I due amici e l’orso

Due amici andavano insieme a passeggio per una selva. Uno era buono e modesto; l’altro cattivo e vantatore sfacciato della propria generosità e del proprio coraggio.
– Mi vedrai al cimento,
diceva egli al compagno, sgranando due occhi da basilisco e facendo il mulinello con un gran bastone bernoccoluto
– mi vedrai al cimento, se avremo la fortuna che ci capiti il pericolo di qualche disgrazia.

E la fortuna del pericolo d’una disgrazia non si fece aspettare.

Videro, a un tratto, sbucare da una caverna un orso che pareva, Gesù ci liberi tutti, una montagna di pelo, di zampe, d’unghioni lunghi come coltelli da cucina e di zanne bianche come una tastiera di pianoforte.
Mamma mia! E il male non era che essi avessero veduto l’orso, il peggio era che l’orso aveva visto loro e che veniva avanti a bocca spalancata, col proposito non dubbio di fare una scorpacciata di ragazzi crudi.

Il vantatore sfacciato che, fra le altre cose, si chiamava di nome Napoleone, fu lesto a rampicare in cima a un grosso albero. Cecco (quello buono e modesto si chiamava a questa maniera), Cecco, che non fu svelto a mettersi in salvo, vistosi perso e ricordandosi che gli orsi non mangiano mai carne di cadaveri, si buttò in terra disteso, fingendosi morto. L’orso gli fu subito addosso e cominciò a scuoterlo con le
zampe e a fiutarlo, ora nella bocca, ora nelle gote, ora negli orecchi.

Ingannato dalla finzione di Cecco, che rimase immobile rattenendo il fiato, l’orso, dondolandosi scontento, se ne andò dopo poco per i fatti suoi.

Passato il pericolo, l’amico che era sull’albero scese giù e domandò al compagno e domandò al compagno se l’orso, quando gli accostava il muso all’orecchio, gli avesse detto qualcosa.

– Sì
rispose Checco, guardando uno sdrucio(*) che Napoleone s’era fatto nei calzoni per arrampicarsi sull’albero
– mi ha detto che d’ora in poi io mi guardi bene dall’accompagnarmi con amici arditi e generosi come te.

Melesecche piange il suo ciuco

— Povero me, povera la mia famiglia!
gridava singhiozzando Melesecche sul corpo allampanato del suo ciuco che giaceva stecchito attraverso alla stalla.
— Che ho fatto io di male in questo mondo,
continuava Melesecche,
— per essere perseguitato dalla sventura con tanto accanimento? Eccola li quella bestia impagabile! Eccola li la mia speranza, il mio sostegno, il pane per i miei disgraziati figliuoli! Un monte d’ossa e di pelle, senza movimento e senza calore! E Dio solo sa se per avvezzarlo bene avevo adoperato pazienza e fatiche.
Trovatelo, se vi riesce, trovatelo un altro ciuco che si pigli di sotto gamba, come se le pigliava lui, some da slombare un manzo. Le bastonate pareva che fossero la sua consolazione;
il sole dell’agosto se lo godeva come un rinfresco; i ghiacci dell’inverno lo riscaldavano tutto; la pioggia, la grandine e la neve s’era abituato a succhiarsele come una benedizione del cielo… E ora… i
in questi ultimi giorni, sul più bello… quando gli avevo anche insegnato…

E qui Melesecche s’interruppe per abbandonarsi a uno scoppio di pianto disperato.

— Che v’era riuscito d’insegnargli in questi ultimi giorni, Melesecche?
gli domandò lo scortichino che era venuto per pigliare la pelle dell’asino.
— Lo avevo avvezzato a non aver più bisogno di mangiare!
— Non mi burlate!
— No, no, non vi dico altro che la santa verità.
Cominciai tre mesi addietro, per la festa di Sant’Antonio, a diminuirgli la sua razione e, giù, adagio adagio, l’avevo condotto… dove l’avevo condotto.
Sissignore, ora che da tre giorni mi campava veramente bene senza più sentire il bisogno del cibo…
Sissignore! Quel destino infame che non ha voluto mai darmi un’ora di pace, gli salta addosso e me l’ammazza!

Lo scortichino che aveva già cominciato a cavare la pelle al1’asino posò il coltello, alzò la testa, guardò in viso Melesecche, e:
– Il destino, il destino!
esclamò, fingendosi commosso.
— Tanti tanti, ne ho conosciuti dei ciuchi, e tutti a cotesta maniera!
Appena avvezzati a star senza mangiare, hanno fatto come fareste voi: dopo quattro
giorni, alla più lunga, sono morti!