Melesecche piange il suo ciuco

— Povero me, povera la mia famiglia!
gridava singhiozzando Melesecche sul corpo allampanato del suo ciuco che giaceva stecchito attraverso alla stalla.
— Che ho fatto io di male in questo mondo,
continuava Melesecche,
— per essere perseguitato dalla sventura con tanto accanimento? Eccola li quella bestia impagabile! Eccola li la mia speranza, il mio sostegno, il pane per i miei disgraziati figliuoli! Un monte d’ossa e di pelle, senza movimento e senza calore! E Dio solo sa se per avvezzarlo bene avevo adoperato pazienza e fatiche.
Trovatelo, se vi riesce, trovatelo un altro ciuco che si pigli di sotto gamba, come se le pigliava lui, some da slombare un manzo. Le bastonate pareva che fossero la sua consolazione;
il sole dell’agosto se lo godeva come un rinfresco; i ghiacci dell’inverno lo riscaldavano tutto; la pioggia, la grandine e la neve s’era abituato a succhiarsele come una benedizione del cielo… E ora… i
in questi ultimi giorni, sul più bello… quando gli avevo anche insegnato…

E qui Melesecche s’interruppe per abbandonarsi a uno scoppio di pianto disperato.

— Che v’era riuscito d’insegnargli in questi ultimi giorni, Melesecche?
gli domandò lo scortichino che era venuto per pigliare la pelle dell’asino.
— Lo avevo avvezzato a non aver più bisogno di mangiare!
— Non mi burlate!
— No, no, non vi dico altro che la santa verità.
Cominciai tre mesi addietro, per la festa di Sant’Antonio, a diminuirgli la sua razione e, giù, adagio adagio, l’avevo condotto… dove l’avevo condotto.
Sissignore, ora che da tre giorni mi campava veramente bene senza più sentire il bisogno del cibo…
Sissignore! Quel destino infame che non ha voluto mai darmi un’ora di pace, gli salta addosso e me l’ammazza!

Lo scortichino che aveva già cominciato a cavare la pelle al1’asino posò il coltello, alzò la testa, guardò in viso Melesecche, e:
– Il destino, il destino!
esclamò, fingendosi commosso.
— Tanti tanti, ne ho conosciuti dei ciuchi, e tutti a cotesta maniera!
Appena avvezzati a star senza mangiare, hanno fatto come fareste voi: dopo quattro
giorni, alla più lunga, sono morti!

E’ Natale tempo di favoleChritmas, tale time!

In questo periodo si passa più tempo in famiglia, c’è modo di dedicarsi di più alla lettura o anche a vedere dei film. Se non siete irresistibilmente attratti dalla replica di “Angeli con la pistola” o da un film con De Sica (non quello vero) e qualche bonazza circondati da attori che fanno cassa con le loro partecipazioni, vi suggerisco di leggervi si WikiPedia la storia della Tregua di Natale. Oppure cercare in qualche videoteca il film di Joyeux Noël Una verità dimenticata dalla storia (su youtube c’è una versione in spagnolo) o in qualche bancarella il libro di Jürgs Michael – La piccola pace nella grande guerra. Fronte occidentale 1914:…

Non voglio raccontarvi qui i dettagli della storia per non rovinarvi il piacere ed il sapore della storia, ma dopo leggete anche qui quanto gli uomini non sono disposti al cambiamento.

Auguri.

Il Regno del CucuThe Cucu Kingdom

Re Kikko

Re Kikko (a WalBof daw)

Il regno del Cucu era un bel posto. Un paese pieno di bella gente, con dei luoghi incantevoli. Chi non ci viveva voleva andarci, almeno una volta nella vita, per passare un po’ di tempo al caldo delle sue spiagge o a passeggiare per le sue maestose montagne, ma anche solo per gustare i piatti prelibati che sapientemente sapevano cucinare i locandieri del regno del Cucu.
Questo paese era regnato da un Re bravissimo: Re Kikko. Salito al trono da piccolo perché suo padre, il Re Cocco, era deceduto improvvisamente in una partita di caccia. Da anni, nel Regno del Cucu, si parla di questa storia, che poi è l’unica storia triste accaduta da anni. Re Cocco era andato nel bosco con suo fratello, il Principe Zucco’, ed ovviamente circa duecento servi; lì aveva visto una lepre grossa, grossa ed le era andato dietro con il cavallo addentrandosi molto nel bosco. Dopo un po’, non vedendolo tornare, il Principe Zucco’, iniziò a chiamarlo, sempre più forte, sempre più forte. Tango forte che anche i circa duecento servi che li accompagnavano andarono verso di lui e lo aiutarono, prima a chiamare Re Cocco, poi a cercarlo bella foresta. Fu trovato sotto un tronco che, cedendo, aveva travolto lui ed il suo cavallo.
il Principe Kikko una volta salito al trono, benché avesse compiuto da poco i venti anni, si fece subito benvolere per i suoi modi, la sua imparzialità ed il modo giusto di amministrare il regno. Giá amato dal popolo da bambino, fu adorato come padre del popolo. Certo per far fronte ai tutti i suoi compiti si faceva aiutare dal Gran Consiglio di Saggi, che si occupava principalmente del buon andamento del regno, portando al cospetto del Re solo le questioni più urgenti o le più intricate. Anche il Gran Consiglio era fatto di persone benvolute dal popolo che, come il Re vantavano un comportamento irreprensibile e nessun peccato. Si perché Re Kikko era talmente buono e bravo che non faceva mai un’offesa a nessuno e si comportava in modo retto ed esemplare. Ugualmente era il Gran Consiglio: probo e senza macchia. Oddio proprio senza senza non si poteva dire. Ma non erano peccati cosí evidenti al cospetto del Re, né per la vita del popolo. Capitava che, durante le sedute, qualche consigliere si mettesse le dita nel naso. Si, appunto, una cosa da poco, poi lo facevano bene, senza che il Re li vedesse, e si pulivano subito per non lasciare traccia alcuna di quella debolezza.
Insomma, a parte questo il Regno del Cucu era un posto meraviglioso.

La misteriosa invasione dei passeggini letaliThe mysterious invasion of lethal stroller

Le differenze all’estero
Quando sono all’estero le differenze con l’Italia si notano. Sto passando tre giorni ad Oslo e ne vedo molte, ma non sono di quelli che dicono che all’estero tutto funziona bene e da noi nulla. Poi ci sono cose che, nella nostra Italia, non cambierei solo per un’inutile emulazione esterofila. Per esempio non vorrei il forzato silenzio che regna per le strade; la posizione composta e senza gesticolare che hanno le persone quando parlano; l’espressione di apparente indifferenza che hanno quando si incontrano.
Ovviamente ci sono cose che invece, vorrei noi Italiani prendessimo ad esempio: come l’attenzione ai pedoni; l’impegno per il proprio lavoro qualunque esso sia in quel momento; la considerazione dei nostri vicini mentre siamo in fila; i padroni dei cani con il sacchetto di plastica sempre con sé. Insomma una serie di cose che, quando ci sono, ti fanno sembrare di vivere meglio e che costa poco metterle in atto: solo due monete di buona volontà.
Ma c’è una cosa che non capisco, non so spiegarmi e non sopporto per quanto mi turba. Sono le carrozzine o passeggini. Si, si, le carrozzine dei bambini. Qui ad Oslo si vedono, anzi se ne vedono molte perché le donne e le famiglie in genere sono aiutate più che in Italia. È normale, con il tipo di facilitazioni durante la maternità i genitori hanno modo di passare molto tempo con i figli appena nati e appena c’è un varco tra le nuvole, parchi e strade si popolano di carrozzine con madri e padri (nonostante la Norvegia sia così progressista, si vedono più mamme) che portano a passeggio i loro bambini. Li portano a passeggio con la carrozzina perché ancora non camminano, infatti si chiamano passeggini. Poi appena sono sicuri sulle loro gambe, via a correre da soli o per mano con i genitori. E questo fino a poco tempo fa era la norma anche in Italia. Il pargolo non cammina? In scarrozzato da mamma e papà! Cammina? Via con le sue gambe oppure resta a casa. Per quanto abbia dei ricordi incredibilmente lontani, carrozzina e passeggino non li ricordo. Li vedo solo nelle foto di famiglia, segno che anche io ho abbandonato questo mezzo appena conquistata l’autonomia verticale.

Cosa è accaduto?
Ma da noi deve essere successa qualcosa di cui non mi sono accorto che ha cambiato quest’ordine di cose. E questo si nota tanto all’estero. Da noi si vedono bambini di cinque, sei ma ne conosco anche di otto che escono con i genitori praticamente solo in carrozzina.
Non può essere una nuova patologia pediatrica diffusasi in Italia, perché di sicuro ne avrebbero parlato giornali e televisione. Anche se qui in Norvegia, quando penso alla quantità di italici bambini che si aggirano di sabato nei centri commerciali sulle carrozzine, mi sembra impossibile che non abbiano tutti una malattia. Di sicuro, non posso pensare siano normali, visto che qui a tre anni sgambettano dietro ai loro genitori. Ma di che anormalità possono soffrire dei bambini che svelano scatti da centometristi in prossimità di scaffali di caramelle, giocattoli o qualsiasi cosa li interessi? Tempo fa avevo pensato che si fosse diffusa una specie di patologia del sadico-torturatore nei genitori, che godevano a tenere in costrizione bambini così grandi e così in salute. Ma anche questa ipotesi fu destinata a crollare di fronte alle facce sofferenti ed alle lamentele nei loro discorsi che mi è capitato di origliare, su di quanto é pesante spingere il bambino su e giù tutto il giorno.

Il pericolo è tra noi
Allora cosa tiene incollati a questi mezzi, i nostri bambini oltre la tenera età di gattonamenti e pannolini? Analizzando la situazione abbiamo dei bambini sani e capaci da un lato e dei genitori, stanchi e poco contenti del loro ruolo di motrici. E in mezzo a questo binomio? Ci sono loro, le carrozzine. Fossero loro in qualche modo responsabili di questo stato di cose? A pensarci bene qui in Norvegia sono diverse, tutte con la scocca dove è il bambino, in alto; con ruote grandi ed un assetto quasi da cross, fatte per superare qualsiasi ostacolo e per tenere il piccolo a portata di genitore. In Italia no, sono quasi tutte su un assetto stile ombrello del tipo si-apre-e-si-chiude-con-un-click. Nel mezzo dei due manici c’è una specie di amaca dove sprofonda il bambino che non vede il genitore-motrice. Più il bambino cresce e più l’amaca si adatta e accoglie ed abbraccia, facendolo sprofondare, l’essere che in altri paesi sarebbe già autonomo. E’ un abbraccio letale che coccola il bimbo lontano dallo sguardo dei genitori e penso che anche la stoffa emani una sostanza che produce assuefazione e dipendenza, perché solo i bambini che hanno praticato queste carrozzine si sentono urlare come tossicodipendenti che anelano la loro dose: “voglio salire! voglio salire!”.
Di sicuro è così, altro che teorie complottistiche o di invasioni aliene; siamo ignari testimoni di un’invasione di passeggini killer, inviati chissà da chi, che stanno intorpidendo le future generazioni Italiache. Ovviamente, visto che all’estero non se ne vedono né gli efetti né traccia alcuna, è un’invasione ideata da qualche forza straniera. Forse è espressione del famoso pericolo giallo, pensateci bene, avete mai visto una famiglia Cinese con un passeggino di questi? Io no, nemmeno in Italia.

Ieri all’Opera House di Oslo ho sentito:
“Dai mamma, spingi più forte, più forte!”
“E no, basta! Che ti credi mamma non ce la fà in salita”
“Dai mamma, dai mamma, più forte, più forte”
Mi sono girato, la mamma Italica spingeva una di quelle carrozzine da, dove adagiato nel suo abbraccio letale, un essere di oltre venti chili di stazza si sbracciava per far capire meglio le sue intenzioni. Oddio le carozzine hanno iniziato l’invasione anche in Norvegia!When I am abroad, I see the differences with the Italy. I am spending three days in Oslo and I see many, but I am not one of those who say that abroad everything works well and we, in Italy, have nothing working well. There are things that in our Italy, I wouldn’t change only to follow the useless xenophiliac emulation. For example i would not get the forced silence that reigns in the streets; the composed position without gesturing that have people when they speak; the expression of apparent indifference that have when they meet. Of course there are things that, instead, I’d like we Italians took for example: the attention of pedestrians; the commitment to your work whatever it is at that moment; the consideration of our neighbors while we are in a row; the masters of the dogs with the plastic bag with you at all times. In short, a series of things that, when there are, they make you seem to live better and that it is cheap to implement them: only two coins of good will.
But there is one thing that I do not understand, I can’t understand and can’t stand without it torment me. Are the wheelchairs or strollers. Yes, yes, the children’s strollers that we in Italy call small-wheelchairs. Here in Oslo I saw them, indeed I saw many because women and families in general are assisted more than in Italy. It is normal, with these kinds of facility during maternity parents have a way to spend a lot of time with the children as soon as born. So as soon as there is a gap in the clouds where the sun can inflitrate, parks and streets are been populated by wheelchairs with mothers and fathers (despite the Norway is so progressive, you can see more mothers) that lead to walk their children. Lead them to stick with the wheelchairs because not yet walking, in fact we call them buggies. Then as soon as they are safe on their legs, track to run alone or in hand with parents. Is this not so long ago, it was usual in Italy. The kid does not walk? They were been shuttled from mum and dad! Walk? Track with its legs or remain at home. But as far as i have memories of incredibly distant, wheelchair and stroller I can’t remember them. I see them only in family photos, a sign that even i have abandoned this means just when I conquered the vertical autonomy. But it must be happened something that I haven’t noticed that has changed this order of things. And this can be noticed much abroad. With us, you see children of five or six, but i know even eight, taking a walk with parents practically only in wheelchairs (stroll).
It cannot be a new pediatric pathology in Italy, as I’m sure it would have been spoken by newspapers and television. Even though here in Norway, when i think of the amount of Italic children who roam on saturday in shopping centers on wheelchairs, it seems to me impossible that not all have a disease. Certainly, I cannot think they are normal, as I see here, three years old babies frolic and jumping behind their parents. But of what abnormality can suffer the Italian children that, after be being immobile sitting, reveal shots from centometristi near shelves of candy, toys or whatever interests them? Time ago i thought differently: that it was a widespread species of pathology of the sadistic-torturer in parents, who enjoyed to hold in constriction children so large and so healthy. But even this hypothesis was destined to collapse when I saw the suffering faces and heared complaints in their speeches about how is heavy push the child up and down all day.
So, what keeps glued to these baby-vehicles our children far beyond the crowling age? By analysing the situation, in one side we have plenty of children healthy and capable, on the other hand the parents, tired and so little happy of their role as baby-engine. And in the midst of this pairing? There are their, the wheelchairs. They were in some way responsible for this state of things? If you think about it, here in Norway they are different: all with the body where the child is at the top; with large wheels and a cross shape, made to overcome any obstacle and to hold the baby in parent hands range. In Italy no, they are almost all on a attitude umbrella-style of type is-opens-and-yes-closes-with-a-click. In the middle of the two handles there is a kind of hammock where plunges the child that never sees the parent-driving. More the child grows and more the hammock fits and welcomes and embraces, making the baby sink, even if he, in other countries, would be already autonomous. It is a lethal embrace that snuggles your baby away from the eyes of parents and I think that the fabric will produce a substance that produces habituation and dependence, because only children that have experienced these wheelchairs feel scream like drug addicts who yearn for their dose: ‘I want to climb up! I want to climb up! ‘. Certainly, more that conspiracy theories or alien invasions; we are unwitting witnesses to an invasion of killer strollers, sent who knows who, they are intorpidendo the future Italic generations. Obviously, given that abroad you do not see nor the effects nor no trace, such kind of invasion must be designed by some foreign force. Perhaps it is the expression of the famous yellow peril, think again, have you ever seen a Chinese family with a stroller with these? I do not, even in Italy.
Yesterday at the Opera House in Oslo i heard:
“Come on mom, push stronger, stronger!”
“No baby, enough is enough! That you believe mum doesn’t uphill?”
“Come On mom, come on mom, stronger, more strong”
i was shot, and this Italica mother was pushing one of those wheelchairs, where lies in its deadly embrace, a baby of more than twenty kilos of tonnage, was waving his arms to make understandable his intentions. Gosh the wheelchair began the invasion even in Norway!

50 sfumature di Sci-Fi – aa.vv. – La Mela Avvelenata Book Press

50 sfumature di Sci-fiedizione a cura di Alexia Bianchini per La Mela Avvelenata – prefazione di Giuseppe Lippi (curatore di Urania per Mondadori)

disponibile su Amazon.it  e su La mela Avvelenata.com

Un’antologia di racconti, nata in e-book e disponibile anche in cartaceo da un’idea di Alexia Bianchini: riunire in un contenitore tante sfumature di un genere che è di per sé poco incasellabile.

Chi segue la fantascienza, anche sul web, forse ne ha già sentito prlare. Anche perchè nella moltitudine degli autori molti sono blogger o, compunque, presenti e attivi in internet.

Il libro è un mosaico dove, ciascun autore ha scritto il suo tassello indipendentemente dagli altri. All’interno c’è anche un mio racconto, e questa è la testimonianza che c’è proprio di tutto e solo Alexia ha saputo farne un tutt’uno incastrando i racconti l’uno con l’altro.

Autori:  Daniele Picciuti – Viola Lodato – Emanuele Delmiglio – Dario Tonani – Anna Grieco – Stefano Pastor – Giovanni Stoto – Lorenzo Crescentini – Livin Derevel – Alain Voudì – Marta Leandra Mandelli – Francesco Troccoli – Claudio Cordella – Simone Messeri – Serena Barbacetto – Maico Morellini – Sandro Battisti – Ambra Fraccaro – Aaron Leonardi – Chiara Perseghin – Rigoni Fiorella – Andrea Santucci – Francesca Rossi – Elvio Ravasio – Luigi Milani – Federica Gnomo – Enrico Nebbioso Martini – Fabrizio Fortino – Marco Milani – Claudia Graziani – Ivan Berdini – Donatella Perullo – Vittorio Della Rossa – Francesco Verso – Alexia Bianchini – Luca Romanello – Stefano Sacchini – Luca Fadda – Daniela Barisone – Francesca Montomoli – Alessandro Forlani – Luciana Ortu – Fabio Bottinelli – Paola Boni – Raffaele Fumo – Valerio Marcello Pelligra – Raffaele Serafini – Pellegrino Dormiente – Maria De Riggi – Hush50 sfumature di Sci-fi

C’é ancora la luna

Sparano ancora, colpi cupi e altri più deboli a raffica. A volte cala un silenzio per qualche istante, si sentono delle grida e ricominciano i colpi.

É autunno e dopo la scuola ho accompagnato mia madre al mercato. Noi abbiamo tanto latte ed é facile avere in cambio del pane e del pesce. Papá dice che dovrebbe farci del formaggio, però non si fa mai in tempo: serve per scambiarlo. Poi mamma dice che é già duro non farsi rubare le capre che per nascondere anche il formaggio ci vorrebbe un esercito. Mio zio ci riesce, ma lui non vive qui, é nei monti e con lui i miei otto cugini, riesce a lavorare tanto. Per loro é facile non farsi rubare nulla, sentono tutto e sono in tanti. Papà invece diceva che io e mia sorella dovevamo studiare, così siamo venuti in città.

Tira un’aria fresca e porta con se l’odore della benzina e del fiume. Si sentono sempre le grida e i colpi. Mi sta tornando il sonno. La mattina poi non mi voglio mai svegliare, adesso che le giornate sono piú corte è ancora buio quando mi alzo, papà non c’è, è giá uscito a lavorare oppure a cercare un lavoro. Dice che in cittá il lavoro lo pagano bene, ma è difficile averlo. Quando eravamo con gli zii il lavoro c’è n’era tanto e per tutti. Anch’io lavoravo, a prender fascine, portare i sassi a papà per rifare i muri scesi con la pioggia, lavare i secchi del latte; insomma tutti lavoravano, ma c’era poco da mangiare.

Qui non sempre c’é il lavoro e anche poco da mangiare. Per le strade vedi tante persone che camminano con gli stessi sguardi e le stesse sigarette. Sembrano tutti in silenzio in attesa di qualcosa che solo loro sanno, quando c’é un mercato é diverso. Certo, si chiama mercato ma non é come quello in valle dagli zii. Non capisco come fanno, ma a un certo punto arriva qualcuno che dice a mamma che in un posto tra un’ora c’è il mercato. Allora mamma lo dice alla signora del piano di sopra che é sola, poi si mette un fazzoletto in testa, quello giallo, e vá alle capre. Se siamo fortunati il mercato c’è quando le capre sono piene e allora sia mamma che io portiamo due grosse bottiglie, di quelle con l’apertura larga per il latte, e ci si possono fare dei buoni scambi al mercato.

Che non è il mercato che era in valle dagli zii. In cittá si va tutti nel posto che ti hanno detto e si cammina, camminano tutti. Chi vuole trovare qualcosa e chi ha qualcosa. Ogni tanto qualcuno si avvicina e chiede a mamma “hai visto del pane?”, “sai delle scarpe?” Lei risponde “no” oppure “dalla signora con il fazzoletto rosso”, “uno con un maglione blu”, “ecco, li all’angolo di quella strada”. A volte qualcuno si avvicina a mamma con delle bottiglie uguali alle nostre, ma le muove bene perché sono vuote. Mamma sorride e si cammina insieme verso un portone o verso quello che una volta era un negozio ed ora sembra una scatola di cartone rotta di quelle che usiamo noi bambini per scivolare. Mentre si cammina ci si mette d’accordo e una volta nel posto, ci scambiamo una o due bottiglie e qualche altra cosa.

Una volta si sono avvicinati in due e tutti e due volevano il nostro latte. Si sono messi a litigare su chi ne aveva piú bisogno e su chi aveva visto prima mamma. La gente si é fatta in disparte ed è arrivato un militare. Un militare di quelli vestiti normali, ma che li riconosci per la fascia al braccio ed il giubbotto tenuto aperto da cui si vede la pistola nei pantaloni. Ha detto di andar via, ha a preso mamma per un braccio e ci ha portati via. Al mercato non si puó far molta confusione e si deve fare in fretta.

Dagli zii era diverso il mercato. Intanto si capiva subito chi c’era cosa faceva, perché chi aveva le cose da vendere era fermo, invece quelli che compravano si muovevano. Secondo me cosí é meglio, c’è meno confusione. Poi ci si salutava, anche da lontano e ogni tanto qualcuno mi regalava qualcosa o mi prendeva in braccio. E c’erano tanti odori. Qui se si parla ad alta voce viene un militare, o uno di quelli con la fascia al braccio e ti allontana, oppure uno di quelli con la divisa che dicono che ti arrestano. Che significa sempre che ti allontanano, ma ti portano in un posto che decidono loro e ti prendono tutte le cose senza darti nulla in cambio. Io quando sento dei rumori al mercato spero sempre di vedere un militare con la fascia al braccio.

Se alzo gli occhi ora vedo la Luna. La Luna e anche un bel pezzo di cielo. Dal mio letto se alzo gli occhi vedo sempre il cielo, cosí d’estate dalla luce riesco ad alzarmi prima di mamma e papà e vado ad infilarmi nel loro letto. Mi piace. Veramente da quando è nata mia sorella non me lo hanno piú fatto fare, però da quando siamo venuti in città mamma ogni tanto mi lascia salire e me lo fa capire allungando una mano e sorridendo. Secondo me quando mia sorella lo avrá capito bene, anche lei verrá nel letto di mamma e papá d’estate. D’inverno no, perché se alzo gli occhi dalla finestra é sempre buio, non so se è presto o tardi e non voglio svegliare mamma troppo presto.

Al mercato devi essere fortunato. Se lo sei, cambi subito il latte con quello che ti serve, altrimenti devi restare un po’ di più. Se sei sfortunato arrivano i militari. Tempo fá siamo stati tanto sfortunati perché durante il mercato si è sentito un botto forte forte e la gente si è messa tutta a strillare. Noi eravamo in un portone a scambiarci il latte e io ho pensato “con tutto questo rumore adesso arrivano tutti i tipi di soldati”. Perché i soldati non si vedono. Se non fanno la guerra stanno in caserma ed escono quando si fa tanto rumore. In quei casi i bambini come me è meglio che stanno zitti e fermi, lo dice sempre papà. Per evitare problemi io nemmeno li guardo in faccia i soldati. Quella volta invece non é arrivato nessuno, ma mamma si era spaventata di piú di quando arrivano i militari. Peró, mentre correvamo, diceva in continuazione “che, fortuna, che fortuna, grazie Dio, grazie Dio” e a casa ha pianto.

Adesso non so bene che fare. Prima è arrivato papà in camera da letto. Fuori si sentiva un rumore di motori e di ferri, simile alla catena del pozzo di mio zio, ma di più come se fossero tante catene. Poi siamo andati in cucina dove c’erano mamma e mia sorella, ma senza accendere la luce, con le candele come quando eravamo a casa degli zii. Nella cucina ci sono le finestre da cui si vede la strada che va dritta giù fino al ponte sul fiume. Papà si è avvicinato alla finestra ha guardato fuori e ha detto una cosa che non conosco: “sono i carri armati”. Io ho pensato che fossero dei carri che si usano qui in città. Mamma ha detto che non era possibile, aveva sentito che erano ancora lontani, è andata alla finestra tenendo mia sorella in braccio per vedere anche lei. C’è stato un botto così forte, ma così forte che si è alzata la polvere. Ma tanto da non vederci più, e si che la casa la puliamo ogni giorno. Ho visto delle cose muoversi intorno a ma ma non si capiva cosa fossero. Il rumore dei ferri e dei motori non si sentiva più, anzi non si sentiva nulla a parte un ronzio che però sembrava che venisse dalla mia testa, che strano. Poi piano piano la polvere è scesa ma non vedevo né mia mamma, né mia sorella, la finestra era spalancata. Sembra piú grossa del normale e se alzò gli occhi vedo il cielo.

Dopo un po’ di tempo ho sentito papà che chiamava mamma e anche me, ma piano con una voce bassa. Ci credo, in città se si fa rumore arrivano i soldati. Poi non capisco perché mi chiamava, è qui vicino a me. È immobile, in silenzio per non farsi sentire dai militari; penso che anch’io devo fare come papà essere immobile, in silenzio. Tanto non riesco molto a muovermi, non capisco dove sono le gambe, non le sento bene, come quando mio cugino mi butta a terra e mi immobilizza. Però ho tanto sonno e se alzo gli occhi vedo ancora la Luna, ma è diventata tutta opaca e si sentono ancora degli spari. Mi sa che faccio una dormita lunga lunga e domani a scuola mi faccio spiegare un pò di cose dalla maestra e dai compagni che hanno vissuto sempre in cittá.

Sparano ancora, colpi cupi e altri più deboli a raffica. A volte cala un silenzio per qualche istante, si sentono delle grida e ricominciano i colpi.

É autunno e dopo la scuola ho accompagnato mia madre al mercato. Noi abbiamo tanto latte ed é facile avere in cambio del pane e del pesce. Papá dice che dovrebbe farci del formaggio, però non si fa mai in tempo: serve per scambiarlo. Poi mamma dice che é già duro non farsi rubare le capre che per nascondere anche il formaggio ci vorrebbe un esercito. Mio zio ci riesce, ma lui non vive qui, é nei monti e con lui i miei otto cugini, riesce a lavorare tanto. Per loro é facile non farsi rubare nulla, sentono tutto e sono in tanti. Papà invece diceva che io e mia sorella dovevamo studiare, così siamo venuti in città.

Tira un’aria fresca e porta con se l’odore della benzina e del fiume. Si sentono sempre le grida e i colpi. Mi sta tornando il sonno. La mattina poi non mi voglio mai svegliare, adesso che le giornate sono piú corte è ancora buio quando mi alzo, papà non c’è, è giá uscito a lavorare oppure a cercare un lavoro. Dice che in cittá il lavoro lo pagano bene, ma è difficile averlo. Quando eravamo con gli zii il lavoro c’è n’era tanto e per tutti. Anch’io lavoravo, a prender fascine, portare i sassi a papà per rifare i muri scesi con la pioggia, lavare i secchi del latte; insomma tutti lavoravano, ma c’era poco da mangiare.

Qui non sempre c’é il lavoro e anche poco da mangiare. Per le strade vedi tante persone che camminano con gli stessi sguardi e le stesse sigarette. Sembrano tutti in silenzio in attesa di qualcosa che solo loro sanno, quando c’é un mercato é diverso. Certo, si chiama mercato ma non é come quello in valle dagli zii. Non capisco come fanno, ma a un certo punto arriva qualcuno che dice a mamma che in un posto tra un’ora c’è il mercato. Allora mamma lo dice alla signora del piano di sopra che é sola, poi si mette un fazzoletto in testa, quello giallo, e vá alle capre. Se siamo fortunati il mercato c’è quando le capre sono piene e allora sia mamma che io portiamo due grosse bottiglie, di quelle con l’apertura larga per il latte, e ci si possono fare dei buoni scambi al mercato.

Che non è il mercato che era in valle dagli zii. In cittá si va tutti nel posto che ti hanno detto e si cammina, camminano tutti. Chi vuole trovare qualcosa e chi ha qualcosa. Ogni tanto qualcuno si avvicina e chiede a mamma “hai visto del pane?”, “sai delle scarpe?” Lei risponde “no” oppure “dalla signora con il fazzoletto rosso”, “uno con un maglione blu”, “ecco, li all’angolo di quella strada”. A volte qualcuno si avvicina a mamma con delle bottiglie uguali alle nostre, ma le muove bene perché sono vuote. Mamma sorride e si cammina insieme verso un portone o verso quello che una volta era un negozio ed ora sembra una scatola di cartone rotta di quelle che usiamo noi bambini per scivolare. Mentre si cammina ci si mette d’accordo e una volta nel posto, ci scambiamo una o due bottiglie e qualche altra cosa.

Una volta si sono avvicinati in due e tutti e due volevano il nostro latte. Si sono messi a litigare su chi ne aveva piú bisogno e su chi aveva visto prima mamma. La gente si é fatta in disparte ed è arrivato un militare. Un militare di quelli vestiti normali, ma che li riconosci per la fascia al braccio ed il giubbotto tenuto aperto da cui si vede la pistola nei pantaloni. Ha detto di andar via, ha a preso mamma per un braccio e ci ha portati via. Al mercato non si puó far molta confusione e si deve fare in fretta.

Dagli zii era diverso il mercato. Intanto si capiva subito chi c’era cosa faceva, perché chi aveva le cose da vendere era fermo, invece quelli che compravano si muovevano. Secondo me cosí é meglio, c’è meno confusione. Poi ci si salutava, anche da lontano e ogni tanto qualcuno mi regalava qualcosa o mi prendeva in braccio. E c’erano tanti odori. Qui se si parla ad alta voce viene un militare, o uno di quelli con la fascia al braccio e ti allontana, oppure uno di quelli con la divisa che dicono che ti arrestano. Che significa sempre che ti allontanano, ma ti portano in un posto che decidono loro e ti prendono tutte le cose senza darti nulla in cambio. Io quando sento dei rumori al mercato spero sempre di vedere un militare con la fascia al braccio.

Se alzo gli occhi ora vedo la Luna. La Luna e anche un bel pezzo di cielo. Dal mio letto se alzo gli occhi vedo sempre il cielo, cosí d’estate dalla luce riesco ad alzarmi prima di mamma e papà e vado ad infilarmi nel loro letto. Mi piace. Veramente da quando è nata mia sorella non me lo hanno piú fatto fare, però da quando siamo venuti in città mamma ogni tanto mi lascia salire e me lo fa capire allungando una mano e sorridendo. Secondo me quando mia sorella lo avrá capito bene, anche lei verrá nel letto di mamma e papá d’estate. D’inverno no, perché se alzo gli occhi dalla finestra é sempre buio, non so se è presto o tardi e non voglio svegliare mamma troppo presto.

Al mercato devi essere fortunato. Se lo sei, cambi subito il latte con quello che ti serve, altrimenti devi restare un po’ di più. Se sei sfortunato arrivano i militari. Tempo fá siamo stati tanto sfortunati perché durante il mercato si è sentito un botto forte forte e la gente si è messa tutta a strillare. Noi eravamo in un portone a scambiarci il latte e io ho pensato “con tutto questo rumore adesso arrivano tutti i tipi di soldati”. Perché i soldati non si vedono. Se non fanno la guerra stanno in caserma ed escono quando si fa tanto rumore. In quei casi i bambini come me è meglio che stanno zitti e fermi, lo dice sempre papà. Per evitare problemi io nemmeno li guardo in faccia i soldati. Quella volta invece non é arrivato nessuno, ma mamma si era spaventata di piú di quando arrivano i militari. Peró, mentre correvamo, diceva in continuazione “che, fortuna, che fortuna, grazie Dio, grazie Dio” e a casa ha pianto.

Adesso non so bene che fare. Prima è arrivato papà in camera da letto. Fuori si sentiva un rumore di motori e di ferri, simile alla catena del pozzo di mio zio, ma di più come se fossero tante catene. Poi siamo andati in cucina dove c’erano mamma e mia sorella, ma senza accendere la luce, con le candele come quando eravamo a casa degli zii. Nella cucina ci sono le finestre da cui si vede la strada che va dritta giù fino al ponte sul fiume. Papà si è avvicinato alla finestra ha guardato fuori e ha detto una cosa che non conosco: “sono i carri armati”. Io ho pensato che fossero dei carri che si usano qui in città. Mamma ha detto che non era possibile, aveva sentito che erano ancora lontani, è andata alla finestra tenendo mia sorella in braccio per vedere anche lei. C’è stato un botto così forte, ma così forte che si è alzata la polvere. Ma tanto da non vederci più, e si che la casa la puliamo ogni giorno. Ho visto delle cose muoversi intorno a ma ma non si capiva cosa fossero. Il rumore dei ferri e dei motori non si sentiva più, anzi non si sentiva nulla a parte un ronzio che però sembrava che venisse dalla mia testa, che strano. Poi piano piano la polvere è scesa ma non vedevo né mia mamma, né mia sorella, la finestra era spalancata. Sembra piú grossa del normale e se alzò gli occhi vedo il cielo.

Dopo un po’ di tempo ho sentito papà che chiamava mamma e anche me, ma piano con una voce bassa. Ci credo, in città se si fa rumore arrivano i soldati. Poi non capisco perché mi chiamava, è qui vicino a me. È immobile, in silenzio per non farsi sentire dai militari; penso che anch’io devo fare come papà essere immobile, in silenzio. Tanto non riesco molto a muovermi, non capisco dove sono le gambe, non le sento bene, come quando mio cugino mi butta a terra e mi immobilizza. Però ho tanto sonno e se alzo gli occhi vedo ancora la Luna, ma è diventata tutta opaca e si sentono ancora degli spari. Mi sa che faccio una dormita lunga lunga e domani a scuola mi faccio spiegare un pò di cose dalla maestra e dai compagni che hanno vissuto sempre in cittá.

Il viaggio

Tutti seduti, tutti in silenzio. Capelli brizzolati, pettinati in avanti e chierica su una faccia che dimostra piú di 57 anni. Mocassini marroni calzini Bordeaux, pantaloni larghi di jeans marroni e camicia pesante grigia finta- logora. Con una mano regge uno zaino e l’altra, dopo aver accuratamente ispezionato le narici, fa la spola tra l’orecchio, una grattati a in testa e un’ispezione visiva dei risultati.

Le porte si aprono e si chiudono. Salgono e scendono persone.

Sguardo fisso davanti è giovane, bionda e alta. Ha dei jeans strappati al ginocchio ed una borsa elegante marrone. Indossa un maglione bianco di quelli con le treccie. In una mano tiene saldo il cellulare e l ‘altra tortura le sue labbra chiare. Qualcuno si alza e guadagna le vicinanze della porta.

Le porte si aprono. Siamo fermi. Un annuncio.

È entrato un fiume di persone. Tutti si guardano intorno alla ricerca dello spazio più ampio, della posizione più comoda. Le porte si chiudono. Qualcuno parla con il proprio compagno di viaggio, altri si avvicinano a chi, seduto, fa i preparativi per alzarsi. È autunno e la varietámdelle persone è ancora più evidente dalla varietámdelle dei vestiti. Ci sono ragazze con magliette sbracciate, turisti in maniche corte, felpe sulle spalle e borse a tracolla. Ma anche chi indossa giacche o gubbini su camicie. Sempre presenti qualche esemplare in giacca e cravatta, o tailleur e camicetta bianca.

Ogni frenata fa ondeggiare le teste come una prateria di posidonie in fondo al mare. Gli sguardi si aggirano per ostentare indifferenza, sono fissi ed assorti in chissà quali pensieri mattutini e c’è anche chi dorme. Tranne chi sale insieme con qualcuno, stiamo tutti in silenzio. È come se fosse un ristorante affollato dove tutti zittì si mangia solamente: impensabile.

Forse è ancora l’insonnolimento mattutino, forse é il viaggio che porta al lavoro. Sembriamo silenziosi animali che viaggiano verso la loro ultima destinazione.

Si aprono le porte e d’improvviso scendono molte persone. È l’abitudine ed il ripetersi di un rito quotidiano che ha svegliato loro e li ha fatti scattare verso la scala mobile più vicina.

Le porte si chiudono e si riparte. C’è chi telefona e chi sente la musica. Un’altra signora al telefono: “Alfo! Ciao”, “ti volevo dire, mi raccomando, sai, per la cosa di oggi…”, “eh si! Appunto, fai attenzione … Ti volevo salutare, In bocca al lupo. Ciao!” Un messaggio annuncia la mia fermata, mi alzo ed anch’io guadagno l’uscita.

Tutti seduti, tutti in silenzio. Capelli brizzolati, pettinati in avanti e chierica su una faccia che dimostra piú di 57 anni. Mocassini marroni calzini Bordeaux, pantaloni larghi di jeans marroni e camicia pesante grigia finta- logora. Con una mano regge uno zaino e l’altra, dopo aver accuratamente ispezionato le narici, fa la spola tra l’orecchio, una grattati a in testa e un’ispezione visiva dei risultati.

Le porte si aprono e si chiudono. Salgono e scendono persone.

Sguardo fisso davanti è giovane, bionda e alta. Ha dei jeans strappati al ginocchio ed una borsa elegante marrone. Indossa un maglione bianco di quelli con le treccie. In una mano tiene saldo il cellulare e l ‘altra tortura le sue labbra chiare. Qualcuno si alza e guadagna le vicinanze della porta.

Le porte si aprono. Siamo fermi. Un annuncio.

È entrato un fiume di persone. Tutti si guardano intorno alla ricerca dello spazio più ampio, della posizione più comoda. Le porte si chiudono. Qualcuno parla con il proprio compagno di viaggio, altri si avvicinano a chi, seduto, fa i preparativi per alzarsi. È autunno e la varietámdelle persone è ancora più evidente dalla varietámdelle dei vestiti. Ci sono ragazze con magliette sbracciate, turisti in maniche corte, felpe sulle spalle e borse a tracolla. Ma anche chi indossa giacche o gubbini su camicie. Sempre presenti qualche esemplare in giacca e cravatta, o tailleur e camicetta bianca.

Ogni frenata fa ondeggiare le teste come una prateria di posidonie in fondo al mare. Gli sguardi si aggirano per ostentare indifferenza, sono fissi ed assorti in chissà quali pensieri mattutini e c’è anche chi dorme. Tranne chi sale insieme con qualcuno, stiamo tutti in silenzio. È come se fosse un ristorante affollato dove tutti zittì si mangia solamente: impensabile.

Forse è ancora l’insonnolimento mattutino, forse é il viaggio che porta al lavoro. Sembriamo silenziosi animali che viaggiano verso la loro ultima destinazione.

Si aprono le porte e d’improvviso scendono molte persone. È l’abitudine ed il ripetersi di un rito quotidiano che ha svegliato loro e li ha fatti scattare verso la scala mobile più vicina.

Le porte si chiudono e si riparte. C’è chi telefona e chi sente la musica. Un’altra signora al telefono: “Alfo! Ciao”, “ti volevo dire, mi raccomando, sai, per la cosa di oggi…”, “eh si! Appunto, fai attenzione … Ti volevo salutare, In bocca al lupo. Ciao!” Un messaggio annuncia la mia fermata, mi alzo ed anch’io guadagno l’uscita.

C’è qualche problema?

Alla mia sinistra un ragazzo legge una specie di rassegna stampa su un mucchio di fogli. “a 98 anni è morto [,,,] il più acerrimo nemico di Franco, rientrato in Spagna dopo 38 anni”. A destra una ragazza legge un enorme libro di Stephen King, non riesco a leggerne il titolo. Anch’io avrei da leggere, ho sempre nell’iPad qualche libro, ma nella metro le distrazioni sono troppe e non riesco mai a leggere. Le persone sono uno spettacolo continuo.

Un nuovo foglio a sinistra. “i motivi della diffusione possono essere […] una penetrazione delle speci a ventaglio, che sfrutta delle nicchie lasciate vuote […] dopo l’estinzione dei dinosauri si diffusero rapidamente i mammiferi che inizialmente erano di piccole dimensioni, poco più di topi. Ma sfruttando l’improvvisa disponibilità di cibo si riprodussero rapidamente […]”

Si trovano anche spunti di riflessione in metropolitana. Noi siamo i nuovi mammiferi dominanti? Certo che siamo l’unica specie animale che è differente dalle altre. Tutte hanno un comportamento diretto alla sopravvivenza della specie, la riproduzione e la sopravvivenza della prole sono difese anche con la vita dell’individuo. Anzi, mi sa che anche quelle specie che non conducono una vita di branco o di comunità, fanno una vita individuale finalizzata alla continuitá della specie. L’uomo invece é l’unico animale che vive in un’orizzonte temporale determinato da quanto pensa di vivere e non é influenzato dal futuro della sua specie.

Salgono altre persone e la calca aumenta. Ora vedo questo insieme di umani come un branco di animali anomali: sbuffano, fingono di ignorarsi tenendo si sotto controllo, fanno gli indifferenti, qualcuno dorme e qualcuno cambia posizione di continuo per darsi un tono.

“C’è qualche problema?” urlato a piena voce da un esemplare maschio alto piú di un metro e novanta fa smettere il brusio di fondo. Sguardi allarmati, teste che si voltano verso di lui ed esemplari che restano nella loro personale indifferenza fatta da cuffiette che sparano chissá che suoni. Prima tutti rivolgono lo sguardo verso il maschio, cusa del disturbo e dell’insolito allarme. Lui a brutto muso, fissando una ragazza, continua ad alta voce: “Fai, fai, che io ti sto guardando!”.

Gli sguardi e le posture degli animali si spostano sulla femmina, qualcuno si scansa. Accanto a lei ce n’è un’altra della stessa razza e, ora che vedo tutta la scena, un’altra poco piú in là, anche lei all’occhio disintantato appare della stesa razza, sembra incinta. Tutte e tre ben vestite e pulite sembrano quegli animali viaggiatori che nella specie umana vengono chiamati “turisti”.

“Che hai da guardare?” Dice a voce bassa la ragazza. “Io non ho fatto nulla”. L’esemplare incinta si sposta vicino ad una via di fuga. “Ti vedo,ti vedo” dice il maschio continuando a fissare la prima femmina. “Prova a fare qualcosa”; “ma questo è matto, mica è normale” dice lei. “Non ti preoccupare se sono normale, intanto ti vedo”. La metro rallenta, una voce metallica annuncia “Via Cavour. Prossima fermata Via Cavour. Metro per Laurentina”, il convoglio si ferma e le porte si aprono. “Permesso, permesso, ci fa scendere?” Le tre femmine si dileguano dalla provvidenziale via di fuga.

“Sono sempre loro, chi viaggia tutti i giorni le riconosce. Bisogna stare attenti perché tra tutti i turisti ci rimette sempre qualcuno, un portagolio, i documenti o le macchine fotografiche. Signora l’aveva puntata” “Si, mi ero accorta di qualcosa di strano e avevo stretto la borsa” risponde una signora con accento emiliano. “Noi non avevamo fatto caso a nulla” confessa un uomo, anche lui emiliano, mentre la signora che gli sta accanto fa cenno di si con la testa. Intanto molti altri animali, rassicurari dal terminato allarme, hanno ripreso le loro posizioni normali, aggrappati ai sostegni, appoggiati agli schienali, con gli sguardi di nuovo persi nel nulla, assortì nelle loro letture o isolati nei loro suini.

Alla mia sinistra un ragazzo legge una specie di rassegna stampa su un mucchio di fogli. “a 98 anni è morto [,,,] il più acerrimo nemico di Franco, rientrato in Spagna dopo 38 anni”. A destra una ragazza legge un enorme libro di Stephen King, non riesco a leggerne il titolo. Anch’io avrei da leggere, ho sempre nell’iPad qualche libro, ma nella metro le distrazioni sono troppe e non riesco mai a leggere. Le persone sono uno spettacolo continuo.

Un nuovo foglio a sinistra. “i motivi della diffusione possono essere […] una penetrazione delle speci a ventaglio, che sfrutta delle nicchie lasciate vuote […] dopo l’estinzione dei dinosauri si diffusero rapidamente i mammiferi che inizialmente erano di piccole dimensioni, poco più di topi. Ma sfruttando l’improvvisa disponibilità di cibo si riprodussero rapidamente […]”

Si trovano anche spunti di riflessione in metropolitana. Noi siamo i nuovi mammiferi dominanti? Certo che siamo l’unica specie animale che è differente dalle altre. Tutte hanno un comportamento diretto alla sopravvivenza della specie, la riproduzione e la sopravvivenza della prole sono difese anche con la vita dell’individuo. Anzi, mi sa che anche quelle specie che non conducono una vita di branco o di comunità, fanno una vita individuale finalizzata alla continuitá della specie. L’uomo invece é l’unico animale che vive in un’orizzonte temporale determinato da quanto pensa di vivere e non é influenzato dal futuro della sua specie.

Salgono altre persone e la calca aumenta. Ora vedo questo insieme di umani come un branco di animali anomali: sbuffano, fingono di ignorarsi tenendo si sotto controllo, fanno gli indifferenti, qualcuno dorme e qualcuno cambia posizione di continuo per darsi un tono.

“C’è qualche problema?” urlato a piena voce da un esemplare maschio alto piú di un metro e novanta fa smettere il brusio di fondo. Sguardi allarmati, teste che si voltano verso di lui ed esemplari che restano nella loro personale indifferenza fatta da cuffiette che sparano chissá che suoni. Prima tutti rivolgono lo sguardo verso il maschio, cusa del disturbo e dell’insolito allarme. Lui a brutto muso, fissando una ragazza, continua ad alta voce: “Fai, fai, che io ti sto guardando!”.

Gli sguardi e le posture degli animali si spostano sulla femmina, qualcuno si scansa. Accanto a lei ce n’è un’altra della stessa razza e, ora che vedo tutta la scena, un’altra poco piú in là, anche lei all’occhio disintantato appare della stesa razza, sembra incinta. Tutte e tre ben vestite e pulite sembrano quegli animali viaggiatori che nella specie umana vengono chiamati “turisti”.

“Che hai da guardare?” Dice a voce bassa la ragazza. “Io non ho fatto nulla”. L’esemplare incinta si sposta vicino ad una via di fuga. “Ti vedo,ti vedo” dice il maschio continuando a fissare la prima femmina. “Prova a fare qualcosa”; “ma questo è matto, mica è normale” dice lei. “Non ti preoccupare se sono normale, intanto ti vedo”. La metro rallenta, una voce metallica annuncia “Via Cavour. Prossima fermata Via Cavour. Metro per Laurentina”, il convoglio si ferma e le porte si aprono. “Permesso, permesso, ci fa scendere?” Le tre femmine si dileguano dalla provvidenziale via di fuga.

“Sono sempre loro, chi viaggia tutti i giorni le riconosce. Bisogna stare attenti perché tra tutti i turisti ci rimette sempre qualcuno, un portagolio, i documenti o le macchine fotografiche. Signora l’aveva puntata” “Si, mi ero accorta di qualcosa di strano e avevo stretto la borsa” risponde una signora con accento emiliano. “Noi non avevamo fatto caso a nulla” confessa un uomo, anche lui emiliano, mentre la signora che gli sta accanto fa cenno di si con la testa. Intanto molti altri animali, rassicurari dal terminato allarme, hanno ripreso le loro posizioni normali, aggrappati ai sostegni, appoggiati agli schienali, con gli sguardi di nuovo persi nel nulla, assortì nelle loro letture o isolati nei loro suini.