modi: gratuitamente perché non ne ricevono da me. Questi continueranno ad amarmi. Invece chi non mi ama, se io cambiassi atteggiamento, potrebbe fare altrettanto ed iniziare ad amarmi anche lui. Insomma penso che dare più amore non possa che farcene avere di più, ma non in misura uguale o correlata.

PS divagazioni insidiose: ma cos’è l’amore? Esiste un unico tipo di amore o ce ne sono più d’uno? Allora qui di che amore si parla? Io ho sempre pensato a tre tipi d’amore. Uno è quello verso i figli: è un amore animale, quasi chimico. Non è detto ci sia sempre tra genitore e figlio, né che sia sempre reciproco; è più immediato tra madre e figlio; è istintivo. Un’altro è quello di coppia: è un fuoco. Come tale può nascere da una scintilla, improvvisamente; oppure accendersi pian piano, avviando la combustione prima da una parte poi dall’altra. Comunque deve essere alimentato. Non credo a chi dice che un amore nella coppia è finito: o non era amore, non è mai partito; i due assaporavano il calore di uno scaldino elettrico, ma non hanno mai visto la fiamma. Oppure si è spento per mancanza di legna; in questo caso si farebbe bene a cercare tra i rami dei motivi che avevano fatto accendere la fiamma se c’è ancora legna buona, o se possiamo usarne di differente. Ho molti amici che, dopo anni passati ad accendere fuochi con alcool o benzina su legna a casaccio, ora guardano un mucchio di ceneri chiedendosi perché. Il terzo amore è raro, universale; è l’amore per gli altri. Non lo so delineare bene, anche questo va coltivato e fatto crescere; vede gli altri al centro delle nostre attenzioni, in modo gratuito, senza alcun ritorno. È uno degli elementi di un’amicizia. Ma non so come si debba coltivarlo, io ho solo un modo per verificarlo: mi domando “per chi lo faccio?”. Per intenderci, le dame dei circoli di carità di fine ottocento quando, sedute attorno ad un thé, preparavano la pesca di beneficenza, mettevano se stesse e la bella figura che facevano come risposta alla mia domanda.

Quanto amore dai ti rende una persona migliore – Ho conosciuto persone che non la pensano così. Anzi, considerano il fatto di dare amore una debolezza, tendendo a relazionarsi con gli altri in modo autoritario o altezzoso. Quasi sempre persone insicure nel loro intimo, che hanno ricevuto poco amore. Spero sempre, per loro, che abbiano la fortuna di assaporare gli effetti dell’amore oppure la fortuna di non rendersi mai conto di cosa si perdono.

Dopo iniziano i dieci consigli di Domitilla sul tema.

1-Condividi interessi, ma prima coltiva interessi – Questo è vero nella vita; da sempre. Lo stiamo scordando. Con alcuni amici parliamo spesso dei social network e di come vengono frequentati dai ragazzi; molti di loro li vedono come cose negative che non aiutano a sviluppare una reale capacità di socializzazione; io stesso vengo considerato come un seguace-sacerdote di una prospettiva futura che non piace e che è considerata alienante. Una volta ho fatto un gioco; in una delle nostre cene ho ascoltato con attenzione i discorsi tra noi, ho isolato i contenuti di una socialitá reale e per questo considerata accettabile. Bene per tre ore si è parlato di cosa ha fatto tizio, di quello che è capitato a caio, di dove ha traslocato sempronio, ecc. Nessuno, dico nessuno, tra una decina di, quasi o over, cinquantenni ha parlato di una realizzazione, un fatto, un’emozione sua! Alla fine ho ripreso l’attenzione ponendo la domanda:”di cosa si è parlato?”, tutti sono stati concordi nel dire: “di noi, delle nostre cose”. Domitilla, su questo non posso che essere d’accordo, sia per il mondo del web che per quello reale.

2-Siamo vasi comunicanti – Condividi conoscenza e conoscenze Si, non ricordo chi ha detto “se ho un pezzo di pane e lo condivido io avró meno pane e ciascuno ne avrà metà. Se ho un’idea e la condivido, ciascuno avrà un’idea”. Sicuramente bello, forse in ambito lavorativo non è adatto se preso alla lettera.

3-Dai valore al tempo, sii snob, impara a dire di noTempo e no, quante divagazioni! Una frase così non può che essere di stimolo, ma non la condivido nella sua sinteticitá. Il tempo, secondo me, è la materia prima, o meglio la nuova ricchezza su cui si basa la nuova societá che sostituirá la morente societá industriale. Quest’ultima vedeva la sua materia prima nella forza lavoro, ma queste sono riflessioni che mi portano lontanissimo e meritano un’altro spazio. Dico lontanissimo perché oltre a questa osservazione, divago pensando al fatto che oggi il tempo lo vedo come un problema sempre più ristretto a societá ricche, mentre altri miliardi di individui hanno nella fame o nel fuggire dalle guerre la gran parte della loro attenzione. In qualche modo penso che sia anche una conseguenza che negli ultimi cinquant’anni, per la prima volta dall’impero Romano, non ci sono state guerre nell’Europa occidentale. Invece non penso che l’attenzione delle persone sia sul dire di no o di si. Penso siano falsi problemi. Perché si vuole imparare a dire di no? Perché con troppi si, affoghiamo e non concludiamo nulla? Allora impariamo a dire un si responsabile, un si che ci espone e ci impegna di persona per la sua realizzazione. Perché si vuole imparare a dire di si? Perché i no di continuo ci isolano e ci rendono burberi e imbronciati come bambini capricciosi? Allora impariamo a dire un no che sia una nostra scelta vera, non un’argine a quello che ci viene proposto/imposto. Insomma penso che il nodo sia nel coltivare e far crescere la nostra capacitá di scelta e di saper assumerci le responsabilità dei nostri si e no. Per dirla differentemente: dire di no per dar valore al tempo mi sembra una comoda alternativa a dire un no circonstanziato.

4-Dai valore al tempo degli altri, impara a dire noi – Altri, noi? Penso che “noi” sia una parola pericolosa con una doppia accezione. Penso anche che gli ultimi decenni si sono basati molto sulla confusione tra le due. Se siamo due o tre attorno ad un argomento o un’attivitá, il “noi” può essere messo al centro per unirci ed identificare il gruppo che ha il comune obiettivo o interesse. Ma se, alle stesse due o tre persone il noi lo mettiamo intorno diventa confine e baluardo per separarci e proteggerci dal “voi” è dagli altri. Andate ad una riunione di condominio e pensate al noi, dov’è? Al centro di tutti i condomini che dividono, dormono, vivono, piangono sotto lo stesso tetto, oppure a difesa di quelli che vogliono il riscaldamento dalle 14 alle 22 contro quelli che lo vogliono dalle 18 alle 24?
Il valore al tempo degli altri è rispetto, sensibilitá, attenzione. Non è un esercizio inutile.

Non vado oltre, per ora, nelle mie osservazioni; rischia di diventare un romanzo. Leggetevi il materiale di Domitilla, ne riparliamo alla prossima.

VitaDigitale nella metro

Metroroma Linea A

Metroroma Linea A by vidierre

Anche oggi in ufficio con la metro, solo posto in piedi. Davanti a me una ragazza, che quando la vedi non ti viene certo in mente l’aggettivo alto. In piedi alla mia sinistra, una signora con un impermeabile legge un libro. L’autunno è una stagione strana e quest’anno ancor di più, la mattina l’abbigliamento ti dice cosa faranno. Il ragazzo in maglietta torna a casa per pranzo, il signore in giacca e cravatta va in ufficio; poi ce n’è un’altro che sopra la giacca porta un gilè imbottito leggero, forse dopo il lavoro si attarderà per un aperitivo o andrà a cena fuori.

Seduto alla destra della ragazza c’è un ragazzo; jeans, felpa grigia con cappuccio calata sulle spalle, maglietta sformata che lascia intravedere una parte di un grosso tatuaggio sulla schiena. Berretto rosso con visiera nera, da cui escono i due fili bianchi che fanno pensare ad un collegamento diretto del cervello con il suo Apple-device bianco con una cover rossa dove spicca la scritta bianca Campari. Il mio cervello immagina. Immagina che quel collegamento non serve a far salire i suoni e i ritmi che rallegrano la sua vita, rendendo meno grigio il mondo che frequenta. Invece il dispositivo nelle sue mani contiene una mistura di una droga segreta che lo mantiene in vita, creata dallo sponsor della sua cover, lo rende inconsapevole schiavo della stessa. È una sostanza che fa pronunciare automaticamente “Un Negroni”, quando un agente segreto, generalmente vestito di nero con una fascia in vita, gli chiede “che prendi?”.

“Signora, prego.”, dice la ragazza alzandosi, “non mi ero accorta!”.
“No, no non si preoccupi, non c’é bisogno”
“Ma no, no, sieda”
“Non è lei che deve alzarsi”, dice la signora con l’impermeabile mentre, convinta, si siede. È nel sedersi che si aggiusta l’impermeabile e solo allora vedo quello che aveva notato la ragazza: la signora è incinta. Il viaggio prosegue. Lei, pressata dalla folla, con una mano regge il suo trolley e l’altra allungata verso l’alto riesce appena ad aggrapparsi con tre dita ed evitare di cadere.

Il ragazzo resta assorto, assorbito dalla trasfusione della sostanza misteriosa, non si accorge di quello che accade. Il fluido che entra nel cervello gli impedisce di attivarsi, di fare un gesto; anzi sembra che l’effetto del breve scambio di battute, e di posto, sia solo quello di farlo diventare più impietrito assente. Anche se i suoi occhi incrociano i movimenti della ragazza, al limite della caduta, è evidente che il cervello non è più in grado di elaborarne i segnali ricevuti. Non agisce, non può più agire. Forse crescerá, invecchierá, ma oramai il suo cervello è destinato a rispondere solo agli stimoli delle sostanze misteriose, trasportate da quei fili bianchi, spruzzate negli occhi da quegli schermi luminosi.

Il ragazzo è solo uno di quei morti viventi che si aggirano per il paese, che non reagiscono alla realtà che li circonda, che non incidono sulla realtà che li circonda.