Siamo pronti alla scomparsa delle professioni?

Le professioni sparite in silenzio

Il passaggio tra l’800 ed il 900 ha visto la trasformazione dei trasporti. Si tende a dimenticare che questo ha decretato la quasi estinzione di alcuni mestieri, come il maniscalco, per mancanza di domanda. Così come l’industria è stata la fine dei fabbri che forgiavano armi e strumenti. È la conseguenza logica di ogni innovazione che, insieme a vantaggi, porta con sé gli svantaggi per chi non ha la capacità di adeguarsi o è ciecamente ancorato a strumenti e metodi del passato.

Ovviamente la professione del maniscalco non è sparita, anzi si è impreziosita. Paragonando i maniscalchi moderni a quelli di 150 anni fa possiamo dire che hanno una vita differente per quanto riguarda fatica, fame e miseria. Ma ce ne sono molti di meno.

Altre professioni sono sparite nel l’indifferenza totale. Ancora negli anni ’60 ricordo l’uomo che vendeva i blocchi di ghiaccio trasportati su un carretto a mano ed avvolti in teli di iuta. Oggi i giornalai ed i tabaccai stanno vivendo periodi di magra e non hanno prospettive rosee. Che dire poi dei noleggiatori di film, chi ricorda Blockbuster e la buca per restituire le cassette VHS?

La crisi di nuove professioni insospettabili: le banche

Ma ora le tecnologie che si prospettano, come robot ed intelligenza artificiale, sono una concreta minaccia per chi non sarà capace di cambiare il proprio modo di lavoro. Saranno minacciate professioni considerate “solide” e ne soffriranno non solo i lavoratori, ma quei sistemi economici che si nasconderanno dietro a norme protezionistiche perché non reggeranno rispetto gli altri.

Ho molti amici che lavorano in differenti Banche e in modo diverso sono tutti stati colpiti da riorganizzazioni e razionalizzazioni delle loro aziende. Ma nessuno ha la percezione che il loro lavoro, nei modi e nelle retribuzioni attuali, scomparirà nel giro di 5 anni (ovviamente è un mio parere) per due cause.

Le cause del declino delle professioni nelle banche

La prima è che la banca, come la intendiamo noi, non avrà più ragione di esistere. Che fa una banca? Come guadagna? Semplifichiamo dicendo che guadagna sul prestar denaro, sul conservar denaro e sull’investire denaro.

Già a fine degli anni 90 per investire in azioni non si doveva più andare fisicamente allo sportello di una banca. Oggi per investire in oro basta andare su Goldmoney, il trading azionario online fornisce strumenti inimmaginabili 20 anni fa, piattaforme come Seedinvest permettono di investire direttamente in aziende ed idee.

La conservazione del denaro, grazie alla virtualizzazione delle valute sarà sempre di più una attività di basso profitto. Non parlo di Bitcoin e cyber monete, ma delle normali valute che avranno sempre meno necessità di essere rappresentate da qualcosa di fisico come banconote e monete.

Per i prestiti la prospettiva è un po’ differente. Prestiti per acquisti irraggiungibili ai più, come una casa o una macchina nuova, sono nei fatti diventati affitti di oggetti posseduti dalla banca tramite ipoteche. Spesso sono oggetti che, una volta terminato il finanziamento, sono obsoleti o da sostituire. Per questa tipologia di prestiti la trasformazione del commercio da vendita-e-possesso-dell’oggetto ad abbonamento-e-uso senza possesso-dell’oggetto è già in atto. Spotify, Deezer, iMusic, Netflix hanno già decretato la fine del possesso di CD, dischi e film. Con meno di 15 € al mese tutta la famiglia può ascoltare praticamente tutta la musica esistente e quella nuova, invece che acquistare CD.

I prestiti per le attività, i finanziamenti, iniziano ad essere in parte non necessari perché molti strumenti indispensabili alle aziende vengono e verranno sempre più venduti con il modello dell’abbonamento. Poi perché differenti attori entreranno per altri scopi nel meccanismo dei finanziamenti. Lo sapevate che Amazon ha prestato un totale di un miliardo di dollari ai venditori che utilizzano la sua piattaforma per facilitarli? E questo lo ha fatto negli Stati Uniti, in Giappone ed in Gran Bretagna. Ma più semplicemente il proliferare di piattaforme di crouwdfunding come GoFoundMe, Kickstarter o la nostra ItaliaCroudfunding aprono l’accesso a finanziamenti di idee ed iniziative impensabili fino a 10 anni fa.

La seconda è che le nuove tecnologie richiederanno sempre di meno l’intervento degli impiegati. Questo sarà più devastante nel breve periodo. Se riflettiamo bene oramai in banca ci si deve andare solo per due motivi: o per adempiere a burocrazie che si devono fare di persona o per incapacità del cliente ad operare con strumenti tecnologici. Mi raccontava una mia amica che lavora in banca di quante persone vanno ancora allo sportello per farsi fare un estratto invece che vederselo online.

Si chiama Fintech la parola che racchiude gran parte di queste considerazioni e di quelle nuove attività come i prestiti peer-to-peer fatti tra privati, i nuovi metodi di pagamento tramite smartphone che rappresentano un attacco alle attività delle banche stimato già nel 2015 in un articolo, quasi 4,7 miliardi di dollari ed è di oggi un’altro articolo che parla del ruolo della Cina in questa rivoluzione.

E le conseguenze?

Per i lavoratori delle banche non saranno molto differenti dagli altri settori, soccomberanno se non saranno capaci di trasformarsi. Come? Prima di tutto la lingua. Sembra strano dopo 25 anni di globalizzazione dover parlare ancora dell’inglese, ma soprattutto in Europa sono molti degli over 40 a non saper l’inglese. Non parlo di essere in grado di fare una conversazione, ma di comprendere i termini anglofoni di cui sono pervasi i prodotti software utilizzati. È una caratteristica prevalentemente Italiana, ma della quale non sono sprovvisti né Francesi né Tedeschi.

Poi la tecnologia. Vedo troppe persone che sono “resistenti” nell’adozione di nuove tecnologie a tutti i livelli. Dirigenti e quadri che dichiarano di non capirci nulla di fronte ad un nuovo smartphone e pretendono di governare aziende. È una situazione che si rifletterà negativamente sul futuro delle loro aziende.

Anche il presidente della Cosob, Vegas, ha detto in estrema sintesi, che la diffusione del Fintech “potrebbe porre problemi drammatici di tenuta del sistema delle banche, se queste non riusciranno ad adattarvisi rapidamente”.

Sarò imbecille, ma il mio rammarico non è di vivere questi cambiamenti, ma di non vivere a lungo per vedere come cambierà la società.

Incidente al circo

Si me c’è so’ trovata sor Ghetano?

Quando vennero giù stavo lí sotto.

Facevano er trapeso americano;

Quanto quello più basso e tracagnotto,

Facenno er munilello, piano piano,

Se mésse usr trapeso a bocca sotto,

Areggenno er compagno co’ le mano.

Mentre stadio a guardà, tutt’in un botto

Se rompe er filo de la canoffiena,

Punfe! Cascorno giù come du’ stracci.

Che scena, sor Ghetano mio, che scena!

Li portorno via morti, poveracci!

Sur sangue c’è buttorno un po’ de rena,

E poi vennero fôra li pajacci.

(Pascarella)

Non so voi, ma a me ricorda tanto delle moderne trasmissioni che chiamano di cronaca ed attualità.

La sconfitta generazionale

Un incidente stradale. Un’auto investe un ciclista, l’autista non si ferma. È una cosa grave.

L’autista torna a casa e si mette a dormire. È raccapricciante. Come faceva ad essere così tranquillo?

Per dirla tutta, l’autista ha 18 anni. È triste.

Per spiegare come mai si sa tutto, il diciottenne ha detto ai suoi genitori di aver forato. Ma i genitori non gli hanno creduto ed hanno fatto la strada a ritroso incontrando l’ambulanza e le forze dell’ordine sul luogo dell’incidente. È un gesto raro. Hanno voluto capire e verificare quello che diceva il loro figlio. Non hanno alzato subito scudi in protezione del bambino, del loro bambino. Hanno voluto sapere. Purtroppo mi sembra un atteggiamento raro.

Quando hanno tenuto di capire hanno indirizzato i carabinieri a verificare l’auto. È encomiabile. È un raro gesto nei confronti del figlio e della sua responsabilizzazione.

Non ho idea di come si possano sentire stravolti, tristi. Non ho idea di quali siano i rapporti con il loro figlio. Ma sento di dover esprimere loro la mia solidarietà. Saranno più o meno della mia generazione (più meno), di una generazione che comunque ha fallito nel trasferire alle seguenti principi e valori. Loro non si sono arresi quei principi di responsabilità verso gli altri li hanno mantenuti.

L’arte si impossessa dei Social Media?

Il termine Social Media è strano. Così recente e contemporaneamente così abusato che non si associa più così facilmente al concetto di nuovo. Questo perchè nomi del calibro di Facebook, Twitter, YouTube, Instagram spopolano su tutti i dispositivi digitali ed hanno saturato la quotidianeità di tanti annidandosi in tutti i ritagli di tempo libero.

Li percepiamo come piazze virtuali dove entrare per mostrare o vedere cosa altri mostrano. Infatti anche la non proprio infallibile Wikipedia li definisce come luoghi di condivisione:I Social media rappresentano fondamentalmente un cambiamento nel modo in cui la gente apprende, legge e condivide informazioni e contenuti“. E per lo più in questo senso sono usati ed abusati, fino a far scomparire del tutto le persone,  cancellando la loro presenza social mettendo like o condividendo contenuti di altri. Ossia il contenuto soccombe rispetto alle modalità di come se ne usufruisce. L’espressione massima di presenza personale spesso si limita agli autoscatti (a no! Ai selfie) ed ad immortalare il nostro cibo. Lo dico a ragion veduta, perché io stesso ho questo comportamento, come testimoniano le mie tracce su Facebook.

Questo stato di cose porta, a mio parere, a due conseguenze. La prima è quella di rendere difficile ed rischiosa la nascita di nuove forme di comunicazione Social, per cui anche rivoluzioni annunciate, come Ello, tendono ad apparire come copie di quanto già esiste. Più belle o più brutte, ma comunque simili. Qualcuna riesce, ma non proponendo innovazione, piuttosto utilizzando spazi vergini. Penso a Meerkat o Periscope che, invece di  condividere immagini o azioni isolando i protagonisti dagli spettatori, li uniscono in un qui ed ora interattivi. La seconda è una sorta di omologazione dei contenuti all’interno di ciascuna piazza virtuale anche quando queste non sono dichiaratamente specializzate. Ecco che da una parte viene prediletto il cazzeggio e la narrazione personale (Facebook), dall’altra l’annuncio o il battibecco (Twitter) oppure una specie di visione universale nel buco della serratura (YouTube). Su tutte, marketing e social-guru ci creano degli spazi di natura commerciale che cercano di nobilitare queste piazze cmostrando lecome nuovi canali di vendita e di pubblicità. Operazione che nella sua generale riuscita rafforza la mia sensazione di omologazione.

Non voglio sembrare snob, perché sono luoghi che frequento spesso e non disprezzo. Ma penso che queste caratteristiche siano il motivo principale per cui una grande protagonista di tutti i tempi ne sia stata alla larga o, perlomeno, a guardare: l’arte. É vero i social sono pieni di artisti, ma vengono usati per facilitare o amplificare la propria presenza, a divulgare la conoscenza della loro produzione artistica che, a meno di qualche  sperimentazione, rimane distribuita nelle forme classiche o che rispettano i classici meccanismi dello scambio. Ripeto non lo penso per snobismo  intellettuale, ma perché in questo modo l’arte riesce ad essere protetta da un punto di vista economico. Quindi la musica viene  retribuita, dalla vendita dei CD, degli abbonamenti in streaming o dei biglietti dei concerti; i film nei cinema, tramite i noleggi o, anche qui pagando in streaming. Tutto il resto é illegale. Non solo, ma altre forme come la pittura o la scultura, se non snaturare con una trasformazione in oggetto digitale, devono rimanere all’interno di gallerie e pinacoteche in spazi scenici piú o meno moderni, ma sempre fisici.

Oggi ho sentito parlare di una cosa che reputo nuova e forse potrebbe mutare questo stato di cose. Il 26 Giugno The America Disaster Relief Foundation organizza un’esposizione d’arte con molti aspetti innovativi. Ci possono partecipare artisti da tutto il mondo con le loro opere d’arte e, durante l’esposizione, ci sarà vicino ad ognuna un tablet con Periscope da cui si potrà interagire con l’artista in diretta. Ma la cosa che trasforma radicalmente la modalità di usufruire delle opere é che, oltre a visitarla fisicamente, il pubblico potrà visitarla, ed ugualmente interagire con gli artisti, attraverso una presenza social. Ma anche in questo caso pagando (di meno) il biglietto. Sfruttando il qui/lí reso possibile dal media social la galleria amplierà la capacità di raggiungere persone e vendere opere d’arte.

Ho la sensazione che potrebbe essere una modalità che vedremo ripetuta.

Election Day e OpenGovernment: Il neofeudalesimo Italiano


Mi sono alzato con comodo e, mentre facevo la mia solita colazione abbondante, mi sono ricordato: oggi si vota. Bene. Finisco di mangiare, tiro fuori la tessera elettorale, il documento, apro la tessera e, sorpresa! La carta piena di timbri mi ricorda che il tempo è passato, è piena; me ne serve una nuova.
Che stupido sono stato, non ho pensato a controllare prima, colpa mia. Guardo su internet dove si deve andare: al proprio municipio, bene, non c’è molta strada da fare. Esco alle 10 in punto, prendo un caffé al bar ed al municipio il chiacchiericcio di una folla di persone mi accoglie.

Ci sono cinque sportelli in funzione, scorrono i numeri della fila sul tabellone.
beep 401, beep 402
557Prendo il mio numero: 551. Mi guardo in giro. Le tre file scarse di sedie sono piene, sono pieni i muri di persone appoggiate, è pieno lo spazio davanti agli ascensori, è pieno l’ingresso del Municipio di gente che ammazza l’attesa con una sigaretta.
Riesco ad appoggiarmi ad una parete e, come al solito, ascolto le voci ed i discorsi di un pubblico interessante.

beep 409, beep 410
– Ma a che serverve ‘sta tessera? Tanto i timbri non si leggono nemmeno?
– A me m’hanno fatto votare ugualmente al seggio!
– No, non è possibile.
– Come no, guardi qui, m’hanno messo il timbro nello spazio bianco
– A me il presidente di seggio mi ha detto che non valeva…
– A me ha detto che non è importante, si può votare, infatti mi ha fatto votare
– Se ha votato perché è qui?

beep 419, beep 420, beep 421
– Per rinnovarla! Così alle prossime elezioni non ho problemi
– Signora non gliela rinnovano.
– Perché?
– Oggi le danno solo a chi deve votare
– A si?
– Come dite?
Un’altra signora si inserisce
– Dice che non rinnovano le tessere elettorali
– Come? E che ci sto a fare qui? Dove le danno?
– No signora, non le rinnovano a chi ha già votato
– Bhè certo chi ha già votato che viene a fare ‘sta fila? Pe’ masochismo?
– Ma io volevo rinnovarla ora
– A signo’ ma c’ha tempo da perde’? Ma vada a fasse du spaghi ch’è mejo!

beep 431
Si sente un gridare dalla sala degli sportelli e passa una ragazza.
– … se la gente si astiene al voto fanno bene, Cazzo!” e se ne va via arrabbiata dopo aver attentato la lingua italiana brandendo il plurale.
– Se l’avessi saputo prima venivo in settimana.
– Scusi dove si prendono i numeri?
– Dentro in fondo
– Non capisco a che serve questa tessera, perché non basta l’elenco che hanno già al seggio?
– E’ solo un modo per buttare via un po’ di soldi. Sentenzia una ragazza. Per passare il tempo entro anch’io nella disputa:
– Forse non si ricorda, ma è stata introdotta attorno al 2000, allora spedivano a casa il certificato elettorale ad ogni elezione e se non arrivava si doveva andare a richiederlo nei giorni delle elezioni, così almeno si risparmiano un po’ di soldi
– Si ma ache serve? E’ inutile!
In effetti: il modello cartaceo fin dalla sua ideazione era una fase transitoria. Che dire, la ragazza ha ragione, ad essere obiettivi la situazione è questa:
– quasi duecento persone stanno facendo un attesa media di un’ora per avere la tessera nuova (danno sociale)
– ad occhio 6-8 impiegati devono fare lo straordinario domenicale. Quindi oltre alla dovuta maggiorazione sullo stipendio dovranno recuperare il lavoro domenicale, andando a ridurre gli organici per i servizi normali del municipio (danno economico e sociale)
– Le tessere comunque sono stampate su carta speciale (danno economico)

La domanda è naturale: perchè non utilizzare le nuove tessere sanitarie che hanno il chip anche per questa attività? Ma la questione è più ampia e coinvolge (o stravolge?) il modo di pensare la cosa pubblica e di fare politica. Perché in un paese come il nostro dobbiamo ancora dettare i ritmi della vita di tutti con i principi di un’amministrazione feudale che vede nella carta, timbri e firme la sola giustificazione della sua esistenza?

beep 545, beep 546
Tra poco tocca a me, intanto entro nella sala dove ci sono gli sportelli. Tranne un’impiegata, nessun dipendente mostra un cartellino con nome e cognome. Testimoniano così la loro scarsa responsabilità: nell’intimo sono così consapevoli dell’inutilità del loro lavoro che non ci vogliono mettere la faccia: “E che so’ io pasquale?”


beep 551
Tocca a me. Mi tocca un’impegata “anonima”. Lo è anche nei modi, non contraccambia il mio buongiorno, ma replica “prego” quando alla fine la ringrazio e vado via. Mentre esco sento degli echi e delle voci flebili e lontanissimen nella mia mente: “Ooooopen Goooovernmeeeent, Ooooopeeeeen Daaaaaataaaaaa”, di sicuro allucinazioni dovute alla fame,  è quasi l’una e devo ancora votare.

Auguri, festivitá e Facebook

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È il periodo in cui si mandano gli auguri alle persone care, agli amici, ai familiari. In tutti i modi e di tutti itipi. Come spesso accade da qualche anno, uno degli argomenti che riempie il tempo passato a tavola sono gli auguri su Facebook. Quest’anno ho visto tracce di queste discussioni su facebook stessa. Il centro del dibattito è quanto siano personali o meno questi messaggi. “ma non era meglio quando non si aveva facebook, si avevano sì meno amici, ma quei pochi erano veri, non virtuali e si aveva così il tempo di contattarli personalmente?“, “erano meglio i tempi di carta e penna dove si scrivevano meno sciocchezze e più sentimenti“, “tanti amici online, ma pochi a cui tieni veramente“.

L’età dei sostenitori di queste tesi In genenere è a due cifre ed inizia con un numero più grande di quattro. La mia inizia con il cinque e sono tra quelli che a casa avevano un solo telefono, nero di bachelite, in duplex con il vicino. La linea duplex si faceva per pagare meno ed era condivisa con un’altro appartamento. Si pagava di meno, ma si poteva telefonare solo uno alla volta. Il risultato era che se stavi al telefono più del tempo necessario per trasmettere un dispaccio militare, il vicino bussava alla parete per avere libero il telefono. Se poi ignoravi questi avvertimenti usciva, veniva alla tua porta e si attaccava al campanello. In quegli anni è vero, gli auguri si facevano per scritto, con le cartoline di Natale. Se ne mandavano comunque ad amici, parenti e improbabili conoscenti. Il mio compito era quello di firmare, scrivere gli indirizzi sulle buste, imbustare ed attaccare il francobollo. Sinceramente ho imbustato anche allora auguri per destinatari mai visti o clienti del negozio di mamma a cui si doveva contraccambiare. Insomma non penso che la differenza del mezzo renda gli auguri più o meno sentiti. Allora, per anni abbiamo mandato auguri a persone di cui non sapevamo nulla; oggi nel più lontano dei casi mando gli auguri a chi a condiviso con me Candy Crush o Guerra di Bande (mi sa che non esiste più su facebook, tanto per rendere l’idea).

Poi non ho ricevuto mai una risposta affermativa, dai critici dei Social Network, alla domanda “ma visto che la pensi cosí, allora te quest’anno hai mandato gli auguri con le cartoline?“. Insomma la realtá è che oggi, come trenta, quaranta anni fa, le persone invecchiando tirano fuori il ritornello “era meglio ai tempi miei”, ma mentendo a se stessi: perché non vorrebbero ritornare a quei tempi perché migliori, ma per nostalgia della loro giovinezza che solo in quei tempi ha potuto vivere.
In fondo mi dispiace per loro, non sono scontenti di Facebook sono scontenti di come sono o stanno invecchiando. Peccato.20131226-165239.jpg
È il periodo in cui si mandano gli auguri alle persone care, agli amici, ai familiari. In tutti i modi e di tutti itipi. Come spesso accade da qualche anno, uno degli argomenti che riempie il tempo passato a tavola sono gli auguri su Facebook. Quest’anno ho visto tracce di queste discussioni su facebook stessa. Il centro del dibattito è quanto siano personali o meno questi messaggi. “ma non era meglio quando non si aveva facebook, si avevano sì meno amici, ma quei pochi erano veri, non virtuali e si aveva così il tempo di contattarli personalmente?“, “erano meglio i tempi di carta e penna dove si scrivevano meno sciocchezze e più sentimenti“, “tanti amici online, ma pochi a cui tieni veramente“.

L’età dei sostenitori di queste tesi In genenere è a due cifre ed inizia con un numero più grande di quattro. La mia inizia con il cinque e sono tra quelli che a casa avevano un solo telefono, nero di bachelite, in duplex con il vicino. La linea duplex si faceva per pagare meno ed era condivisa con un’altro appartamento. Si pagava di meno, ma si poteva telefonare solo uno alla volta. Il risultato era che se stavi al telefono più del tempo necessario per trasmettere un dispaccio militare, il vicino bussava alla parete per avere libero il telefono. Se poi ignoravi questi avvertimenti usciva, veniva alla tua porta e si attaccava al campanello. In quegli anni è vero, gli auguri si facevano per scritto, con le cartoline di Natale. Se ne mandavano comunque ad amici, parenti e improbabili conoscenti. Il mio compito era quello di firmare, scrivere gli indirizzi sulle buste, imbustare ed attaccare il francobollo. Sinceramente ho imbustato anche allora auguri per destinatari mai visti o clienti del negozio di mamma a cui si doveva contraccambiare. Insomma non penso che la differenza del mezzo renda gli auguri più o meno sentiti. Allora, per anni abbiamo mandato auguri a persone di cui non sapevamo nulla; oggi nel più lontano dei casi mando gli auguri a chi a condiviso con me Candy Crush o Guerra di Bande (mi sa che non esiste più su facebook, tanto per rendere l’idea).

Poi non ho ricevuto mai una risposta affermativa, dai critici dei Social Network, alla domanda “ma visto che la pensi cosí, allora te quest’anno hai mandato gli auguri con le cartoline?“. Insomma la realtá è che oggi, come trenta, quaranta anni fa, le persone invecchiando tirano fuori il ritornello “era meglio ai tempi miei”, ma mentendo a se stessi: perché non vorrebbero ritornare a quei tempi perché migliori, ma per nostalgia della loro giovinezza che solo in quei tempi ha potuto vivere.
In fondo mi dispiace per loro, non sono scontenti di Facebook sono scontenti di come sono o stanno invecchiando. Peccato.

Si ricomincia Starting again

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Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…20131223-200743.jpg
Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…

Pensieri sul “ROI dell’Amore”

ROI significa Return Of Investment, misura in quanto tempo i benefici economici di un investimento eguagliano l’importo investito. Serve per misurare l’efficacia di un investimento e per poter decidere, tra due o più, quale convenga fare. È un termine economico ben preciso che sembra stonare affiancato alla parola amore.

Invece Domitilla Ferrari in un suo intervento all’internet festival 2013, dal titolo Il ROI dell’amore li affianca in modo provocatorio. In poche pagine racchiude una serie di consigli per “una comunicazione (online, offline, in ogni luogo) più sincera” perché, sintetizza, “Il mio tempo voglio passarlo solo con chi se lo merita. E a fare cose belle“. Leggendo il materiale dell’intervento, ho apprezzato immediatamente due meriti notevoli: quello di affrontare il tema dei contenuti della comunicazione sul web, e una semplicità unita ad una concretezza di espressione che mi ha affascinato. Quindi ho letto e riletto queste pagine perché, da una parte si è accesa la mia curiosità, ma dall’altra, non lo nascondo, volevo essere capace di copiare quello stile incisivo. Non sono un genio, ma apprezzo la distinzione che fa Picasso con la frase “I mediocri imitano, i geni copiano“, nobilitando un’arte che non viene insegnata da nessuno, ma che ho sviluppato in anni di compiti in classe.

Nel mio percorso, in un primo momento, ero d’accordo su tutto. Ma rileggendo si sono accavallate riflessioni ed osservazioni che hanno dato corpo ad altre opinioni, anche differenti, che mi hanno fatto divagare su altri temi in modo, come al solito, disordinato. Ho deciso di dar loro ordine e di fissare i punti utili ad altre divagazioni. Vi avviso, non ero presente all’intervento di Domitilla, ho solo letto il materiale; quindi questi pensieri non sono né una critica né un giudizio di un lavoro che potrei non aver capito. Piuttosto ne sono la conseguenza e l’espressione del segno che quel lavoro ha lasciato su di me.

Cosa ti aspetti dagli altri? Reciprocità. – sembra strano, parlando di comunicazione, partire da qui. Ma trovo giusto che queste aspettative siano chiare e abbiano attenzione. Ed è la reciprocitá, secondo Domitilla, l’aspettativa alla base di una comunicazione sincera. Mi sembra bello ed auspicabile e lo é quanto piú la comunicazione è personale, nel senso che viene da una persona. Non personale in quanto comunicazione di cose intime. Mi è chiarissimo sul lavoro: io cerco di parlare come persona, come professionista; perché voglio parlare a professionisti e voglio sentire il loro parere. A volte invece devo parlare in modo impersonale per veicolare comunicazioni aziendali, in quel caso mi aspetto di ricevere, e capire, le posizioni delle aziende rappresentate da quei professionisti.

Quanto amore ricevi (non sempre) dipende da quanto dai.  Qui ho un’opinione drasticamente diversa. Quanto amore ricevi dipende sempre da quanto ne dai: solo che non è direttamente proporzionale. Se io non amo nessuno, comunque sarò attorniato da persone che mi possono amare o meno. Se esistono quelli che mi amano, lo fanno anche a dispetto del mio comportamento; lo fanno nel più puro dei modi: gratuitamente perché non ne ricevono da me. Questi continueranno ad amarmi. Invece chi non mi ama, se io cambiassi atteggiamento, potrebbe fare altrettanto ed iniziare ad amarmi anche lui. Insomma penso che dare più amore non possa che farcene avere di più, ma non in misura uguale o correlata.

PS divagazioni insidiose: ma cos’è l’amore? Esiste un unico tipo di amore o ce ne sono più d’uno? Allora qui di che amore si parla? Io ho sempre pensato a tre tipi d’amore. Uno è quello verso i figli: è un amore animale, quasi chimico. Non è detto ci sia sempre tra genitore e figlio, né che sia sempre reciproco; è più immediato tra madre e figlio; è istintivo. Un’altro è quello di coppia: è un fuoco. Come tale può nascere da una scintilla, improvvisamente; oppure accendersi pian piano, avviando la combustione prima da una parte poi dall’altra. Comunque deve essere alimentato. Non credo a chi dice che un amore nella coppia è finito: o non era amore, non è mai partito; i due assaporavano il calore di uno scaldino elettrico, ma non hanno mai visto la fiamma. Oppure si è spento per mancanza di legna; in questo caso si farebbe bene a cercare tra i rami dei motivi che avevano fatto accendere la fiamma se c’è ancora legna buona, o se possiamo usarne di differente. Ho molti amici che, dopo anni passati ad accendere fuochi con alcool o benzina su legna a casaccio, ora guardano un mucchio di ceneri chiedendosi perché. Il terzo amore è raro, universale; è l’amore per gli altri. Non lo so delineare bene, anche questo va coltivato e fatto crescere; vede gli altri al centro delle nostre attenzioni, in modo gratuito, senza alcun ritorno. È uno degli elementi di un’amicizia. Ma non so come si debba coltivarlo, io ho solo un modo per verificarlo: mi domando “per chi lo faccio?”. Per intenderci, le dame dei circoli di carità di fine ottocento quando, sedute attorno ad un thé, preparavano la pesca di beneficenza, mettevano se stesse e la bella figura che facevano come risposta alla mia domanda.

Quanto amore dai ti rende una persona migliore – Ho conosciuto persone che non la pensano così. Anzi, considerano il fatto di dare amore una debolezza, tendendo a relazionarsi con gli altri in modo autoritario o altezzoso. Quasi sempre persone insicure nel loro intimo, che hanno ricevuto poco amore. Spero sempre, per loro, che abbiano la fortuna di assaporare gli effetti dell’amore oppure la fortuna di non rendersi mai conto di cosa si perdono.

Dopo iniziano i dieci consigli di Domitilla sul tema.

1-Condividi interessi, ma prima coltiva interessi – Questo è vero nella vita; da sempre. Lo stiamo scordando. Con alcuni amici parliamo spesso dei social network e di come vengono frequentati dai ragazzi; molti di loro li vedono come cose negative che non aiutano a sviluppare una reale capacità di socializzazione; io stesso vengo considerato come un seguace-sacerdote di una prospettiva futura che non piace e che è considerata alienante. Una volta ho fatto un gioco; in una delle nostre cene ho ascoltato con attenzione i discorsi tra noi, ho isolato i contenuti di una socialitá reale e per questo considerata accettabile. Bene per tre ore si è parlato di cosa ha fatto tizio, di quello che è capitato a caio, di dove ha traslocato sempronio, ecc. Nessuno, dico nessuno, tra una decina di, quasi o over, cinquantenni ha parlato di una realizzazione, un fatto, un’emozione sua! Alla fine ho ripreso l’attenzione ponendo la domanda:”di cosa si è parlato?”, tutti sono stati concordi nel dire: “di noi, delle nostre cose”. Domitilla, su questo non posso che essere d’accordo, sia per il mondo del web che per quello reale.

2-Siamo vasi comunicanti – Condividi conoscenza e conoscenze Si, non ricordo chi ha detto “se ho un pezzo di pane e lo condivido io avró meno pane e ciascuno ne avrà metà. Se ho un’idea e la condivido, ciascuno avrà un’idea”. Sicuramente bello, forse in ambito lavorativo non è adatto se preso alla lettera.

3-Dai valore al tempo, sii snob, impara a dire di noTempo e no, quante divagazioni! Una frase così non può che essere di stimolo, ma non la condivido nella sua sinteticitá. Il tempo, secondo me, è la materia prima, o meglio la nuova ricchezza su cui si basa la nuova societá che sostituirá la morente societá industriale. Quest’ultima vedeva la sua materia prima nella forza lavoro, ma queste sono riflessioni che mi portano lontanissimo e meritano un’altro spazio. Dico lontanissimo perché oltre a questa osservazione, divago pensando al fatto che oggi il tempo lo vedo come un problema sempre più ristretto a societá ricche, mentre altri miliardi di individui hanno nella fame o nel fuggire dalle guerre la gran parte della loro attenzione. In qualche modo penso che sia anche una conseguenza che negli ultimi cinquant’anni, per la prima volta dall’impero Romano, non ci sono state guerre nell’Europa occidentale. Invece non penso che l’attenzione delle persone sia sul dire di no o di si. Penso siano falsi problemi. Perché si vuole imparare a dire di no? Perché con troppi si, affoghiamo e non concludiamo nulla? Allora impariamo a dire un si responsabile, un si che ci espone e ci impegna di persona per la sua realizzazione. Perché si vuole imparare a dire di si? Perché i no di continuo ci isolano e ci rendono burberi e imbronciati come bambini capricciosi? Allora impariamo a dire un no che sia una nostra scelta vera, non un’argine a quello che ci viene proposto/imposto. Insomma penso che il nodo sia nel coltivare e far crescere la nostra capacitá di scelta e di saper assumerci le responsabilità dei nostri si e no. Per dirla differentemente: dire di no per dar valore al tempo mi sembra una comoda alternativa a dire un no circonstanziato.

4-Dai valore al tempo degli altri, impara a dire noi – Altri, noi? Penso che “noi” sia una parola pericolosa con una doppia accezione. Penso anche che gli ultimi decenni si sono basati molto sulla confusione tra le due. Se siamo due o tre attorno ad un argomento o un’attivitá, il “noi” può essere messo al centro per unirci ed identificare il gruppo che ha il comune obiettivo o interesse. Ma se, alle stesse due o tre persone il noi lo mettiamo intorno diventa confine e baluardo per separarci e proteggerci dal “voi” è dagli altri. Andate ad una riunione di condominio e pensate al noi, dov’è? Al centro di tutti i condomini che dividono, dormono, vivono, piangono sotto lo stesso tetto, oppure a difesa di quelli che vogliono il riscaldamento dalle 14 alle 22 contro quelli che lo vogliono dalle 18 alle 24?
Il valore al tempo degli altri è rispetto, sensibilitá, attenzione. Non è un esercizio inutile.

Non vado oltre, per ora, nelle mie osservazioni; rischia di diventare un romanzo. Leggetevi il materiale di Domitilla, ne riparliamo alla prossima. 

ROI significa Return Of Investment, misura in quanto tempo i benefici economici di un investimento eguagliano l’importo investito. Serve per misurare l’efficacia di un investimento e per poter decidere, tra due o più, quale convenga fare. È un termine economico ben preciso che sembra stonare affiancato alla parola amore. 

Invece Domitilla Ferrari in un suo intervento all’internet festival 2013, dal titolo Il ROI dell’amore li affianca in modo provocatorio. In poche pagine racchiude una serie di consigli per “una comunicazione (online, offline, in ogni luogo) più sincera” perché, sintetizza, “Il mio tempo voglio passarlo solo con chi se lo merita. E a fare cose belle“. Leggendo il materiale dell’intervento, ho apprezzato immediatamente due meriti notevoli: quello di affrontare il tema dei contenuti della comunicazione sul web, e una semplicità unita ad una concretezza di espressione che mi ha affascinato. Quindi ho letto e riletto queste pagine perché, da una parte si è accesa la mia curiosità, ma dall’altra, non lo nascondo, volevo essere capace di copiare quello stile incisivo. Non sono un genio, ma apprezzo la distinzione che fa Picasso con la frase “I mediocri imitano, i geni copiano“, nobilitando un’arte che non viene insegnata da nessuno, ma che ho sviluppato in anni di compiti in classe.

Nel mio percorso, in un primo momento, ero d’accordo su tutto. Ma rileggendo si sono accavallate riflessioni ed osservazioni che hanno dato corpo ad altre opinioni, anche differenti, che mi hanno fatto divagare su altri temi in modo, come al solito, disordinato. Ho deciso di dar loro ordine e di fissare i punti utili ad altre divagazioni. Vi avviso, non ero presente all’intervento di Domitilla, ho solo letto il materiale; quindi questi pensieri non sono né una critica né un giudizio di un lavoro che potrei non aver capito. Piuttosto ne sono la conseguenza e l’espressione del segno che quel lavoro ha lasciato su di me.

Cosa ti aspetti dagli altri? Reciprocità. – sembra strano, parlando di comunicazione, partire da qui. Ma trovo giusto che queste aspettative siano chiare e abbiano attenzione. Ed è la reciprocitá, secondo Domitilla, l’aspettativa alla base di una comunicazione sincera. Mi sembra bello ed auspicabile e lo é quanto piú la comunicazione è personale, nel senso che viene da una persona. Non personale in quanto comunicazione di cose intime. Mi è chiarissimo sul lavoro: io cerco di parlare come persona, come professionista; perché voglio parlare a professionisti e voglio sentire il loro parere. A volte invece devo parlare in modo impersonale per veicolare comunicazioni aziendali, in quel caso mi aspetto di ricevere, e capire, le posizioni delle aziende rappresentate da quei professionisti.

Quanto amore ricevi (non sempre) dipende da quanto dai –.  Qui ho un’opinione drasticamente diversa. Quanto amore ricevi dipende sempre da quanto ne dai: solo che non è direttamente proporzionale. Se io non amo nessuno, comunque sarò attorniato da persone che mi possono amare o meno. Se esistono quelli che mi amano, lo fanno anche a dispetto del mio comportamento; lo fanno nel più puro dei modi: gratuitamente perché non ne ricevono da me. Questi continueranno ad amarmi. Invece chi non mi ama, se io cambiassi atteggiamento, potrebbe fare altrettanto ed iniziare ad amarmi anche lui. Insomma penso che dare più amore non possa che farcene avere di più, ma non in misura uguale o correlata. 

PS divagazioni insidiose: ma cos’è l’amore? Esiste un unico tipo di amore o ce ne sono più d’uno? Allora qui di che amore si parla? Io ho sempre pensato a tre tipi d’amore. Uno è quello verso i figli: è un amore animale, quasi chimico. Non è detto ci sia sempre tra genitore e figlio, né che sia sempre reciproco; è più immediato tra madre e figlio; è istintivo. Un’altro è quello di coppia: è un fuoco. Come tale può nascere da una scintilla, improvvisamente; oppure accendersi pian piano, avviando la combustione prima da una parte poi dall’altra. Comunque deve essere alimentato. Non credo a chi dice che un amore nella coppia è finito: o non era amore, non è mai partito; i due assaporavano il calore di uno scaldino elettrico, ma non hanno mai visto la fiamma. Oppure si è spento per mancanza di legna; in questo caso si farebbe bene a cercare tra i rami dei motivi che avevano fatto accendere la fiamma se c’è ancora legna buona, o se possiamo usarne di differente. Ho molti amici che, dopo anni passati ad accendere fuochi con alcool o benzina su legna a casaccio, ora guardano un mucchio di ceneri chiedendosi perché. Il terzo amore è raro, universale; è l’amore per gli altri. Non lo so delineare bene, anche questo va coltivato e fatto crescere; vede gli altri al centro delle nostre attenzioni, in modo gratuito, senza alcun ritorno. È uno degli elementi di un’amicizia. Ma non so come si debba coltivarlo, io ho solo un modo per verificarlo: mi domando “per chi lo faccio?”. Per intenderci, le dame dei circoli di carità di fine ottocento quando, sedute attorno ad un thé, preparavano la pesca di beneficenza, mettevano se stesse e la bella figura che facevano come risposta alla mia domanda.

Quanto amore dai ti rende una persona migliore. Ho conosciuto persone che non la pensano così. Anzi, considerano il fatto di dare amore una debolezza, tendendo a relazionarsi con gli altri in modo autoritario o altezzoso. Quasi sempre persone insicure nel loro intimo, che hanno ricevuto poco amore. Spero sempre, per loro, che abbiano la fortuna di assaporare gli effetti dell’amore oppure la fortuna di non rendersi mai conto di cosa si perdono.

Dopo iniziano i dieci consigli di Domitilla sul tema.

1-Condividi interessi, ma prima coltiva interessi. Questo è vero nella vita; da sempre. Lo stiamo scordando. Con alcuni amici parliamo spesso dei social network e di come vengono frequentati dai ragazzi; molti di loro li vedono come cose negative che non aiutano a sviluppare una reale capacità di socializzazione; io stesso vengo considerato come un seguace-sacerdote di una prospettiva futura che non piace e che è considerata alienante. Una volta ho fatto un gioco; in una delle nostre cene ho ascoltato con attenzione i discorsi tra noi, ho isolato i contenuti di una socialitá reale e per questo considerata accettabile. Bene per tre ore si è parlato di cosa ha fatto tizio, di quello che è capitato a caio, di dove ha traslocato sempronio, ecc. Nessuno, dico nessuno, tra una decina di, quasi o over, cinquantenni ha parlato di una realizzazione, un fatto, un’emozione sua! Alla fine ho ripreso l’attenzione ponendo la domanda:”di cosa si è parlato?”, tutti sono stati concordi nel dire: “di noi, delle nostre cose”. Domitilla, su questo non posso che essere d’accordo, sia per il mondo del web che per quello reale.

2-Siamo vasi comunicanti. Condividi conoscenza e conoscenze Si, non ricordo chi ha detto “se ho un pezzo di pane e lo condivido io avró meno pane e ciascuno ne avrà metà. Se ho un’idea e la condivido, ciascuno avrà un’idea”. Sicuramente bello, forse in ambito lavorativo non è adatto se preso alla lettera.

3-Dai valore al tempo, sii snob, impara a dire di no. Tempo e no, quante divagazioni! Una frase così non può che essere di stimolo, ma non la condivido nella sua sinteticitá. Il tempo, secondo me, è la materia prima, o meglio la nuova ricchezza su cui si basa la nuova societá che sostituirá la morente societá industriale. Quest’ultima vedeva la sua materia prima nella forza lavoro, ma queste sono riflessioni che mi portano lontanissimo e meritano un’altro spazio. Dico lontanissimo perché oltre a questa osservazione, divago pensando al fatto che oggi il tempo lo vedo come un problema sempre più ristretto a societá ricche, mentre altri miliardi di individui hanno nella fame o nel fuggire dalle guerre la gran parte della loro attenzione. In qualche modo penso che sia anche una conseguenza che negli ultimi cinquant’anni, per la prima volta dall’impero Romano, non ci sono state guerre nell’Europa occidentale. Invece non penso che l’attenzione delle persone sia sul dire di no o di si. Penso siano falsi problemi. Perché si vuole imparare a dire di no? Perché con troppi si, affoghiamo e non concludiamo nulla? Allora impariamo a dire un si responsabile, un si che ci espone e ci impegna di persona per la sua realizzazione. Perché si vuole imparare a dire di si? Perché i no di continuo ci isolano e ci rendono burberi e imbronciati come bambini capricciosi? Allora impariamo a dire un no che sia una nostra scelta vera, non un’argine a quello che ci viene proposto/imposto. Insomma penso che il nodo sia nel coltivare e far crescere la nostra capacitá di scelta e di saper assumerci le responsabilità dei nostri si e no. Per dirla differentemente: dire di no per dar valore al tempo mi sembra una comoda alternativa a dire un no circonstanziato.

3-Dai valore al tempo degli altri, impara a dire noi. Altri, noi? Penso che “noi” sia una parola pericolosa con una doppia accezione. Penso anche che gli ultimi decenni si sono basati molto sulla confusione tra le due. Se siamo due o tre attorno ad un argomento o un’attivitá, il “noi” può essere messo al centro per unirci ed identificare il gruppo che ha il comune obiettivo o interesse. Ma se, alle stesse due o tre persone il noi lo mettiamo intorno diventa confine e baluardo per separarci e proteggerci dal “voi” è dagli altri. Andate ad una riunione di condominio e pensate al noi, dov’è? Al centro di tutti i condomini che dividono, dormono, vivono, piangono sotto lo stesso tetto, oppure a difesa di quelli che vogliono il riscaldamento dalle 14 alle 22 contro quelli che lo vogliono dalle 18 alle 24?
Il valore al tempo degli altri è rispetto, sensibilitá, attenzione. Non è un esercizio inutile.

Non vado oltre, per ora, nelle mie osservazioni; rischia di diventare un romanzo. Leggetevi il materiale di Domitilla, ne riparliamo.

VitaDigitale nella metro

Metroroma Linea A

Metroroma Linea A by vidierre

Anche oggi in ufficio con la metro, solo posto in piedi. Davanti a me una ragazza, che quando la vedi non ti viene certo in mente l’aggettivo alto. In piedi alla mia sinistra, una signora con un impermeabile legge un libro. L’autunno è una stagione strana e quest’anno ancor di più, la mattina l’abbigliamento ti dice cosa faranno. Il ragazzo in maglietta torna a casa per pranzo, il signore in giacca e cravatta va in ufficio; poi ce n’è un’altro che sopra la giacca porta un gilè imbottito leggero, forse dopo il lavoro si attarderà per un aperitivo o andrà a cena fuori.

Seduto alla destra della ragazza c’è un ragazzo; jeans, felpa grigia con cappuccio calata sulle spalle, maglietta sformata che lascia intravedere una parte di un grosso tatuaggio sulla schiena. Berretto rosso con visiera nera, da cui escono i due fili bianchi che fanno pensare ad un collegamento diretto del cervello con il suo Apple-device bianco con una cover rossa dove spicca la scritta bianca Campari. Il mio cervello immagina. Immagina che quel collegamento non serve a far salire i suoni e i ritmi che rallegrano la sua vita, rendendo meno grigio il mondo che frequenta. Invece il dispositivo nelle sue mani contiene una mistura di una droga segreta che lo mantiene in vita, creata dallo sponsor della sua cover, lo rende inconsapevole schiavo della stessa. È una sostanza che fa pronunciare automaticamente “Un Negroni”, quando un agente segreto, generalmente vestito di nero con una fascia in vita, gli chiede “che prendi?”.

“Signora, prego.”, dice la ragazza alzandosi, “non mi ero accorta!”.
“No, no non si preoccupi, non c’é bisogno”
“Ma no, no, sieda”
“Non è lei che deve alzarsi”, dice la signora con l’impermeabile mentre, convinta, si siede. È nel sedersi che si aggiusta l’impermeabile e solo allora vedo quello che aveva notato la ragazza: la signora è incinta. Il viaggio prosegue. Lei, pressata dalla folla, con una mano regge il suo trolley e l’altra allungata verso l’alto riesce appena ad aggrapparsi con tre dita ed evitare di cadere.

Il ragazzo resta assorto, assorbito dalla trasfusione della sostanza misteriosa, non si accorge di quello che accade. Il fluido che entra nel cervello gli impedisce di attivarsi, di fare un gesto; anzi sembra che l’effetto del breve scambio di battute, e di posto, sia solo quello di farlo diventare più impietrito assente. Anche se i suoi occhi incrociano i movimenti della ragazza, al limite della caduta, è evidente che il cervello non è più in grado di elaborarne i segnali ricevuti. Non agisce, non può più agire. Forse crescerá, invecchierá, ma oramai il suo cervello è destinato a rispondere solo agli stimoli delle sostanze misteriose, trasportate da quei fili bianchi, spruzzate negli occhi da quegli schermi luminosi.

Il ragazzo è solo uno di quei morti viventi che si aggirano per il paese, che non reagiscono alla realtà che li circonda, che non incidono sulla realtà che li circonda.

Metroroma Linea A

Metroroma Linea A

Anche oggi in ufficio con la metro, solo posto in piedi. Davanti a me una ragazza, che quando la vedi non ti viene certo in mente l’aggettivo alto. In piedi alla mia sinistra, una signora con un impermeabile legge un libro. L’autunno è una stagione strana e quest’anno ancor di più, la mattina l’abbigliamento ti dice cosa faranno. Il ragazzo in maglietta torna a casa per pranzo, il signore in giacca e cravatta va in ufficio; poi ce n’è un’altro che sopra la giacca porta un gilè imbottito leggero, forse dopo il lavoro si attarderà per un aperitivo o andrà a cena fuori.

Seduto alla destra della ragazza c’è un ragazzo; jeans, felpa grigia con cappuccio calata sulle spalle, maglietta sformata che lascia intravedere una parte di un grosso tatuaggio sulla schiena. Berretto rosso con visiera nera, da cui escono i due fili bianchi che fanno pensare ad un collegamento diretto del cervello con il suo Apple-device bianco con una cover rossa dove spicca la scritta bianca Campari. Il mio cervello immagina. Immagina che quel collegamento non serve a far salire i suoni e i ritmi che rallegrano la sua vita, rendendo meno grigio il mondo che frequenta. Invece il dispositivo nelle sue mani contiene una mistura di una droga segreta che lo mantiene in vita, creata dallo sponsor della sua cover, lo rende inconsapevole schiavo della stessa. È una sostanza che fa pronunciare automaticamente “Un Negroni”, quando un agente segreto, generalmente vestito di nero con una fascia in vita, gli chiede “che prendi?”.

“Signora, prego.”, dice la ragazza alzandosi, “non mi ero accorta!”.
“No, no non si preoccupi, non c’é bisogno”
“Ma no, no, sieda”
“Non è lei che deve alzarsi”, dice la signora con l’impermeabile mentre, convinta, si siede. È nel sedersi che si aggiusta l’impermeabile e solo allora vedo quello che aveva notato la ragazza: la signora è incinta. Il viaggio prosegue. Lei, pressata dalla folla, con una mano regge il suo trolley e l’altra allungata verso l’alto riesce appena ad aggrapparsi con tre dita ed evitare di cadere.

Il ragazzo resta assorto, assorbito dalla trasfusione della sostanza misteriosa, non si accorge di quello che accade. Il fluido che entra nel cervello gli impedisce di attivarsi, di fare un gesto; anzi sembra che l’effetto del breve scambio di battute, e di posto, sia solo quello di farlo diventare più impietrito assente. Anche se i suoi occhi incrociano i movimenti della ragazza, al limite della caduta, è evidente che il cervello non è più in grado di elaborarne i segnali ricevuti. Non agisce, non può più agire. Forse crescerá, invecchierá, ma oramai il suo cervello è destinato a rispondere solo agli stimoli delle sostanze misteriose, trasportate da quei fili bianchi, spruzzate negli occhi da quegli schermi luminosi.

Il ragazzo è solo uno di quei morti viventi che si aggirano per il paese, che non reagiscono alla realtà che li circonda, che non incidono sulla realtà che li circonda.

Che lei è il vigile di quartiere? (2/2)

20131013-200750.jpg
Dalle finestre di casa mia si vede gran parte della piazza; al centro ci sono le rovine del Tempio di Elio Callisto che un tempo erano il perno di un senso rotatorio fatto di quattro lati, in cui fluiva il traffico. In due lati la strada era più larga e le auto sul marciapiede ed in doppia fila riempivano lo spazio non strettamente necessario alla circolazione. Poi, in qualche ufficio Municipale qualcuno, penso colto da malore, ha avuto un’idea buona: chiudere uno dei due lati larghi e farne un’area pedonale con panchine ed alberi. Ma non solo: l’idea dalle carte della burocrazia, con tempi non proprio fulminei, è stata portata a termine. Ora dalle finestre vedo (e sento) lo schiamazzare di bambini che giocano, corrono sui pattini e in bicicletta, osservati dai genitori comodamente seduti. La piazza è nuova hanno rifatto i passaggi pedonali e ci sono anche i percorsi per i non vedenti. Le strade sono larghe lo stretto necessario per far passare i veicoli e le macchine, tranne che i pochi spazi previsti, non parcheggiano più nella piazza.

Tempo fa proprio sopra un passaggio pedonale era parcheggiata una Fiat Cinquecento L bianca con il tetto nero. Parcheggiada da un bel po’. Ad un certo punto un papà, dalla parte pedonale ha attraversato con il figlio ed ha aperto la macchina.
Un signore gli ha detto:
– Guardi che li c’è un passaggio pedonale, non si può lasciare la macchina.
– Si lo so, ma lo messa qui solo da cinque minuti ora vado via!
– No scusi, sono qui da un’ora e la macchina era già li quando sono arrivato.
Ha precisato il signore, sentitosi preso in giro.
– E che lei è il vigile di quartiere?
Ha concluso il papà, entrando in macchina con il bambino. Ha messo in moto ed è andato via.

Devo fare i miei complimenti allo sconosciuto signore che ha ripreso il papà della Cinquecento L. L’individualismo e il pensare solo ai fatti propri, di questi tempi, non sono proprio il concime per comportamenti simili.
Invece il papà della Cinquecento è il risultato di giorni passati in poltrona al telecomando, di una vita costruita attorno a tanti parcheggi sulle strisce per stare più comodo e sentirsi padrone del mondo. Ma ormai è prigioniero della sua sfera, costruita attorno alla falsa tranquillità e alla continuo tentativo di evitare sforzi e fatica. Purtroppo chi ne farà le spese, più delle persone che incontra, sarà quel bambino salito sulla Cinquecento: crescerà senza essere capace di grandi conquiste e il confine delle sue aspirazioni sarà uno schermo, da dove le potrà vedere realizzate da altri, ignorando il suono dell’allarme della sua macchina parcheggiata al posto riservato agli invalidi.