Il racconto dei tre reporter Statunitensi ha riempito blog, giornali e televisioni. Certo fa impressione saperne morti due di 24 e 27 anni uccisi da un loro collega con le mani occupate da pistola e telefonino. Quindi la polemica sulla facilità di avere delle armi è subito divampata, ma anche quella dell’uso dei social media e del protagonismo che si riesce ad avere. Insomma la pubblica opinione si è data da fare nel commentare quello che portavano le mani, meno sulla parte che le governava, il cervello.

Invece io leggo in questo atto un segno estremo di una tendenza, che non so descrivere bene, ma che ritrovo nei comportamenti dettati dai cervelli di tante persone attorno a me. Non negli USA, qui in Italia, anche qui nelle Marche. Non so descriverr questa tendenza perché, anche se la vedo come una direzione specifica verso cui ci dirigiamo, non la considero caratterizzata in modo definito. Piuttosto è una miscela, pericolosa, di comportamenti relativamente nuovi che si vanno consolidando nelle menti di generazione in generazione e diventano normalità. Provo a descriverne alcuni aspetti.

Al primo posto metto l’anestesia verso l’orrore. Un uomo per terra, un incidente, un morto, non turbano più di tanto. Li vediamo nelle nostre case più o meno tutti i giorni alla televisione, ma li sentiamo lontani da noi. Se ci capitano accanto ci giriamo dall’altra parte allo stesso modo di quando, davanti alla televisione, ci giriamo per prendere il telecomando. Attenzione questa non è una novità degli ultimi tempi. In Italia è iniziato nel 1981 con le dirette da Vermicino, ricordate?

Accanto, in qualche modo una sfaccettatura del precedente, l’incapacità di gestire le crisi, gli orrori personali. Quando situazioni come le precedenti, o malattie o, comunque situazion catalogate come disgrazie, invece che passarci vicine ci vedono protagonisti, siamo smarriti. Agitazione e depressione fanno breccia facilmente.

Poi abbiamo una carenza di cose importanti. Per molti importante è solo l’ultimo desiderio, l’ultima infatuazione. Si confonde il bisogno con il valore. Una cosa importante la si vuole ottenere, raggiungere, essere. Ma la si deve anche costruire, mantenere, difendere. Oggi spesso i nostri risultati e traguardi, una volta ottenuti, perdono importanza.

A queste tre cose si mescola, in proporzioni diverse, la soggettività delle regole. Ecco che se per far prima dobbiamo fare una strada contromano la ragione diventa “tanto non viene nessuno e sto attento”, “è solo un piccolo tratto”. Ma se sono altri ad andare contromano sono “incivili”. Troviamo che è uno schifo la nostra città, ma se dobbiamo buttare un vecchio monitor lo lasciamo di notte vicino al cassonetto.

Inoltre c’è un crescente disinteresse per il prossimo. Tempo fa ho visto una foto su Facebook di uno che indossava la maglietta con su scritto “la vita è troppo breve per poter farsi i cazzi degli altri”. No, no, no. Amico di Facebook è una fesseria. La vita è troppo breve per riuscire a farsi bene i cazzi propri, solo se tutti si fanno un po’ dei cazzi miei la mia vita sarà soddisfacente. E io avrò tempo di farmi un pò di cazzi altrui. 

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