Com’è che sto qui

20111118-134138.jpgCi sono cinque poltrone lungo le pareti di una stanza grande abbastanza per contenerle e lasciare lo spazio per far passare cmodamente due o tre persone in piedi.
Sono poltrone begie in finta pelle sostenute da un piedistallo nero rettangolare dal quale si alza una colonna di acciaio. Al tremine della colonna un capitello che sostiene la poltrona e da cui partono tante leve per regolare elettricamente la posizione di poggiapipedi, braccioli, schienale e poggiatesta. Insomma poltrone che sono una brutta copia di quelle ipertecnologiche dei dentisti.
Come cinque alberi ornamentali, a fianco di ciascuna poltrona svetta un’asta di acciaio che termina con una ramificazioone di ganci per reggere le buste delle flebo. A mezz’asta una scatola grigia con un display elettrico in cui si raccolgono tutti i tubi che escono dalle sacche delle flebo. E’ una pompa che, una volta impostata assicura il fluire delle medicine secondo la velocità prestabilita. Dalla scatola, per l’alimentazione elettrica, parte un filo nero che termina in una delle cinque prese di corrente presente nella stanza.
Cinque scaffali di finto legno che poggiano su supporti di finto acciaio sono dietro le poltrone. Servono per appoggiare i cinque vassoi di acciaio che contengono le sacche delle flebo, il foglio della tempistica di somministrazione e le eventuali medicine che devono essere somministrate per bocca.
Il piccolo ingresso che ha questa stanza ha sulla sinistra un mobile bar che contiene succhi di frutta e bottiglie d’acqua; sulla destra si apre la porta del bagno.

Ma come ci arrivo qui?
Sveglia alle 06:30 e colazione. Quella colazione salata che mi hanno consigliato per diminuire i fastidi allo stomaco e che funziona (anche un infermiere me l’ha chiesta e ha detto che funziona benissimo): uovo in camicia, prosciutto crudo e pane rigorosamente tostato e di grano duro.

Alle 08:00 si esce. Per ora tutto coperto vengo ancora trasportato con lo scooter, ma con l’aumentare del freddo non credo che ci riuscirò più. Verso le 08:30 entro all’isola Tiberina e in ospedale vado agli ambulatori oncologici del day hospital. E’ una porta chiusa con il telaio azzurro di metallo e un vetro satinato; si suona al citofono e ti aprono. Dentro ci sono due segretarie gentili e, di solito, allegre di loro senza finzioni; oramai mi conoscono e sanno a memoria quello che devo fare, mi danno un foglio con un numero che serve solo ad identificarmi e non per formare una fila; poi esco e mi siedo in una delle sedie messe nel corridoio-sala d’aspetto.
Qui ci sono molti volti noti di “compagni di chemio”, i nuovi appena sentono la chiamata del numero controllano e spesso chiedono come mai sono stati saltati; allora qualcuno degli abitué spiega che “no ilnumero non è la coda ma serve solo ad identificarti, ti chiamano a seconda del medico che devi vedere o di quello che dei fare”. Si perché siamo qui tutti per lo stesso motivo, ma facciamo cose molto differenti tra noi; cosa si deve fare è un’intimità che ho imparato non tutti condividono. In sala d’aspetto si parla poco, si aspetta.

Poi chiamano il mio numero allora ritorno alla porta suono, mi aprono ed entro, “si accomodi alla prima stanza a destra”. L’ambulatorio è una stanzetta piccola, profonda quel che basta per farci entrare, in modo abbastanza sacrificato, la scrivania del medico e le due sedie di fronte. Di fianco alla scrivania, con uno spazio che fa passare o il medico o il paziente, c’è il lettino con il rotolo di carta per il lezuolo che serve per un’eventuale visita.
Il medico mi chiede come sto e intanto cerca nel computer i risultati delle analisi che ho fatto ieri.
“Bene, bene i valori sono buoni, il fegato và bene i reni anche. Come è andata l’ultima chemio?”
“meglio del solito, la diluizione in 1000ml invece che 500 mi ha evitato la flebite..” poi, a seconda del medico, mi fa accomodare sul lettino mi visita e mi pesa. Quindi si passa ai moduli.
Prima stampa quello per il day hospital con le indicazione per la terapia: le pillole di chemio per bocca, una flebo da 20min con un gastroprotettore, la flebo con la chemio per 4 ore, una flebo con il cortisone di 20min ed un’altra di altri 20 min con non so che. Poi i due moduli per la farmacia dell’ospedale dove ritirare le pillole di chemio da portare a casa; le danno sfuse e sono rigorosamente contate. È giusto con quello che costano (circa 3500euro a ciclo) e per quello che servono è sciocco farne scorta. Poi il modulo con le medicine che devo prendere a casa e le modalità di somministrazione. Infine si compila il tesserino con i prossimi appunatmenti.
“Grazie dottore, arrivederci”.

Ripasso nel corridoio-sala d’aspetto ed entro nel day hospital, vado nella sala infermieri a consegnare il foglio della terapia.
“Grazie la chiamiamo noi, ha il numero?”
“No l’ho lasciato dal medico”
“Allora la chiamo per nome”
Ritorno nel corridoio-sala d’aspetto, le persone ora sono di più.
Quando mi chiamano sono oramai le 10:30. Peccato significa che se non ci saranno problemi finirò alle 16:00.

Mi fanno accomodare nella sala con le poltrone, arriva l’infermieria con il vassoio d’acciaio e lo posa nello scaffale dietro alla mia poltrona. Prendo una bottiglia d’acqua dal frigo e mando giù le cinque pillole rosa di chemio.
“Quale braccio usiamo oggi?”
“Il destro” rispondo io e si inizia.20111118-134138.jpgCi sono cinque poltrone lungo le pareti di una stanza grande abbastanza per contenerle e lasciare lo spazio per far passare cmodamente due o tre persone in piedi.
Sono poltrone begie in finta pelle sostenute da un piedistallo nero rettangolare dal quale si alza una colonna di acciaio. Al tremine della colonna un capitello che sostiene la poltrona e da cui partono tante leve per regolare elettricamente la posizione di poggiapipedi, braccioli, schienale e poggiatesta. Insomma poltrone che sono una brutta copia di quelle ipertecnologiche dei dentisti.
Come cinque alberi ornamentali, a fianco di ciascuna poltrona svetta un’asta di acciaio che termina con una ramificazioone di ganci per reggere le buste delle flebo. A mezz’asta una scatola grigia con un display elettrico in cui si raccolgono tutti i tubi che escono dalle sacche delle flebo. E’ una pompa che, una volta impostata assicura il fluire delle medicine secondo la velocità prestabilita. Dalla scatola, per l’alimentazione elettrica, parte un filo nero che termina in una delle cinque prese di corrente presente nella stanza.
Cinque scaffali di finto legno che poggiano su supporti di finto acciaio sono dietro le poltrone. Servono per appoggiare i cinque vassoi di acciaio che contengono le sacche delle flebo, il foglio della tempistica di somministrazione e le eventuali medicine che devono essere somministrate per bocca.
Il piccolo ingresso che ha questa stanza ha sulla sinistra un mobile bar che contiene succhi di frutta e bottiglie d’acqua; sulla destra si apre la porta del bagno.

Ma come ci arrivo qui?
Sveglia alle 06:30 e colazione. Quella colazione salata che mi hanno consigliato per diminuire i fastidi allo stomaco e che funziona (anche un infermiere me l’ha chiesta e ha detto che funziona benissimo): uovo in camicia, prosciutto crudo e pane rigorosamente tostato e di grano duro.

Alle 08:00 si esce. Per ora tutto coperto vengo ancora trasportato con lo scooter, ma con l’aumentare del freddo non credo che ci riuscirò più. Verso le 08:30 entro all’isola Tiberina e in ospedale vado agli ambulatori oncologici del day hospital. E’ una porta chiusa con il telaio azzurro di metallo e un vetro satinato; si suona al citofono e ti aprono. Dentro ci sono due segretarie gentili e, di solito, allegre di loro senza finzioni; oramai mi conoscono e sanno a memoria quello che devo fare, mi danno un foglio con un numero che serve solo ad identificarmi e non per formare una fila; poi esco e mi siedo in una delle sedie messe nel corridoio-sala d’aspetto.
Qui ci sono molti volti noti di “compagni di chemio”, i nuovi appena sentono la chiamata del numero controllano e spesso chiedono come mai sono stati saltati; allora qualcuno degli abitué spiega che “no ilnumero non è la coda ma serve solo ad identificarti, ti chiamano a seconda del medico che devi vedere o di quello che dei fare”. Si perché siamo qui tutti per lo stesso motivo, ma facciamo cose molto differenti tra noi; cosa si deve fare è un’intimità che ho imparato non tutti condividono. In sala d’aspetto si parla poco, si aspetta.

Poi chiamano il mio numero allora ritorno alla porta suono, mi aprono ed entro, “si accomodi alla prima stanza a destra”. L’ambulatorio è una stanzetta piccola, profonda quel che basta per farci entrare, in modo abbastanza sacrificato, la scrivania del medico e le due sedie di fronte. Di fianco alla scrivania, con uno spazio che fa passare o il medico o il paziente, c’è il lettino con il rotolo di carta per il lezuolo che serve per un’eventuale visita.
Il medico mi chiede come sto e intanto cerca nel computer i risultati delle analisi che ho fatto ieri.
“Bene, bene i valori sono buoni, il fegato và bene i reni anche. Come è andata l’ultima chemio?”
“meglio del solito, la diluizione in 1000ml invece che 500 mi ha evitato la flebite..” poi, a seconda del medico, mi fa accomodare sul lettino mi visita e mi pesa. Quindi si passa ai moduli.
Prima stampa quello per il day hospital con le indicazione per la terapia: le pillole di chemio per bocca, una flebo da 20min con un gastroprotettore, la flebo con la chemio per 4 ore, una flebo con il cortisone di 20min ed un’altra di altri 20 min con non so che. Poi i due moduli per la farmacia dell’ospedale dove ritirare le pillole di chemio da portare a casa; le danno sfuse e sono rigorosamente contate. È giusto con quello che costano (circa 3500euro a ciclo) e per quello che servono è sciocco farne scorta. Poi il modulo con le medicine che devo prendere a casa e le modalità di somministrazione. Infine si compila il tesserino con i prossimi appunatmenti.
“Grazie dottore, arrivederci”.

Ripasso nel corridoio-sala d’aspetto ed entro nel day hospital, vado nella sala infermieri a consegnare il foglio della terapia.
“Grazie la chiamiamo noi, ha il numero?”
“No l’ho lasciato dal medico”
“Allora la chiamo per nome”
Ritorno nel corridoio-sala d’aspetto, le persone ora sono di più.
Quando mi chiamano sono oramai le 10:30. Peccato significa che se non ci saranno problemi finirò alle 16:00.

Mi fanno accomodare nella sala con le poltrone, arriva l’infermieria con il vassoio d’acciaio e lo posa nello scaffale dietro alla mia poltrona. Prendo una bottiglia d’acqua dal frigo e mando giù le cinque pillole rosa di chemio.
“Quale braccio usiamo oggi?”
“Il destro” rispondo io e si inizia.

Appunto

Appena passati i dottori e, per la serie “se la fortuna è cieca la sfiga ci vede benissimo”, mi hanno detto che la TAC ritarda un pò perché si è rotta una macchina……Appena passati i dottori e, per la serie “se la fortuna è cieca la sfiga ci vede benissimo”, mi hanno detto che la TAC ritarda un pò perché si è rotta una macchina……

Una notte tranquilla

20110520-091059.jpg

Ieri sono crollato, dopo due notti passate a dormire tra un campanello e le voci delle infermieri ieri alle otto di sera mi sono addormentato come un sasso. Unica interruzione le infermiere che sono venute a trovare G. Verso le dieci e poi tutta una tirata fino alle cinque di mattina.
G. è arrivato ieri pomeriggio per essere operato lo stesso giorno. È simpatico e come l’ospite precedente A. resterà un paio di giorni; ieri sottomi ferri, oggi in osservazione e probabilmente domani a casa; una coliciste, rapido e semplice.
Io inizio ad essere impaziente per la mia TAC che non si è ancora fatta, anche perchè se non me la fanno oggi temo che l’operazione sarà rinviata. Vediamo cosa succede, io come al solito aspetto.20110520-091059.jpg

Ieri sono crollato, dopo due notti passate a dormire tra un campanello e le voci delle infermieri ieri alle otto di sera mi sono addormentato come un sasso. Unica interruzione le infermiere che sono venute a trovare G. Verso le dieci e poi tutta una tirata fino alle cinque di mattina.
G. è arrivato ieri pomeriggio per essere operato lo stesso giorno. È simpatico e come l’ospite precedente A. resterà un paio di giorni; ieri sottomi ferri, oggi in osservazione e probabilmente domani a casa; una coliciste, rapido e semplice.
Io inizio ad essere impaziente per la mia TAC che non si è ancora fatta, anche perchè se non me la fanno oggi temo che l’operazione sarà rinviata. Vediamo cosa succede, io come al solito aspetto.

Il primo verdetto

20110519-165912.jpg

“Frammenti di adenocarcinoma ben differenziato del grosso intestino e tessuto di granulazione corrispondente a fondo di ulcera” questo è quanto ripportato nel referto della biopsia.
Il nome di per sé non ispira tenerezza o fiducia. Adenocarcinoma. Anzi direi un pò di antipatia, come quasi tutti i doppi nomi sembra che ti vogliono dire “te chi sei? Sei solo uno Stefano, Roberto, Vittorio; io invece sono Pierluigi, Gianfranco, Gianluca quindi sono di piú di te”. E’ una condizione di opulenza talmente grossa che tracima pure nel nome: due invece che uno! In effetti non ho mai conosciuto qualcuno che, nato in periferia o in borgata, si chiami Piersilvio.
Adenocarcinoma. Cosa significa lo so, o penso di averlo capito cercando su Google leggendo su Wikipedia, insomma attingendo alle fonti universali penso che un tumore è di sicuro, non è detto che sia in uno stato molto avanzato e non è detto che se ne sia andato in giro.
Comunque l’intruso mi ricorda la sua presenza dopo ogni volta che mangio qualcosa. Un pò di mal di pancia e sensazione di andare al bagno me le devo sorbire sempre. Non so dire se pian piano che viene identificato l’intruso anche i sintomi si rendono riconoscibili o se è solo la suggestione dovuta alle letture che ho fatto che mi fa ricondurre qualsiasi sensazione ad un sintomo che ho letto.
Sicuramente non consiglio a chi è suggestionabile di approfondire più di tanto la sua conoscenza teorica. Per me il discorso è diverso e innato, sono curioso di mio. Aveva ragione l’ingegnere Martinozzi, il mio primi datore di lavoro, quando mi disse che io mi sarei sempre trovato male in grandi aziende perchè non mi averebbero permesso di capire tutto. In effetti sono convinto che anche in punto di sepoltura avrei qualche domanda da fare ai becchini su come è fatta la cassa, che legno hanno usato e perché è tagliata cosí eccetera, eccetera.
Adenocarcinoma. E ora che faccio? O meglio io non ho nulla da fare se non aspettare l’operazione di Lunedì dove con mano certosina il chirurgo sfratterà l’intruso. Ma come lo dico agli altri? Parenti, amici, colleghi tutti quelli che, saputo l’esito ospedaliero del mio contrrollo, si sono scossi o incupiti. Chi glielo dice che è un tumore? In teoria dovrei essere io quello cupo o colpito dalla notizia e bisognoso di attenzioni (ma non ne volgio mai troppe…). Mentre io mi sto godendo questo periodo di inattività quasi come se fosse una vacanza……20110519-165912.jpg

“Frammenti di adenocarcinoma ben differenziato del grosso intestino e tessuto di granulazione corrispondente a fondo di ulcera” questo è quanto ripportato nel referto della biopsia.
Il nome di per sé non ispira tenerezza o fiducia. Adenocarcinoma. Anzi direi un pò di antipatia, come quasi tutti i doppi nomi sembra che ti vogliono dire “te chi sei? Sei solo uno Stefano, Roberto, Vittorio; io invece sono Pierluigi, Gianfranco, Gianluca quindi sono di piú di te”. E’ una condizione di opulenza talmente grossa che tracima pure nel nome: due invece che uno! In effetti non ho mai conosciuto qualcuno che, nato in periferia o in borgata, si chiami Piersilvio.
Adenocarcinoma. Cosa significa lo so, o penso di averlo capito cercando su Google leggendo su Wikipedia, insomma attingendo alle fonti universali penso che un tumore è di sicuro, non è detto che sia in uno stato molto avanzato e non è detto che se ne sia andato in giro.
Comunque l’intruso mi ricorda la sua presenza dopo ogni volta che mangio qualcosa. Un pò di mal di pancia e sensazione di andare al bagno me le devo sorbire sempre. Non so dire se pian piano che viene identificato l’intruso anche i sintomi si rendono riconoscibili o se è solo la suggestione dovuta alle letture che ho fatto che mi fa ricondurre qualsiasi sensazione ad un sintomo che ho letto.
Sicuramente non consiglio a chi è suggestionabile di approfondire più di tanto la sua conoscenza teorica. Per me il discorso è diverso e innato, sono curioso di mio. Aveva ragione l’ingegnere Martinozzi, il mio primi datore di lavoro, quando mi disse che io mi sarei sempre trovato male in grandi aziende perchè non mi averebbero permesso di capire tutto. In effetti sono convinto che anche in punto di sepoltura avrei qualche domanda da fare ai becchini su come è fatta la cassa, che legno hanno usato e perché è tagliata cosí eccetera, eccetera.
Adenocarcinoma. E ora che faccio? O meglio io non ho nulla da fare se non aspettare l’operazione di Lunedì dove con mano certosina il chirurgo sfratterà l’intruso. Ma come lo dico agli altri? Parenti, amici, colleghi tutti quelli che, saputo l’esito ospedaliero del mio contrrollo, si sono scossi o incupiti. Chi glielo dice che è un tumore? In teoria dovrei essere io quello cupo o colpito dalla notizia e bisognoso di attenzioni (ma non ne volgio mai troppe…). Mentre io mi sto godendo questo periodo di inattività quasi come se fosse una vacanza……

I risultati dell’esame

Mia moglie, Stefania, non arriva, ma ho trovato due sue chiamate nel telefono. La chiamo per sapere come vá e mi risponde dal motorino. “ti sento male e sono in un posto dove non riesco a fermarmi, sono passata al Salvator Mundi perché erano pronti i risultati della biopsia. Sto arrivando”.
Quindi tra un pò forse saprò qualcosa di piú sulla mia pancia e se il mio ospite è un intruso tranquillo e solitario oppure se è un invadente e inoppotuno.
Aspetto, come al solito.
Spero che l’incrinatura della voce non sia dovuta al fatto che lei ha già letto i risultati; mi dispiace causare tanto dispiacere. Indipendentemente dalla gravità vorrei che fossero tutti un pó piú sereni…Mia moglie, Stefania, non arriva, ma ho trovato due sue chiamate nel telefono. La chiamo per sapere come vá e mi risponde dal motorino. “ti sento male e sono in un posto dove non riesco a fermarmi, sono passata al Salvator Mundi perché erano pronti i risultati della biopsia. Sto arrivando”.
Quindi tra un pò forse saprò qualcosa di piú sulla mia pancia e se il mio ospite è un intruso tranquillo e solitario oppure se è un invadente e inoppotuno.
Aspetto, come al solito.
Spero che l’incrinatura della voce non sia dovuta al fatto che lei ha già letto i risultati; mi dispiace causare tanto dispiacere. Indipendentemente dalla gravità vorrei che fossero tutti un pó piú sereni…

L’ingresso

20110518-115955.jpg

Eccomi qui in ospedale. Tutto molto rapido e quasi irreale, anche oggi quando mi sono svegliato ho dovuto fare mente locale per “sintonizzarmi” sulla giornata che mi aspettava e, come al solito da Sabato, mi sono dovuto dire “no, oggi niente ufficio; pensiamo alle cose dell’operazione”. Dumque la mattina è passata tra il fare la borsa per l’ospedale e un tira e molla di telefonate. La prima dall’ufficio ricoveri dove un tizio gentile mi ha invitato a presentarmi nel pomeriggio alle 15:30; dopo circa mezz’ora lo stesso tizio un pò dispiaciuto nello svolgere il suo incarico mi ha detto che non se ne faceva nulla per via di una urgenza. Non pasano nemmeno cinque minuti e mi richiama per chiedermi se, “nel caso l’urgenza rientri, perchè sa spesso dal pronto soccorso bloccano dei posti e poi capita che dirottano il paziente in altre strutture quindi…” io fossi sempre disponibile ad entrare. Ovviamente ho risposto di si.
L’ultima dopo un’altra mezzora dove, esultante, mi ha detto che si era liberato il posto e mi aspettavano nel pomeriggio.
Certo che se uno è un pò ansioso come inizio non è male.
Io sono ancora molto sereno e questo cinema lo vedo più Influente sullo stato d’animo di mia moglie.
L’ingresso è stato un pò come l’arrivo albergo di una nuoae città durante un viaggio; mi sono guradato intorno per capire quali erano i miei spazi: comodino, armadietto, firgorifero (c’è pure il frigorifero personale!), televisore privato con un braccio snodato che te lo mette proprio davanti agli occhi. Per vederlo serve una schedina che si acquista ad un distributore nel corridoio, come pure le cuffie. E’ bellissimo ci sono queste stanze o da quattro o da due con i pazienti sdraiati nei letti di tre tipi: quelli attaccati con tubi e sonde e che soffrono, quelli attaccati con tubi, sonde e cuffiette che guardano la tv e quelli attaccati solo con le cuffiette che guardano la tv. Sembriamo delle gigantesche larve attaccato in tutti i casi a dei macchinari che un pò ci tengono in vita e un pò ci rubano la vita.
Io la tesera non la compro. non per snobbismo, ma perchè tanto la tv non mi interessa. Comunque anche io ho il mio “attacco” con il sistema, un pò meno appariscente e forse questo si più snob, il mio iPad con cui mi creo di volta in volta il mondo che mi interessa.
Dopo avere preso conoscenza e possesso dei miei spazi mi sono cambiato ed infilato nel letto. Inizia la vita dell’ospedale.20110518-115955.jpg

Eccomi qui in ospedale. Tutto molto rapido e quasi irreale, anche oggi quando mi sono svegliato ho dovuto fare mente locale per “sintonizzarmi” sulla giornata che mi aspettava e, come al solito da Sabato, mi sono dovuto dire “no, oggi niente ufficio; pensiamo alle cose dell’operazione”. Dumque la mattina è passata tra il fare la borsa per l’ospedale e un tira e molla di telefonate. La prima dall’ufficio ricoveri dove un tizio gentile mi ha invitato a presentarmi nel pomeriggio alle 15:30; dopo circa mezz’ora lo stesso tizio un pò dispiaciuto nello svolgere il suo incarico mi ha detto che non se ne faceva nulla per via di una urgenza. Non pasano nemmeno cinque minuti e mi richiama per chiedermi se, “nel caso l’urgenza rientri, perchè sa spesso dal pronto soccorso bloccano dei posti e poi capita che dirottano il paziente in altre strutture quindi…” io fossi sempre disponibile ad entrare. Ovviamente ho risposto di si.
L’ultima dopo un’altra mezzora dove, esultante, mi ha detto che si era liberato il posto e mi aspettavano nel pomeriggio.
Certo che se uno è un pò ansioso come inizio non è male.
Io sono ancora molto sereno e questo cinema lo vedo più Influente sullo stato d’animo di mia moglie.
L’ingresso è stato un pò come l’arrivo albergo di una nuoae città durante un viaggio; mi sono guradato intorno per capire quali erano i miei spazi: comodino, armadietto, firgorifero (c’è pure il frigorifero personale!), televisore privato con un braccio snodato che te lo mette proprio davanti agli occhi. Per vederlo serve una schedina che si acquista ad un distributore nel corridoio, come pure le cuffie. E’ bellissimo ci sono queste stanze o da quattro o da due con i pazienti sdraiati nei letti di tre tipi: quelli attaccati con tubi e sonde e che soffrono, quelli attaccati con tubi, sonde e cuffiette che guardano la tv e quelli attaccati solo con le cuffiette che guardano la tv. Sembriamo delle gigantesche larve attaccato in tutti i casi a dei macchinari che un pò ci tengono in vita e un pò ci rubano la vita.
Io la tesera non la compro. non per snobbismo, ma perchè tanto la tv non mi interessa. Comunque anche io ho il mio “attacco” con il sistema, un pò meno appariscente e forse questo si più snob, il mio iPad con cui mi creo di volta in volta il mondo che mi interessa.
Dopo avere preso conoscenza e possesso dei miei spazi mi sono cambiato ed infilato nel letto. Inizia la vita dell’ospedale.