Prima di scendere al bar per un caffè sentivo alla radio che Trump sta preparando un decreto (non so se negli USA si chiama così) per vietare TIKTOK. Ritiene che sia usata dalla Cina per spiare. Ieri leggevo un articolo su GTP-3 dove nove filosofi   GTP-3 dove nove filosofi espongono dei dubbi aperti su questo linguaggio rivoluzionario di intelligenza artificiale.

Penso che siano tutti segnali degli “impulsi” o “tendenze” che si stanno sviluppando. Quali? Ovviamente sono solo idee mie e non meritano risonanza accademica, ma chiamo così tutta una serie di eventi che influenzano la società per come la conosciamo noi. La società. Un termine chiaro per tutti ma non interpretato da tutti allo stesso modo. Eppure gli “impulsi” stanno incrinando la struttura sociale che chiamami tutti società.

Gli ambiti della nostra società

Semplificando, penso che dietro la parola società ci sono dei concetti diffusi su vari ambiti che spesso si intrecciano fra loro:

  • L’ambito degli stati – benché ne esistono molti in varie forme. È ritenuta la forma Democratica quella più giusta è diffusa. Dove le varie forme di governo (amministrativo, legislativo e giudiziario) sono esercitate da rappresentanti del popolo scelti, più o meno direttamente, dal popolo stesso.
  • L’ambito intra-statale – dove in pratica, o in modo strutturato si creano delle dinamiche di gruppo o appartenenza meno strutturate e spesso molto variabili rispetto al momento
  • L’ambito Inter-statale – sia nelle relazioni tra stati singoli che nelle forme che più stati si danno per relazionarsi fra loro. Penso all’ONU, i vari G7 G11, l’Unione Africana ecc.

Questi ambiti hanno tutti in comune la parola stato. Peró siamo onesti, fino ai primi del novecento lo gli stati erano chiari. Più o meno esplicitamente lo stato era quella entità, su un territorio geografico, titolata ad esercitare la violenza (Max Weber). Ora un po’ meno. Gli “impulsi” hanno incrinato questo concetto. Questi tre ambiti sono forse gli unici dove le persone delegano alcuni aspetti della propria vita in modo esplicito e, in teoria, totalmente consapevole. Poi ci sono altri ambiti che sono basati su concetti ancora più labili o volatili del concetto di stato.

  • L’ambito religioso – nella realtà produce altre entità che sono, quasi sempre, intersecanti con il l’ambito intra-statale
  • L’ambito economico – che è, a mio parere, il primo che ha subito una trasformazione già consolidata. Fintanto che le aziende e la capacità di emettere moneta erano confinate all’interno degli stati era inter-statale, ora è intra-statale,
  • L’ambito ecologico – è decisamente il più nuovo nella consapevolezza delle persone. Pur avendo delle peculiarità intra-statali (vedi il fiume Lambro) ha, nella maggioranza dei suoi aspetti una valenza intra-statale
  • L’ambito extraterrestre – si avete letto bene. Penso che questo, casomai in forma divinatoria, sia sempre esistito. Ma è solo nel XX secolo, con i viaggi spaziali, che è entrato nella consapevolezza comune.
  • L’ambito tecnologico – anche questo è tra i più antichi. La ruota, l’uso dei metalli sono solo due delle testimonianze di come sia sempre esistito.

In realtà, nelle mie riflessioni, ne ho in mente un altro che però non so mai se considerarlo tale o meno:

  • L’ambito personale

Ho dei dubbi perché da una parte mi viene da pensare che non esista e sia implicito nell’esistenza dei singoli. L’espressione di questo ambito è di fatto nei vari modi in cui le persone interagiscono nei vari ambiti.  Quando ci penso arrivo sempre alla conclusione di non considerarlo un ambito.

Le variabili degli ambiti

Ci sono altre cose come il potere, la salute, la comunicazione, i trasporti, e altre che ogni tanto mi vengono in mente. Ma queste non le considero ambiti, piuttosto delle variabili o componenti che ciascun ambito possiede. Sono le variabili che vengono toccate dagli “impulsi”. È Il loro mutare che produce delle trasformazioni. Facciamo un esempio sull’ambito economico.  Fino alla fine del 1800 il potere di coniare moneta era stabile all’interno dei singoli stati e le singole valute erano garantite da riserve auree. Con la crisi di inizio ‘900 mi sa che la Svizzera fu la prima, nel 1914 a rompere questa regola, stabilendo che solo il 40% della moneta circolante doveva essere coperta da oro. Ma fu nel 1944 che, con gli accordi Bretton Woods,  si stabilì il dollaro come valuta di riferimento per gli scambi. Sebbene gli obbiettivi erano di creare le condizioni per una stabilizzazione dei tassi di cambi ed eliminare le condizioni di squilibrio determinate dai pagamenti internazionali, costituì il primo impulso alla trasformazione dell’ambito economico. Successivi impulsi, nel settore prettamente monetario, sono stati: 

  • la possibilità, di effettuare i cambi tra monete in differenti borse nel mondo stando seduti dietro ad un computer
  • Il poter coniare moneta, con le criptovalute o monete elettroniche, non legata ad uno stato

 Il settore industriale con gli impulsi legati alla creazione di forti multinazionali e della globalizzazione del mercato del lavoro ha fatto il resto. Abbiamo ora delle aziende che hanno dei profitti pari o superiori a quelli degli stati, ad esempio:

Apple – nell’anno fiscale 2019 55 miliardi di dollari.
Microsoft – nell’anno fiscale 2019 40 miliardi di dollari.
Facebook – nell’anno fiscale 2019 18 miliardi di dollari.
Volkswagen – nell’anno fiscale 2019 15 miliardi di dollari.
Italia – nell’anno fiscale 2018 15 miliardi di dollari.
Olanda – nell’anno fiscale 2018 8 miliardi di dollari.

L’enorme disponibilità di denaro e la possibilità di spostarlo velocemente sono i sintesi i due impulsi che hanno trasfigurato, più che trasformato, l’ambito economico. Parlo di trasfigurazione perché è sotto gli occhi di tutti l’effetto che ha avuto sul lavoro e sulla produzione stessa. Non è più importante realizzare prodotti buoni e di qualità, piuttosto innovativi. Ma un prodotto “innovativo” a tutti i costi non dura nel tempo perché, nel tempo, perde questa sua caratteristica e deve essere sostituito dopo pochi anni da un’altro “innovativo”. I nostri genitori compravano un’auto e mediamente questa veniva sostituita dopo molti anni. Mio padre, curò la sua 850 e la fece durare 15 anni. La lavatrice comprata nel 1972 era una Candy, ma sostituendo una pomp ogni tanto e qualche guarnizione era perfettamente funzionante fino al 2005! Ora se torniamo indietro con la mente di 10 anni sono pochi i prodotti che, mediamente, si continuano ad usare. Il lavoro delle persone non è più una componente di attenzione delle aziende, è digerito il concetto di ridurre il personale per mantenere almeno a pochi il lavoro. Non esiste il concetto che, solo a scriverlo mi sembra strano, di ridurre i profitti per dar lavoro a più persone. Notare che scrivo di non-esistenza non perché sottintendo una mancanza ingiusta, ma perché non può esistere, non è applicabile. Nell’ambito economico così trasformato non si può parlare di “dar lavoro” più persone perché è giusto e basta visto che non c’è lavoro da far fare. 

Ma che sono gli impulsi?

In modo scorretto ho fatto, fin qui in modo voluto, una cosa non corretta: ho utilizzato la parola impulso senza definire cosa intendo. Di definizioni della parola ce ne sono molte in diversi settori come è riportato nella Treccani o nel Garzanti, si applica alla meccanica, alla psicologia, alla medicina. Insomma una parola con vari significati a seconda della disciplina in cui si usa. Qui chiamiamo impulsi quelle modifiche o novità relative alle variabili di un ambito, quindi ad attività, comportamenti, organizzazioni, comunicazione ecc. Queste modifiche possono mutare nel tempo e svanire, oppure consolidarsi e assumere un ruolo determinante all’interno dell’ambito (v. l’esempio precedente). È più in misto tra il concetto di impulso nervoso e impulso in psicologia. Quel qualcosa che nasce, anche con motivazioni casuali, diventa una tendenza ad assumere forme pratiche di condotta all’interno di un ambito specifico e può sparire oppure consolidarsi diventando una caratteristica propria di quell’ambito. Personalmente sono delle sensazioni che ho quando, leggendo delle notizie o dei dati di natura differente si accomunano le considerazioni che faccio di conseguenza.

E quali sono gli impulsi attuali?

Proprio per come io leggo gli impulsi, ne ho alcuni che mi sembra di constatare in modo più continuativo ed altri di cui non sono sicuro. Per quello che voglio scrivere qui metto quelli che mi ricordo con i commenti relativi. Ma descriverò anche gli altri ben presto.

L’impulso della non-proprietà

Penso che sia quello che ho in modo più consolidato. Da sempre possedere un qualcosa è stata una caratteristica indiscussa. Ora, sebbene non ne siamo consapevoli, è diventata una chimera. La proprietà è un significato vuoto, benché molti sono convinti di possedere qualcosa, nei fatti stiamo affittando praticamente tutto. L’esempio lampante è nella musica e nei libri.

Quando, negli anni 60 si comprava un disco, questi aveva il valore di acquisto si, ma potevamo esercitaci un potere derivato dal possederlo. Potevamo ascoltarlo quando volevamo noi, ma anche prestarlo, regalarlo, venderlo, ignorarlo e riprenderlo dopo tanto tempo o addirittura trasformarlo dandogli fuoco, ritagliando la copertina, ecc. Per i libri lo stesso. Ora lasciamo stare le questioni emotive derivanti dal toccare l’oggetto sentire il profumo della carta, ma oggi se abbiamo un abbonamento kindle o iTunes è vero che possiamo accedere a più libri o canzoni, però perdiamo quelle capacità elencate precedentemente! Addirittura le perdiamo tutte, anche quella del riascolto o rilettura, se non si continua a pagare l’abbonamento.

Non voglio discutere sul fatto che ci sono forme gratuite, perché queste forme le ripaghiamo comunque in altra forma che non sia moneta. Con i dati dei nostri comportamenti, ma questo non è argomento che voglio approfondire ora. Anche un bene più solido come un immobile è difficile da considerare di proprietà quando si ha un mutuo di 40 anni, al massimo in compartecipazione con la banca, perché anche per rivenderlo dobbiamo rispettare delle condizioni precise.

L’impulso della delega

Questo per me è il più oscuro e temo porterà alla fine degli stati per come li conosco io.  La struttura di governo che è considerata giusta in modo diffuso è la Democrazia dove il popolo si può autogovernare tramite dei rappresentanti che sceglie. Era, ed è, sensazionale paragonato a forme di governo come la Monarchia o la dittatura dove il popolo deve sottostare ad un governo che viene determinato per discendenza. In teoria è un po’ una lotteria: se il monarca è illuminato il popolo sta bene altrimenti no. Nella pratica è un po’ peggio perché, come nelle lotterie, ci sono poche possibilità che un monarca sia e resti illuminato per tutta la durata della sua vita.

Però ora la Democrazia sta mostrando molte incertezze che penso derivino in larga parte da come si scelgono i rappresentanti. Le scelte sono fatte più come un lancio ad una partita di bowling o spinti da un tifo simil-sportivo che porta più ad urlare contro gli avversari che non a sostenere la propria squadra.  Poi la maggior parte delle persone pensa a chi scegliere solo in prossimità delle elezioni o per appartenenza di parte. Abbiamo abbandonato del tutto la parte democratica di partecipazione alla vita politica in favore di un esercizio di delega ristretto nel tempo delle elezioni. È stato un abbandono per noia, per disinteresse, per pigrizia o altro? Non lo discuto ma è un abbandono sotto gli occhi di tutti.

Questo abbandono crescendo ha portato ad una ulteriore delega: il non esercizio del voto. Di fatto la crescita dell’astensionismo non è altro che delegare a quelli che votano la possibilità di delegare i propri rappresentanti. Come risultato abbiamo l’appassire delle democrazie per come la conosciamo perché il popolo non si autogoverna più. Qualcuno ha mai fatto i calcoli veri di una elezione per vedere quanto siano rappresentativi i politici eletti? Vediamo degli esempi pratici. Nel 1948 alle prime elezioni del dopoguerra ci fu una partecipazione del 92,3% e, fino alla fine degli anni 70, la partecipazione alle elezioni era sempre oltre il 90%. Un partito che prendeva il 37% dei voti nei fatti rappresentava il 33% della popolazione. Ma avendo una partecipazione del 70% lo stesso partito pur prendendo il 37% dei voti rappresenterebbe solo il 25% della popolazione. Una bella differenza! Ci tengo a precisare che non sostengo che la democrazia sia una brutta ricetta, dico che nessuno si preoccupa di renderla ottima come una volta.

L’impulso anti-stato

È la frequente contrapposizione tra stato ed individuo. Si percepisce quando qualcuno pronuncia la frase “pago le tasse e lo stato mi deve dare un servizio adeguato”. Lo stato non è percepito come un noi, ma come un’entità dall’altra parte del bancone del negozio.

L’impulso non-mi-riguarda

Mentre la televisione ed internet da una parte ci portavano tutto il mondo dentro casa, dall’altra ci hanno fatto credere che c’è una specie di finestra (la tv ed il pc appunto) che quando si chiude lascia tutto il mondo fuori. Il loro spegnimento ci protegge dagli orrori che vediamo e ci assolve se li scordiamo.


So che non è accademico o tra i migliori comportamenti da adottare sui social o nei blog. Però ora ho fame e smetto. Il seguito alla prossima.

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