E’ un dispiacere

Ho letto questo articolo che racconta, ancora una volta, una storia di azienda che si rimpiccioliscono, si ristrutturano vendendo rami e settori; ma troppo spesso gli acquirenti sono, per essere forzatamente educati, inadatti, con poche idee e con un’unica capacità: quella di indebitarsi. Sempre più spesso aree industriali diventano scheletri abbandonati a testimonianza di errori e fallimenti che troppi dimenticano.

Tutto a scapito di chi con quei rami e settori ci vive.

Il Lavoro è un diritto

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In autobus ero vicino a due ragazzi, poco piú che ventenni, vestiti in giacca e cravatta, che parlavano del loro lavoro. Dai loro discorsi ho capito che lavorano in un call center che vende contratti di abbonamento per Sky. Ne parlavano come di un buon lavoro anche se i rapporti con i loro manager o coordinatori non dovevano essere dei migliori. Mi ha colpito la frase di uno “io non posso pensare solo al lavoro, devo pensare anche alla mia vita”. Sul momento ho notato solo l’effetto di stonatura che avevo provato, e ho iniziato a riflettere sul perché.
Quel “Devo pensare ANCHE alla mia vita” in antitesi con il lavoro non fa parte del mio modo di pensare. Sono cresciuto in una famiglia dove il lavoro era considerato parte integrante ed inseparabile della propria vita, non un elemento estraneo; chi non lavorava era o un fannullone o malato.
La possibilitá di migliorare la propria situazione, di avanzare nella societá, di sentirsi felici, era strettamente legata al buon esito ed ai successi sul lavoro. Ed il lavoro era l’attivitá che ciascuno faceva per essere utile e per essere “qualcuno”. Per i bambini era lo studio: “studia, studia, che sennó da grande non trovi lavoro”, “studia che sennó da grande fai il monnezzaro” diceva mia nonna. E non lo diceva con disprezzo o altezzositá per le persone che facevano quel lavoro, ma era il suo modo di farmi capire che l’impegno e lo sforzo era l’unico modo per veder realizzate un domani le mie aspirazioni.

Dalla Costituzione Italiana spesso si sente citare l’Art.1 “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Subito seguito dalla citazione dell’articolo 4 che parla del diritto al lavoro di tutti i cittadini. Ma chissá perché questo viene citato, commentato e urlato nelle manifestazioni in modo monco. L’Art.4 dice “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

La parte del dovere è spesso tralasciata. E viene spiegato bene anche perché il lavoro è un dovere: per concorrere al progresso materiale o spirituale della societá. Mia nonna lo vedeva come il progresso suo e della sua famiglia, la costituzione parla della società

Quindi a quelle persone dal pensiero “che il lavoro non é tutto” vorrei dire che tantomeno pensare a se stessi non è tutto, anzi è proprio poco.

PS: Nella foto potete vedere la Nonna di mia suocera al lavoro.20130521-102020.jpg

In autobus ero vicino a due ragazzi, poco piú che ventenni, vestiti in giacca e cravatta, che parlavano del loro lavoro. Dai loro discorsi ho capito che lavorano in un call center che vende contratti di abbonamento per Sky. Ne parlavano come di un buon lavoro anche se i rapporti con i loro manager o coordinatori non dovevano essere dei migliori. Mi ha colpito la frase di uno “io non posso pensare solo al lavoro, devo pensare anche alla mia vita”. Sul momento ho notato solo l’effetto di stonatura che avevo provato, e ho iniziato a riflettere sul perché.
Quel “Devo pensare ANCHE alla mia vita” in antitesi con il lavoro non fa parte del mio modo di pensare. Sono cresciuto in una famiglia dove il lavoro era considerato parte integrante ed inseparabile della propria vita, non un elemento estraneo; chi non lavorava era o un fannullone o malato.
La possibilitá di migliorare la propria situazione, di avanzare nella societá, di sentirsi felici, era strettamente legata al buon esito ed ai successi sul lavoro. Ed il lavoro era l’attivitá che ciascuno faceva per essere utile e per essere “qualcuno”. Per i bambini era lo studio: “studia, studia, che sennó da grande non trovi lavoro”, “studia che sennó da grande fai il monnezzaro” diceva mia nonna. E non lo diceva con disprezzo o altezzositá per le persone che facevano quel lavoro, ma era il suo modo di farmi capire che l’impegno e lo sforzo era l’unico modo per veder realizzate un domani le mie aspirazioni.

Dalla Costituzione Italiana spesso si sente citare l’Art.1 “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Subito seguito dalla citazione dell’articolo 4 che parla del diritto al lavoro di tutti i cittadini. Ma chissá perché questo viene citato, commentato e urlato nelle manifestazioni in modo monco. L’Art.4 dice “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

La parte del dovere è spesso tralasciata. E viene spiegato bene anche perché il lavoro è un dovere: per concorrere al progresso materiale o spirituale della societá. Mia nonna lo vedeva come il progresso suo e della sua famiglia, la costituzione parla della società

Quindi a quelle persone dal pensiero “che il lavoro non é tutto” vorrei dire che tantomeno pensare a se stessi non è tutto, anzi è proprio poco.