Che lei è il vigile di quartiere? (1/2)

20131002-120950.jpgLa televisione propone tutti i giorni programmi e notiziari che non richiedono uno sforzo per l’ascolto. Si possono seguire per ore, e nessun Auditel è in grado di misurare quanti telespettatori siano svegli davanti al programma selezionato, o quanto questo migliori o contribuisca alla vita delle persone che lo guardano. Si perché di sicuro ci influenza, ma non necessariamente in modo positivo; ci influenza occupando il nostro tempo, facendo scivolare la mente in uno stato di apparente rilassamento, facendoci rinviare a domani quelle piccole incombenze che appesantiscono il bagaglio con l’etichetta “devo fare anche questo”.

Ci culla, senza chiederci sforzi, in una sfera personale fatta di svago, informazione preconfezionata e cronaca. Una sfera che, nel tempo, si trasforma da rifugio di relax in limite della nostra personalità. Si perché questa dimensione “personale” diventa familiare e la si fa propria mantenendola anche nei comportamenti quotidiani. Quindi l'”io” diventa stile di vita e di comportamento annullando qualsiasi altra cosa. “Io non accendo le luci di giorno, perché mi sembra un’idiozia”, “io non ho un buon servizio con le tasse che pago”, “io chiudo il balcone, così ho più spazio”, “io non pago il canone RAI perché non é giusto”.

Azioni, scelte e comportamenti che basano, spesso su un giusto motivo, le nostre azioni sbagliate. Diventiamo dei rivoluzionari pigri, fieri della nostra piccola disobbedienza, gratificati dai vantaggi che ci porta senza nessuno sforzo. Sforzo, è questa una delle attività di cui dobbiamo riappropriarci. Come? Per rimettere in moto la nostra mente e le nostre capacità, proviamo ad istituire a casa, nella nostra famiglia, ma anche se viviamo soli, il giorno del silenzio televisio. Una volta a settimana, ogni due od ogni mese, sarà un giorno in cui, rimaniamo a casa lasciando scuro e muto quel quadro girevole che di solito ci immobilizza sul divano.

Non importa decidere un’attività alternativa. Guardatevi attorno, raccontatevi la giornata, anche le idiozie; leggete un libro o il giornale, accendete la musica, innaffiate le piante e levate le foglie brutte, fatevi insegnare un gioco. Ma senza televisione e una volta decisa ripetete l’appuntamento una, due, tante volte.20131002-093121.jpg
La televisione propone tutti i giorni programmi e notiziari che non richiedono uno sforzo per l’ascolto. Si possono seguire per ore, e nessun Auditel è in grado di misurare quanti telespettatori siano svegli davanti al programma selezionato, o quanto questo migliori o contribuisca alla vita delle persone che lo guardano. Si perché di sicuro ci influenza, ma non necessariamente in modo positivo; ci influenza occupando il nostro tempo, facendo scivolare la mente in uno stato di apparente rilasamento, facendoci rinviare a domani quelle piccole incombenze che appesantiscono il bagaglio con l’etichetta “devo fare anche questo”.

Ci culla, senza chiederci sforzi, in una sfera personale fatta di svago, informazione preconfezionata e cronaca. Una sfera che, nel tempo, si trasforma da rifugio di relax in limite della nostra personalità. Si perché questa dimensione “personale” diventa familiare e la si fa propria mantenendola anche nei comportamenti quotidiani. Quindi l'”io” diventa stile di vita e di comportamento annullando qualsiasi altra cosa. “Io non accendo le luci di giorno, perché mi sembra un’idiozia”, “io non ho un buon servizio con le tasse che pago”, “io chiudo il balcone, così ho più spazio”, “io non pago il canone RAI perché non é giusto”.

Azioni, scelte e comportamenti che basano, spesso su un giusto motivo, le nostre azioni sbagliate. Diventiamo dei rivoluzionari pigri, fieri della nostra piccola disobbedienza, gratificati dai vantaggi che ci porta senza nessuno sforzo. Sforzo, è questa una delle attività di cui dobbiamo riappropriarci. Come? Per rimettere in moto la nostra mente e le nostre capacità, proviamo ad istituire a casa, nella nostra famiglia, ma anche se viviamo soli, il giorno del silenzio televisio. Una volta a settimana, ogni due od ogni mese, sarà un giorno in cui, rimaniamo a casa lasciando scuro e muto quel quadro girevole che di solito ci immobilizza sul divano.

Non importa decidere un’attività alternativa. Guardatevi attorno, raccontatevi la giornata, anche le idiozie; leggete un libro o il giornale, accendete la musica, innaffiate le piante e levate le foglie brutte, fatevi insegnare un gioco. Ma senza televisione e una volta decisa ripetete l’appuntamento una, due, tante volte.

La misteriosa invasione dei passeggini letaliThe mysterious invasion of lethal stroller

Le differenze all’estero
Quando sono all’estero le differenze con l’Italia si notano. Sto passando tre giorni ad Oslo e ne vedo molte, ma non sono di quelli che dicono che all’estero tutto funziona bene e da noi nulla. Poi ci sono cose che, nella nostra Italia, non cambierei solo per un’inutile emulazione esterofila. Per esempio non vorrei il forzato silenzio che regna per le strade; la posizione composta e senza gesticolare che hanno le persone quando parlano; l’espressione di apparente indifferenza che hanno quando si incontrano.
Ovviamente ci sono cose che invece, vorrei noi Italiani prendessimo ad esempio: come l’attenzione ai pedoni; l’impegno per il proprio lavoro qualunque esso sia in quel momento; la considerazione dei nostri vicini mentre siamo in fila; i padroni dei cani con il sacchetto di plastica sempre con sé. Insomma una serie di cose che, quando ci sono, ti fanno sembrare di vivere meglio e che costa poco metterle in atto: solo due monete di buona volontà.
Ma c’è una cosa che non capisco, non so spiegarmi e non sopporto per quanto mi turba. Sono le carrozzine o passeggini. Si, si, le carrozzine dei bambini. Qui ad Oslo si vedono, anzi se ne vedono molte perché le donne e le famiglie in genere sono aiutate più che in Italia. È normale, con il tipo di facilitazioni durante la maternità i genitori hanno modo di passare molto tempo con i figli appena nati e appena c’è un varco tra le nuvole, parchi e strade si popolano di carrozzine con madri e padri (nonostante la Norvegia sia così progressista, si vedono più mamme) che portano a passeggio i loro bambini. Li portano a passeggio con la carrozzina perché ancora non camminano, infatti si chiamano passeggini. Poi appena sono sicuri sulle loro gambe, via a correre da soli o per mano con i genitori. E questo fino a poco tempo fa era la norma anche in Italia. Il pargolo non cammina? In scarrozzato da mamma e papà! Cammina? Via con le sue gambe oppure resta a casa. Per quanto abbia dei ricordi incredibilmente lontani, carrozzina e passeggino non li ricordo. Li vedo solo nelle foto di famiglia, segno che anche io ho abbandonato questo mezzo appena conquistata l’autonomia verticale.

Cosa è accaduto?
Ma da noi deve essere successa qualcosa di cui non mi sono accorto che ha cambiato quest’ordine di cose. E questo si nota tanto all’estero. Da noi si vedono bambini di cinque, sei ma ne conosco anche di otto che escono con i genitori praticamente solo in carrozzina.
Non può essere una nuova patologia pediatrica diffusasi in Italia, perché di sicuro ne avrebbero parlato giornali e televisione. Anche se qui in Norvegia, quando penso alla quantità di italici bambini che si aggirano di sabato nei centri commerciali sulle carrozzine, mi sembra impossibile che non abbiano tutti una malattia. Di sicuro, non posso pensare siano normali, visto che qui a tre anni sgambettano dietro ai loro genitori. Ma di che anormalità possono soffrire dei bambini che svelano scatti da centometristi in prossimità di scaffali di caramelle, giocattoli o qualsiasi cosa li interessi? Tempo fa avevo pensato che si fosse diffusa una specie di patologia del sadico-torturatore nei genitori, che godevano a tenere in costrizione bambini così grandi e così in salute. Ma anche questa ipotesi fu destinata a crollare di fronte alle facce sofferenti ed alle lamentele nei loro discorsi che mi è capitato di origliare, su di quanto é pesante spingere il bambino su e giù tutto il giorno.

Il pericolo è tra noi
Allora cosa tiene incollati a questi mezzi, i nostri bambini oltre la tenera età di gattonamenti e pannolini? Analizzando la situazione abbiamo dei bambini sani e capaci da un lato e dei genitori, stanchi e poco contenti del loro ruolo di motrici. E in mezzo a questo binomio? Ci sono loro, le carrozzine. Fossero loro in qualche modo responsabili di questo stato di cose? A pensarci bene qui in Norvegia sono diverse, tutte con la scocca dove è il bambino, in alto; con ruote grandi ed un assetto quasi da cross, fatte per superare qualsiasi ostacolo e per tenere il piccolo a portata di genitore. In Italia no, sono quasi tutte su un assetto stile ombrello del tipo si-apre-e-si-chiude-con-un-click. Nel mezzo dei due manici c’è una specie di amaca dove sprofonda il bambino che non vede il genitore-motrice. Più il bambino cresce e più l’amaca si adatta e accoglie ed abbraccia, facendolo sprofondare, l’essere che in altri paesi sarebbe già autonomo. E’ un abbraccio letale che coccola il bimbo lontano dallo sguardo dei genitori e penso che anche la stoffa emani una sostanza che produce assuefazione e dipendenza, perché solo i bambini che hanno praticato queste carrozzine si sentono urlare come tossicodipendenti che anelano la loro dose: “voglio salire! voglio salire!”.
Di sicuro è così, altro che teorie complottistiche o di invasioni aliene; siamo ignari testimoni di un’invasione di passeggini killer, inviati chissà da chi, che stanno intorpidendo le future generazioni Italiache. Ovviamente, visto che all’estero non se ne vedono né gli efetti né traccia alcuna, è un’invasione ideata da qualche forza straniera. Forse è espressione del famoso pericolo giallo, pensateci bene, avete mai visto una famiglia Cinese con un passeggino di questi? Io no, nemmeno in Italia.

Ieri all’Opera House di Oslo ho sentito:
“Dai mamma, spingi più forte, più forte!”
“E no, basta! Che ti credi mamma non ce la fà in salita”
“Dai mamma, dai mamma, più forte, più forte”
Mi sono girato, la mamma Italica spingeva una di quelle carrozzine da, dove adagiato nel suo abbraccio letale, un essere di oltre venti chili di stazza si sbracciava per far capire meglio le sue intenzioni. Oddio le carozzine hanno iniziato l’invasione anche in Norvegia!When I am abroad, I see the differences with the Italy. I am spending three days in Oslo and I see many, but I am not one of those who say that abroad everything works well and we, in Italy, have nothing working well. There are things that in our Italy, I wouldn’t change only to follow the useless xenophiliac emulation. For example i would not get the forced silence that reigns in the streets; the composed position without gesturing that have people when they speak; the expression of apparent indifference that have when they meet. Of course there are things that, instead, I’d like we Italians took for example: the attention of pedestrians; the commitment to your work whatever it is at that moment; the consideration of our neighbors while we are in a row; the masters of the dogs with the plastic bag with you at all times. In short, a series of things that, when there are, they make you seem to live better and that it is cheap to implement them: only two coins of good will.
But there is one thing that I do not understand, I can’t understand and can’t stand without it torment me. Are the wheelchairs or strollers. Yes, yes, the children’s strollers that we in Italy call small-wheelchairs. Here in Oslo I saw them, indeed I saw many because women and families in general are assisted more than in Italy. It is normal, with these kinds of facility during maternity parents have a way to spend a lot of time with the children as soon as born. So as soon as there is a gap in the clouds where the sun can inflitrate, parks and streets are been populated by wheelchairs with mothers and fathers (despite the Norway is so progressive, you can see more mothers) that lead to walk their children. Lead them to stick with the wheelchairs because not yet walking, in fact we call them buggies. Then as soon as they are safe on their legs, track to run alone or in hand with parents. Is this not so long ago, it was usual in Italy. The kid does not walk? They were been shuttled from mum and dad! Walk? Track with its legs or remain at home. But as far as i have memories of incredibly distant, wheelchair and stroller I can’t remember them. I see them only in family photos, a sign that even i have abandoned this means just when I conquered the vertical autonomy. But it must be happened something that I haven’t noticed that has changed this order of things. And this can be noticed much abroad. With us, you see children of five or six, but i know even eight, taking a walk with parents practically only in wheelchairs (stroll).
It cannot be a new pediatric pathology in Italy, as I’m sure it would have been spoken by newspapers and television. Even though here in Norway, when i think of the amount of Italic children who roam on saturday in shopping centers on wheelchairs, it seems to me impossible that not all have a disease. Certainly, I cannot think they are normal, as I see here, three years old babies frolic and jumping behind their parents. But of what abnormality can suffer the Italian children that, after be being immobile sitting, reveal shots from centometristi near shelves of candy, toys or whatever interests them? Time ago i thought differently: that it was a widespread species of pathology of the sadistic-torturer in parents, who enjoyed to hold in constriction children so large and so healthy. But even this hypothesis was destined to collapse when I saw the suffering faces and heared complaints in their speeches about how is heavy push the child up and down all day.
So, what keeps glued to these baby-vehicles our children far beyond the crowling age? By analysing the situation, in one side we have plenty of children healthy and capable, on the other hand the parents, tired and so little happy of their role as baby-engine. And in the midst of this pairing? There are their, the wheelchairs. They were in some way responsible for this state of things? If you think about it, here in Norway they are different: all with the body where the child is at the top; with large wheels and a cross shape, made to overcome any obstacle and to hold the baby in parent hands range. In Italy no, they are almost all on a attitude umbrella-style of type is-opens-and-yes-closes-with-a-click. In the middle of the two handles there is a kind of hammock where plunges the child that never sees the parent-driving. More the child grows and more the hammock fits and welcomes and embraces, making the baby sink, even if he, in other countries, would be already autonomous. It is a lethal embrace that snuggles your baby away from the eyes of parents and I think that the fabric will produce a substance that produces habituation and dependence, because only children that have experienced these wheelchairs feel scream like drug addicts who yearn for their dose: ‘I want to climb up! I want to climb up! ‘. Certainly, more that conspiracy theories or alien invasions; we are unwitting witnesses to an invasion of killer strollers, sent who knows who, they are intorpidendo the future Italic generations. Obviously, given that abroad you do not see nor the effects nor no trace, such kind of invasion must be designed by some foreign force. Perhaps it is the expression of the famous yellow peril, think again, have you ever seen a Chinese family with a stroller with these? I do not, even in Italy.
Yesterday at the Opera House in Oslo i heard:
“Come on mom, push stronger, stronger!”
“No baby, enough is enough! That you believe mum doesn’t uphill?”
“Come On mom, come on mom, stronger, more strong”
i was shot, and this Italica mother was pushing one of those wheelchairs, where lies in its deadly embrace, a baby of more than twenty kilos of tonnage, was waving his arms to make understandable his intentions. Gosh the wheelchair began the invasion even in Norway!

Nessuno mi puó giudicareNone can judge me!

20130829-091536.jpg Sui muri della stazione per l’aeroporto ho letto la frase “nessuno può giudicare”. Con lo stesso spray e nello stesso stile, vicino era scritto “Riprendiamoci la libertà”. Mi colpisce e mi incuriosisce sempre quando si invoca la libertà. È un concetto astratto e, sopratutto, soggettivo; come la ricchezza. Per uno studente universitario avere uno stipendio di 1500 euro può rappresentare un traguardo e farlo sentire ricco. Un impiegato che lavora da quindici anni con uno stipendio di 1500 euro, probabilmente pensa che se avesse 2000, o anche 2200 euro al mese, potrebbe fare una vita da sogno. Insomma, non importa quanto si é ricchi perché lo si può essere di più. E avere meno soldi di quanto ne abbiamo, ci fa sempre sentire più poveri. Comunque, ci sarà sempre qualcuno che considera, quello che per noi è un livello di povertà, come una ricchezza da sogno. Per la libertà è anche più complesso. Perché non c’é un numero che esprime quanto siamo liberi; in più, non c’è una direzione unica verso cui aumenta la libertà. Quindi un’azione che a me fa essere più libero non è detto che produca lo stesso effetto su un’altra persona. Anzi potrebbe, per lui, risultare in una riduzione della libertà. Parafrasando un problema di logica matematica: “Se uno è libero in assoluto, e sceglie di essere schiavo, è ancora libero?”. Ma torniamo al nostro autore. Forse non si rende conto che sta invocando una forma di coercizione. Perché se nessuno può giudicare, lui non può giudicare e dove stabilisce il confine tra giudizio ed opinione? Solo quando non implica una persona? Significa, comunque limitare le sue possibilità di esprimere opinioni. Invece io vorrei che tutti potessero, se lo vogliono, giudicarmi. Solo così anch’io avrò la mia libertà di opinione. Vorrei che potessero giudicarmi in modo aperto, esplicito ed esprimere la loro soggettività di giudizio, così da darmi modo, se voglio, di opinare i giudizi che non condivido. Questo non é possibile nella nostra società e probabilmente è un’utopia. Anche se non è così evidente, la nostra società, come l’anonimo writer, usa come sinonimi le parole giudizio e condanna. Ecco che nei piccoli paesi, dove siamo riconosciuti come individui e non siamo anonime persone, il giudizio altrui pesa come una condanna ed influenza il modo di vestire, di comportarsi o, addirittura i luoghi in cui non farsi vedere. Suggerirei all’anonimo writer di esercitarsi a leggere i giudizi degli altri e leggerli in modo aperto, spesso contengono degli stimoli che ci fanno migliorare e non sarà mai un giudizio inappropriato a farmi diventare peggiore. PS ma lo sa ‘sto writer che ha violato la mia libertà di partire da una stazione pulita? E poi spenda ancora un po’ di soldi in spray, che confronto ai disegni che erano lì vicino manca ancora molto di stile. Ooops, l’ho giudicato! ( l’immagine é una stupenda realizzazione che potete vedere qui http://www.choishine.com/port_projects/landsnet/landsnet.html)20130829-091536.jpg Sui muri della stazione per l’aeroporto ho letto la frase “nessuno può giudicare”. Con lo stesso spray e nello stesso stile, vicino era scritto “Riprendiamoci la libertà”. Mi colpisce e mi incuriosisce sempre quando si invoca la libertà. È un concetto astratto e, sopratutto, soggettivo; come la ricchezza. Per uno studente universitario avere uno stipendio di 1500 euro può rappresentare un traguardo e farlo sentire ricco. Un impiegato che lavora da quindici anni con uno stipendio di 1500 euro, probabilmente pensa che se avesse 2000, o anche 2200 euro al mese, potrebbe fare una vita da sogno. Insomma, non importa quanto si é ricchi perché lo si può essere di più. E avere meno soldi di quanto ne abbiamo, ci fa sempre sentire più poveri. Comunque, ci sarà sempre qualcuno che considera, quello che per noi è un livello di povertà, come una ricchezza da sogno. Per la libertà è anche più complesso. Perché non c’é un numero che esprime quanto siamo liberi; in più, non c’è una direzione unica verso cui aumenta la libertà. Quindi un’azione che a me fa essere più libero non è detto che produca lo stesso effetto su un’altra persona. Anzi potrebbe, per lui, risultare in una riduzione della libertà. Parafrasando un problema di logica matematica: “Se uno è libero in assoluto, e sceglie di essere schiavo, è ancora libero?”. Ma torniamo al nostro autore. Forse non si rende conto che sta invocando una forma di coercizione. Perché se nessuno può giudicare, lui non può giudicare e dove stabilisce il confine tra giudizio ed opinione? Solo quando non implica una persona? Significa, comunque limitare le sue possibilità di esprimere opinioni. Invece io vorrei che tutti potessero, se lo vogliono, giudicarmi. Solo così anch’io avrò la mia libertà di opinione. Vorrei che potessero giudicarmi in modo aperto, esplicito ed esprimere la loro soggettività di giudizio, così da darmi modo, se voglio, di opinare i giudizi che non condivido. Questo non é possibile nella nostra società e probabilmente è un’utopia. Anche se non è così evidente, la nostra società, come l’anonimo writer, usa come sinonimi le parole giudizio e condanna. Ecco che nei piccoli paesi, dove siamo riconosciuti come individui e non siamo anonime persone, il giudizio altrui pesa come una condanna ed influenza il modo di vestire, di comportarsi o, addirittura i luoghi in cui non farsi vedere. Suggerirei all’anonimo writer di esercitarsi a leggere i giudizi degli altri e leggerli in modo aperto, spesso contengono degli stimoli che ci fanno migliorare e non sarà mai un giudizio inappropriato a farmi diventare peggiore. PS ma lo sa ‘sto writer che ha violato la mia libertà di partire da una stazione pulita? E poi spenda ancora un po’ di soldi in spray, che confronto ai disegni che erano lì vicino manca ancora molto di stile. Ooops, l’ho giudicato! ( l’immagine é una stupenda realizzazione che potete vedere qui http://www.choishine.com/port_projects/landsnet/landsnet.html)

L’inglese lo conosco poco, ma l’Italiano lo capisco abbastanza

Oggi inizio un piccolo viaggio da solo. In due giorni arriverò in Francia in una località di montagna subito dopo il confine Piemontese. Quindi, vestito e carico di bagagli come un turista sono uscito di casa alle otto passando per metro, attese, stazioni, banchine. Tutti posti molto frequentati, soprattuto in questo periodo da turisti, spesso stranieri. Si riconoscono, oltre che per il loro abbigliamento e l’attrezzatura, per il modo con cui camminano e guardano in giro. Il turista è in vacanza ed è in un luogo nuovo, quindi cammina non per spostarsi, come fanno i lavoratori nel tragitto casa-ufficio, ma in modo funzionale per vedere il posto che lo circonda, per raccogliere tutte quelle informazioni visive che gli servono per orientarsi. Ne consegue che lo sguardo é diverso. Alla ricerca di un indizio o di un riferimento, per trovare l’indicazione, la direzione o per vedere particolarità e bellezze del posto.
Questa differenza è ben conosciuta da ladruncoli e borseggiatori che sanno subito individuare l’oggetto delle loro attenzioni.
Ed oggi anche io sono sceso in metropolitana con l’atteggiamento del turista. Però io, da turista in patria, non potevo non notare segni e particolari italici, che sfuggono al turista autentico. Si, perché al di là della lingua, ci sono comunicazioni in gesti e segni che solo l’esperienza di un nativo permette di distinguere ed interpretare per quello che sono.

20130720-115959.jpgEsco di casa e mi dirigo verso la stazione. In una via entrambe i marciapiedi sono impraticabili perché ci sono dei lavori di ripavimentazione. Fatti bene, scavi profondi eliminano gli avvallamenti e le buche, ampliano gli accessi alle fogne, sistemano ed aumentano gli spazi dedicati agli alberi esistenti e nuovi. Da poco prima delle elezioni per il sindaco sono iniziati questi lavori che, strada, per strada, trasformano in praticabili quei marciapiedi che da più di dieci anni erano trappole per anziani. La mia vicina di casa é solo una dei tanti che ho visto cadere che, dopo essersi rotta il femore, ha chiesto un risarcimento al Comune e si é vista concludere il procedimento giudiziaro con una sentenza che motivava il nulla di fatto dicendo che “lei doveva essere più attenta a dove metteva i piedi”. Quindi a parte le passate esperienza qualcosa sta cambiando. Mentre vedevo i tre operai al lavoro mi é venuto in mente un articolo dove si descriveva il modo in cui in Cina hanno costruito una strada di 200 km in due settimane. Con 2000 operai divisi in squadre su 200 camion attrezzati si posizionavano sul tracciato ed ogni giorno una squadra completava 150 metri di strada. Nel mio quartiere, prima passano a chiudere una strada con il nastro rosso e bianco che segnala il cantiere, dopo circa una settimana installano il gabinetto mobile di legge e in circa un mese terminano tutti i lavori restituendo il marciapiede di un isolato nuovo ed alberato.

20130720-115719.jpgScendo in metropolitana e trovo delle transenne che, da una parte limitano il passaggio ai passeggeri, e dall’altra formano una specie di gabbia come quelle per gli animali, dove all’interno ci lavora un operaio, lentamente, con le stesse movenze degli orsi bianchi allo zoo quando di estate soffrono il caldo. La nuova stazione della metro, appena aperta al pubblico, il giorno della prima pioggia rivelò quanto scivolosa e pericolosa fosse la pavimentazione appena fatta. Chissà con quale competenza, impegno e professionalitá gli architetti e i progettisti avranno scelto i materiali. Fatto sta che, arrivate le prime piogge dell’autunno il pavimento ricordava di più uno scivolo dell’Acquafan piuttosto che l’ingrasso della metro. Quindi apparvero le caratteristiche transenne e ci fu un intervento risolutivo: con un macchinario grattarono in modo irregolare il rivestimento appena posato. Si, si lo grattarono e in alcuni punti risaltava il grigio del cemento con sfumature crescenti del rosso del materiale di rivestimento. Bene oggi nella gabbia di transenne c’era un posatore che spalmava con cura ed attenzione, il nuovo rivestimento attorno alle luci incassate nel percorso pedonale. Evidentemente non aveva rivestito le luci con carta o plastica protettiva per evidenziare la sua abilità. Infatti ora, contando gli sbaffi del nuovo rivestimento rosso rimaste sulle lampade, si avrà memoria della sua destrezza come con una votazione dei giudici olimpici per la prestazione di un atleta.

Arrivato alla Stazione Tiburtina mi colpiscono subito gli inservienti delle Ferrovie disponibili per informazioni. Non é ironia, sono per lo più dei ragazzi gentili e ben disposti che si avvicinano ai turisti (anche loro hanno occhio a me non hanno chiesto nulla) per dare informazioni. Ad alcuni sono rimasto vicino per ascoltarli e, spesso, in un inglese sintetico, ma non improvvisato guidavano i disorientati di turno verso il binario o la biglietteria appropriati.
20130720-120146.jpg Devo dire che ho notato anche una porta chiusa con un nastro dove era scritto “luogo sottoposto a sequestro per procedimento penale” su due cartelli, forse per dare più solennità all’avvertimento. Ma l’ho notato di sfuggita perché mi sono diretto in bagno. L’ho trovato facilmente grazie alle indicazioni ed al carrello dell’inserviente delle pulizie che stazionava fuori. Sono entrato ed ho approfittato del posto, all’uscita il carrello era andato, forse a lasciare pulito allo stesso modo un’altro bagno. Unica nota stonata, la mancanza di qualsiasi dispositivo o distributore di fazzoletti che permettesse di asciugarsi le mani.

20130720-120840.jpg Invece una cosa curiosa era il telefonino, non proprio di ultima generazione e con dei pezzi attaccati con lo scotch, lasciato per terra nel corridoio appeso al suo alimentatore per ricaricarsi.

Finalmente sono partito sul treno verso il nord. Anche qui, benché io sia da molto un frequentatore dei treni, ho scoperto delle novità. Un lavoratore delle ferrovie percorre il treno per pulire e togliere eventuali segni di passeggeri ineducati o distratti.Oggi inizio un piccolo viaggio da solo. In due giorni arriverò in Francia in una località di montagna subito dopo il confine Piemontese. Quindi, vestito e carico di bagagli come un turista sono uscito di casa alle otto passando per metro, attese, stazioni, banchine. Tutti posti molto frequentati, soprattuto in questo periodo, da molti turisti spesso stranieri. Si riconoscono, oltre che per il loro abbigliamento ed attrezzatura, per il modo con cui camminano e guardano in giro. Il turista è in vacanza ed è in un luogo nuovo, quindi cammina non per spostarsi, come fanno i lavoratori nel tragittò casa-ufficio, ma in modo funzionale a vedere il posto che lo circonda, a raccogliere tutte quelle informazioni visive che gli servono per orientarsi. Ne consegue che lo sguardo é diverso. Alla ricerca di un indizio o di un riferimento, per trovare l’indicazione, la direzione o per vedere particolarità e bellezze del posto.
Questa differenza è ben conosciuta da ladruncoli e borseggiatori che sanno subito individuare l’oggetto delle loro attenzioni.
Ed oggi anche io sono sceso in metropolitana con l’atteggiamento del turista. Però io, da turista in patria, non potevo non notare segni e particolari italici, che sfuggono al turista autentico. Si, perché al di là della lingua, ci sono comunicazioni in gesti e segni che solo l’esperienza di un nativo permette di distinguere ed interpretare per quello che sono.

20130720-115959.jpgEsco di casa e mi dirigo verso la stazione. In una via entrambe i marciapiedi sono impraticabili perché ci sono dei lavori di ripavimentazione. Fatti bene, scavi profondi eliminano gli avvallamenti e le buche, ampliano gli accessi alle fogne, sistemano ed aumentano gli spazi dedicati agli alberi esistenti e nuovi. Da poco prima delle elezioni per il sindaco sono iniziati questi lavori che, strada, per strada, trasformano in praticabili quei marciapiedi che da più di dieci anni erano trappole per anziani. La mia vicina di casa é solo una dei tanti che ho visto cadere che, dopo essersi rotta il femore, ha chiesto un risarcimento al Comune e si é vista concludere il procedimento giudiziaro con una sentenza che motivava il nulla di fatto dicendo che “lei doveva essere più attenta a dove metteva i piedi”. Quindi a parte le passate esperienza qualcosa sta cambiando. Mentre vedevo i tre operai al lavoro mi é venuto in mente un articolo dove si descriveva il modo in cui in Cina hanno costruito una strada di 200 km in due settimane. Con 2000 operai divisi in squadre su 200 camion attrezzati si posizionavano sul tracciato ed ogni giorno una squadra completava 150 metri di strada. Nel mio quartiere, prima passano a chiudere una strada con il nastro rosso e bianco che segnala il cantiere, dopo circa una settimana installano il gabinetto mobile di legge e in circa un mese terminano tutti i lavori restituendo il marciapiede di un isolato nuovo ed alberato.

20130720-115719.jpgScendo in metropolitana e trovo delle transenne che, da una parte limitano il passaggio ai passeggeri, e dall’altra formano una specie di gabbia come quelle per gli animali, dove all’interno ci lavora un operaio, lentamente, con le stesse movenze degli orsi bianchi allo zoo quando di estate soffrono il caldo. La nuova stazione della metro, appena aperta al pubblico, il giorno della prima pioggia rivelò quanto scivolosa e pericolosa fosse la pavimentazione appena fatta. Chissà con quale competenza, impegno e professionalitá gli architetti e i progettisti avranno scelto i materiali. Fatto sta che, arrivate le prime piogge dell’autunno il pavimento ricordava di più uno scivolo dell’Acquafan piuttosto che l’ingrasso della metro. Quindi apparvero le caratteristiche transenne e ci fu un intervento risolutivo: con un macchinario grattarono in modo irregolare il rivestimento appena posato. Si, si lo grattarono e in alcuni punti risaltava il grigio del cemento con sfumature crescenti del rosso del materiale di rivestimento. Bene oggi nella gabbia di transenne c’era un posatore che spalmava con cura ed attenzione, il nuovo rivestimento attorno alle luci incassate nel percorso pedonale. Evidentemente non aveva rivestito le luci con carta o plastica protettiva per evidenziare la sua abilità. Infatti ora, contando gli sbaffi del nuovo rivestimento rosso rimaste sulle lampade, si avrà memoria della sua destrezza come con una votazione dei giudici olimpici per la prestazione di un atleta.

Arrivato alla Stazione Tiburtina mi colpiscono subito gli inservienti delle Ferrovie disponibili per informazioni. Non é ironia, sono per lo più dei ragazzi gentili e ben disposti che si avvicinano ai turisti (anche loro hanno occhio a me non hanno chiesto nulla) per dare informazioni. Ad alcuni sono rimasto vicino per ascoltarli e, spesso, in un inglese sintetico, ma non improvvisato guidavano i disorientati di turno verso il binario o la biglietteria appropriati.
20130720-120146.jpg Devo dire che ho notato anche una porta chiusa con un nastro dove era scritto “luogo sottoposto a sequestro per procedimento penale” su due cartelli, forse per dare più solennità all’avvertimento. Ma l’ho notato di sfuggita perché mi sono diretto in bagno. L’ho trovato facilmente grazie alle indicazioni ed al carrello dell’inserviente delle pulizie che stazionava fuori. Sono entrato ed ho approfittato del posto, all’uscita il carrello era andato, forse a lasciare pulito allo stesso modo un’altro bagno. Unica nota stonata, la mancanza di qualsiasi dispositivo o distributore di fazzoletti che permettesse di asciugarsi le mani.
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Invece una cosa curiosa era il telefonino, non proprio di ultima generazione e con dei pezzi attaccati con lo scotch, lasciato per terra nel corridoio appeso al suo alimentatore per ricaricarsi.

Finalmente sono partito sul treno verso il nord. Anche qui, benché io sia da molto un frequentatore dei treni, ho scoperto delle novità. Un lavoratore delle ferrovie percorre il treno per pulire e togliere eventuali segni di passeggeri ineducati o distratti.

Il Lavoro è un diritto

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In autobus ero vicino a due ragazzi, poco piú che ventenni, vestiti in giacca e cravatta, che parlavano del loro lavoro. Dai loro discorsi ho capito che lavorano in un call center che vende contratti di abbonamento per Sky. Ne parlavano come di un buon lavoro anche se i rapporti con i loro manager o coordinatori non dovevano essere dei migliori. Mi ha colpito la frase di uno “io non posso pensare solo al lavoro, devo pensare anche alla mia vita”. Sul momento ho notato solo l’effetto di stonatura che avevo provato, e ho iniziato a riflettere sul perché.
Quel “Devo pensare ANCHE alla mia vita” in antitesi con il lavoro non fa parte del mio modo di pensare. Sono cresciuto in una famiglia dove il lavoro era considerato parte integrante ed inseparabile della propria vita, non un elemento estraneo; chi non lavorava era o un fannullone o malato.
La possibilitá di migliorare la propria situazione, di avanzare nella societá, di sentirsi felici, era strettamente legata al buon esito ed ai successi sul lavoro. Ed il lavoro era l’attivitá che ciascuno faceva per essere utile e per essere “qualcuno”. Per i bambini era lo studio: “studia, studia, che sennó da grande non trovi lavoro”, “studia che sennó da grande fai il monnezzaro” diceva mia nonna. E non lo diceva con disprezzo o altezzositá per le persone che facevano quel lavoro, ma era il suo modo di farmi capire che l’impegno e lo sforzo era l’unico modo per veder realizzate un domani le mie aspirazioni.

Dalla Costituzione Italiana spesso si sente citare l’Art.1 “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Subito seguito dalla citazione dell’articolo 4 che parla del diritto al lavoro di tutti i cittadini. Ma chissá perché questo viene citato, commentato e urlato nelle manifestazioni in modo monco. L’Art.4 dice “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

La parte del dovere è spesso tralasciata. E viene spiegato bene anche perché il lavoro è un dovere: per concorrere al progresso materiale o spirituale della societá. Mia nonna lo vedeva come il progresso suo e della sua famiglia, la costituzione parla della società

Quindi a quelle persone dal pensiero “che il lavoro non é tutto” vorrei dire che tantomeno pensare a se stessi non è tutto, anzi è proprio poco.

PS: Nella foto potete vedere la Nonna di mia suocera al lavoro.20130521-102020.jpg

In autobus ero vicino a due ragazzi, poco piú che ventenni, vestiti in giacca e cravatta, che parlavano del loro lavoro. Dai loro discorsi ho capito che lavorano in un call center che vende contratti di abbonamento per Sky. Ne parlavano come di un buon lavoro anche se i rapporti con i loro manager o coordinatori non dovevano essere dei migliori. Mi ha colpito la frase di uno “io non posso pensare solo al lavoro, devo pensare anche alla mia vita”. Sul momento ho notato solo l’effetto di stonatura che avevo provato, e ho iniziato a riflettere sul perché.
Quel “Devo pensare ANCHE alla mia vita” in antitesi con il lavoro non fa parte del mio modo di pensare. Sono cresciuto in una famiglia dove il lavoro era considerato parte integrante ed inseparabile della propria vita, non un elemento estraneo; chi non lavorava era o un fannullone o malato.
La possibilitá di migliorare la propria situazione, di avanzare nella societá, di sentirsi felici, era strettamente legata al buon esito ed ai successi sul lavoro. Ed il lavoro era l’attivitá che ciascuno faceva per essere utile e per essere “qualcuno”. Per i bambini era lo studio: “studia, studia, che sennó da grande non trovi lavoro”, “studia che sennó da grande fai il monnezzaro” diceva mia nonna. E non lo diceva con disprezzo o altezzositá per le persone che facevano quel lavoro, ma era il suo modo di farmi capire che l’impegno e lo sforzo era l’unico modo per veder realizzate un domani le mie aspirazioni.

Dalla Costituzione Italiana spesso si sente citare l’Art.1 “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Subito seguito dalla citazione dell’articolo 4 che parla del diritto al lavoro di tutti i cittadini. Ma chissá perché questo viene citato, commentato e urlato nelle manifestazioni in modo monco. L’Art.4 dice “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

La parte del dovere è spesso tralasciata. E viene spiegato bene anche perché il lavoro è un dovere: per concorrere al progresso materiale o spirituale della societá. Mia nonna lo vedeva come il progresso suo e della sua famiglia, la costituzione parla della società

Quindi a quelle persone dal pensiero “che il lavoro non é tutto” vorrei dire che tantomeno pensare a se stessi non è tutto, anzi è proprio poco.

Ma siamo sullo stesso piano?

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Alla trasmissione “il Ruggito del Coniglio” oggi hanno parlato di Marco Botta, del partito Fratelli d’Italia. E’ un consigliere Regionale del Piemonte coinvolto nelle indagini della Procura sull’impiego dei fondi dei gruppi consiliari. Il bello è che che l’On.Botta (mi sembra che si debbano chiamare così gli appartenenti ai Consigli Regionali) convocato dalla Procura si è avvalso della facoltà di non rispondere ed ha consegnato una memoria difensiva dove afferma che “Gli abiti, il parrucchiere, la manicure e la doccia solare sono ‘servizi alla persona per esigenze di rappresentanza’ ed e’ per questo che sono state pagate attingendo dai fondi del proprio gruppo consiliare“. Si, si l’On.Botta che ha presentato un’interrogazione al Consiglio Regionale perché “Il Monferrato ha le carte in regola per divenire zona franca fiscale”.

Non so se in una società dell’immagine come la nostra quello che sostiene l’On.Botta sia giusto o no. Ma l’On.Botta dovrebbe spiegare, a chi l’ha votato, perché ritiene più giusto impiegare fondi pubblici per questioni di immagine legate alla sua persona quando, siamo in tempi in cui si annulla la festa della Polizia per risparmiare fondi pubblici. Si di lavoratori che rischiano anche la vita per molti soldi di meno di quanto prende l’On.Botta.

Noi e loroWe and them

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Noi abbiamo ragione e loro torto.
Noi, del nord, lavoriamo e loro, terroni, campano con la mafia.
Noi, del nostro partito, sappiamo cosa fare per l’Italia e loro, vogliono distruggerla.
Noi, del nostro circolo, sappiamo cosa deve fare il partito e loro, vogliono svendere il partito.
Noi, che non abbiamo i balconi, non dobbiamo pagare i lavori e loro, che hanno i balconi devono metterli a posto.
Noi, della nostra squadra, siamo dei campioni e loro, vincono perché comprano gli arbitri.
Noi che siamo il popolo, soffriamo la crisi e loro che sono i politici, che fanno?
Noi e loro.

La nostra società (o forse solo la società Italiana?), ci fa sentire sicuri e nella ragione solo quando apparteniamo ad un noi che esiste perché è contro un loro ben identificato. Abbiamo perso del tutto la capacità di mostrare la forza delle nostre ragìoni e delle nostre idee. Da soli, non sappiamo che fare, non abbiamo idee. O forse abbiamo paura di averne.

Una cosa sola é certa: finché in questo paese si continuerà a cercare un loro a cui attribuire le colpe e su cui costruire le nostre idee, noi non saremo nulla per quello che siamo e pensiamo.
Basterá un noi piú grande (la Cina?) che ci veda come un loro e saremo senza scampo.
Penso che quando daremo risposta al kennediano (lo so non é bello, ma rende) pensiero “Io che devo fare? Che voglio fare?” Diventeremo di nuovo protagonisti e non delusi spettatori delle nostre esistenze.20130425-142026.jpg

We are right and them wrong.
We, in the north, we are working and their, terroni, survive thanks to the mafia.
We, in our party, we know what to do for Italy and them, want to destroy it.
We, in our circle, we know what we must do the for party and their, they want to sell off the party.
We, that we do not have balconies, we don’t have to pay the work and them, that have balconies must found for proper mainteinance.
We, on our team, we are the champions and their, win because they buy the football referee.
We, who are the people, are suffering from the crisis and that they are politicians, what they do?
We and them.

Our society (or perhaps only the Italian society? ), makes us feel safe and in reason, only when we belong to an us that exists because it is against a their well identified. We have lost all of the ability to show the strength of our reasons and our ideas. Alone, we do not know what to do, we have no ideas. Or perhaps we are afraid to have them.

Only one thing is certain: as long as you see in this country will continue to look for a their to blame and to be used to build our ideas, we will be nothing to what we are and we think.
It is sufficient to an us more great (the China’) that we see as a their and we will be without escape.

I think that when we give response to the kennedian thought ‘What I have to do? What i want to do.‘ We will become the new protagonists and not disappointed spectators of our lives.

 

Per farsi prendere il sangue dalle strutture pubbliche

ASL di Roma, 8:10 sono li per fare delle analisi. Come previsto c’è un bel po’ di gente. Vado alla machina dei biglietti e prendo il mio: num.24.
Alle 9:45 chiamano il mio numero. Si va prima alla cassa per pagare, mi avvicino e porgo il Bancomat.
– No quello non lo prendiamo, solo contanti. Mi dice l’impiegato.
“Un cartello no? Saperlo prima è chiedere troppo?” Penso senza dirlo
– Vado a prelevare e poi torno. Mi saprebbe dire dov’è un Bancomat vicino?
– Bhooooo
E preme il bottone per chiamare un’altro numero.

Ora come faccio a dare torto a mia nipote che lascia il lavoro in Italia e si trasferisce a Londra (senza ancora avere un lavoro) perché si è stufata di viviere in questo paese?
Mi vine in mente una sola frase: “Scusa”.ASL di Roma, 8:10 sono li per fare delle analisi. Come previsto c’è un bel po’ di gente. Vado alla machina dei biglietti e prendo il mio: num.24.
Alle 9:45 chiamano il mio numero. Si va prima alla cassa per pagare, mi avvicino e porgo il Bancomat.
– No quello non lo prendiamo, solo contanti. Mi dice l’impiegato.
“Un cartello no? Saperlo prima è chiedere troppo?” Penso senza dirlo
– Vado a prelevare e poi torno. Mi saprebbe dire dov’è un Bancomat vicino?
– Bhooooo
E preme il bottone per chiamare un’altro numero.

Ora come faccio a dare torto a mia nipote che lascia il lavoro in Italia e si trasferisce a Londra (senza ancora avere un lavoro) perché si è stufata di viviere in questo paese?
Mi vine in mente una sola frase: “Scusa”.

Grecia: perché non se ne parla più? Tutto a posto?

Mi ha colpito il post su Facebook di una mia amica, che si riferiva all’articolo La Grecia è collassata. Lo Stato sta uccidendo e torturando minorenni sotto il silenzio dei media. Sono andato a leggerlo, come prima cosa ho visto il video iniziale, con cui apro questo post. Mi ha sbalordito! Ma chi sono questi quattro pericolosi banditi che vengono scortati in un posto di polizia? Che forza hanno o a quali organizzazioni temibili appartengono, che devono essere scortati da uomini delle forze speciali, armati di fucili? Professionisti che scendendo dalle vetture di scorta con cura si assicurano che non ci siano pericoli attorno?

Sono quattro giovani: Dimitris Politis (24 anni), Yannis Michailidis (25 anni), Nikos Romanos (20 anni) e Andreas-Dimitris Bourzoukos (24 anni). Non sono riuscito a trovare notizie al tempo dell’arresto se non nei siti anarchici di controinformazione. Dal sito darkernet.in mi sembra di capire che i quattro sono stati arrestati con l’accusa di una rapina in banca. Accusa che si aggiunge a quella del 2010 di aver inviato dei pacchi bomba ad ambasciate ed uffici di istituzioni Europee. Capisco, motivi politici a parte, sono 4 che hanno fatto una rapina in banca. Ma una volta presi perché tutto questo spiegamento di forze? Perchè i quattro sono stati “gonfiati” di botte? Perché la polizia ha ritenuto normale diffondere foto ritoccate che nascondono gli effetti della mano pesante usata? Perchè anche Amnesty International ritiene opportuno segnalarlo?

Dal “The Guardian” – http://www.guardian.co.uk/world/2013/feb/04/greece-police-local-terrorist-arrests

E’ sacrosanto che il compito della Polizia sia quello di confrontarsi con i malviventi e che si debbano catturare, secondo le legislazioni vigenti, i presunti criminali. Ma un’istituzione che riduce così delle persone per catturarle dimostra di non essere all’altezza del suo compito. Invece un’istituzione che riduce così delle persone già catturate è pericolosa, manifesta la sua paura con reazioni esagerate e quindi è totalmente incapace di garantire la sicurezza per un paese. Non ci sono alternative.

Ma perché acade questo in Grecia? In questo video si parla di come gli agricoltori Greci si sono ribellati, alle regole dell’Europa che impongono la distruzione di arance e limoni per tener alti i prezzi, regalandoli alla popolazione. Di come i produttori di yogurth greco (si, quello famoso) si sono ribellati alle imposizioni della tedesca Muller, regalando anche loro le loro eccedenze?

Non è, forse, che questa Europa a due velocità non serve ad altro che a lasciare in panne i paesi poveri ed in crisi, garantendo di cogliere le opportunità del mercato Europeo a chi già è pieno di profitti?

Mi ha colpito il post su Facebook di una mia amica, che si riferiva all’articolo La Grecia è collassata. Lo Stato sta uccidendo e torturando minorenni sotto il silenzio dei media. Sono andato a leggerlo, come prima cosa ho visto il video iniziale, con cui apro questo post. Mi ha sbalordito! Ma chi sono questi quattro pericolosi banditi che vengono scortati in un posto di polizia? Che forza hanno o a quali organizzazioni temibili appartengono, che devono essere scortati da uomini delle forze speciali, armati di fucili? Professionisti che scendendo dalle vetture di scorta con cura si assicurano che non ci siano pericoli attorno?

Sono quattro giovani: Dimitris Politis (24 anni), Yannis Michailidis (25 anni), Nikos Romanos (20 anni) e Andreas-Dimitris Bourzoukos (24 anni). Non sono riuscito a trovare notizie al tempo dell’arresto se non nei siti anarchici di controinformazione. Dal sito darkernet.in mi sembra di capire che i quattro sono stati arrestati con l’accusa di una rapina in banca. Accusa che si aggiunge a quella del 2010 di aver inviato dei pacchi bomba ad ambasciate ed uffici di istituzioni Europee. Capisco, motivi politici a parte, sono 4 che hanno fatto una rapina in banca. Ma una volta presi perché tutto questo spiegamento di forze? Perchè i quattro sono stati “gonfiati” di botte? Perché la polizia ha ritenuto normale diffondere foto ritoccate che nascondono gli effetti della mano pesante usata? Perchè anche Amnesty International ritiene opportuno segnalarlo?

Dal “The Guardian” – http://www.guardian.co.uk/world/2013/feb/04/greece-police-local-terrorist-arrests

E’ sacrosanto che il compito della Polizia sia quello di confrontarsi con i malviventi e che si debbano catturare, secondo le legislazioni vigenti, i presunti criminali. Ma un’istituzione che riduce così delle persone per catturarle dimostra di non essere all’altezza del suo compito. Invece un’istituzione che riduce così delle persone già catturate è pericolosa, manifesta la sua paura con reazioni esagerate e quindi è totalmente incapace di garantire la sicurezza per un paese. Non ci sono alternative.

Ma perché acade questo in Grecia? In questo video si parla di come gli agricoltori Greci si sono ribellati, alle regole dell’Europa che impongono la distruzione di arance e limoni per tener alti i prezzi, regalandoli alla popolazione. Di come i produttori di yogurth greco (si, quello famoso) si sono ribellati alle imposizioni della tedesca Muller, regalando anche loro le loro eccedenze?

Non è, forse, che questa Europa a due velocità non serve ad altro che a lasciare in panne i paesi poveri ed in crisi, garantendo di cogliere le opportunità del mercato Europeo a chi già è pieno di profitti?

28 Febbraio – Termine del pontificato di Papa Benedetto XVI

Fedeli o meno, gli accadimenti all’interno della chiesa cattolica sono comunque di interesse per chi vive in Italia. E’ impossibile pensare un’assoluta estraneità in una situazione di coesistenza come quella esistente tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica. La notizia su cui riflettere è l’annuncio del termine del pontificato di Papa Benedetto XVI dato dallo stesso oggi verso le 11:30.

Per spiegare la possibilità dell’vvenimento, riprendo da WikiPedia: “Come stabilito dal Codice di Diritto Canonico, Libro II “Il popolo di Dio“, parte seconda “La suprema autorità della Chiesa”, capitolo I “Il Romano Pontefice e il Collegio dei Vescovi” è contemplata la rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice, fatto che potrebbe dare vita al titolo di Pontefice “emerito” come accaduto a Gregorio XII:

« Can. 332 – §2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti. »

I casi storici di rinuncia non mancano, soprattutto nei tempi più remoti del Papato: San Clemente, arrestato ed esiliato per ordine di Nerva nel lontano Chersoneso, abdicò dal Sommo Pontificato indicando come suo successore Evaristo, affinché i fedeli non restassero senza pastore. Verso la prima metà del III secolo, Ponziano lo imitò poco prima di essere spedito in esilio in Sardegna; al suo posto venne eletto Antero. Silverio, deposto da Belisario, in punto di morte rinunciò in favore di Vigilio, fino ad allora considerato un usurpatore. Vi sono poi molti altri casi, più problematici, in cui si discute se vi sia stata rinuncia o addirittura rinuncia tacita, come nel caso di Martino. Altro caso più difficilmente inquadrabile è quello di Benedetto IX, che prima venne deposto in favore di Silvestro III, salvo poi riassumere la carica per poi rivenderla a Gregorio VI, il quale, accusato di simonia, fece atto di rinuncia dopo aver ammesso le sue colpe.

Il più celebre caso di rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice fu quello di Celestino V, detto anche “il Papa del gran rifiuto”, che portò all’elezione di Bonifacio VIII; poiché quest’ultimo fu un pontefice non affine a Dante Alighieri, egli nella sua Divina Commedia pone, probabilmente, Celestino V nell’Antinferno tra gli ignavi: non è però certo chi il Sommo Poeta volesse indicare nel seguente passo, potrebbe trattarsi infatti, secondo alcuni critici di Ponzio Pilato, Esaù o Giano della Bella:

« Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto. »
(Dante Alighieri, Inferno III, 58-60)

Celestino, prima di abdicare, si consultò con il cardinale Benedetto Caetani, e si fece confermare dal concistoro dei cardinali che un’abdicazione dal soglio pontificio era possibile, quindi, in data 10 dicembre 1294, emanò una costituzione sull’abdicazione del papa, confermò la validità delle disposizioni in materia di Conclave anche in caso di rinuncia, ed appena tre giorni dopo rese note le sue intenzioni ed abdicò.

Nel 1415 un altro Papa, Gregorio XII, eletto all’epoca dello Scisma d’Occidente a Roma, dopo molti anni di lotte e di contese giuridiche, belliche e diplomatiche, fece atto di sottomissione ai decreti emessi dai padri conciliari, durante il Concilio di Costanza, che era stato convocato dall’antipapa Giovanni XXIII (XXII) e presieduto dall’Imperatore Sigismondo per dirimere ogni questione. Uno di questi decreti intimava a tutti i contendenti di abdicare, nel caso che non si trovasse una soluzione e non si raggiungesse l’accordo fra i tre pretendenti al Soglio. Davanti al rifiuto di Benedetto XIII (rappresentante dell’obbedienza avignonese) e alla fuga di Giovanni XXIII (poi ricondotto in Concilio e deposto), alla fine Gregorio XII acconsentì ad abdicare, dopo aver riconvocato con una sua bolla il medesimo Concilio. All’abdicazione però non seguì l’elezione di un nuovo Papa, che si verificò passati due anni e solo successivamente alla scomparsa di Gregorio, dopo la quale venne convocata un’assemblea mista di cardinali e di padri conciliari, che elesse Martino V.

La rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice spesso viene considerata un caso di dimissioni, ma, più correttamente, si dovrebbe parlare di abdicazione, così come è riportato nelle fonti storiche e storiografiche. In senso stretto, l’abdicazione è l’abbandono con l’indicazione di un successore; le dimissioni sono la semplice rinuncia.Fedeli o meno, gli accadimenti all’interno della chiesa cattolica sono comunque di interesse per chi vive in Italia. E’ impossibile pensare un’assoluta estraneità in una situazione di coesistenza come quella esistente tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica. La notizia su cui riflettere è l’annuncio del termine del pontificato di Papa Benedetto XVI dato dallo stesso oggi verso le 11:30.

Per spiegare la possibilità dell’vvenimento, riprendo da WikiPedia: “Come stabilito dal Codice di Diritto Canonico, Libro II “Il popolo di Dio“, parte seconda “La suprema autorità della Chiesa”, capitolo I “Il Romano Pontefice e il Collegio dei Vescovi” è contemplata la rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice, fatto che potrebbe dare vita al titolo di Pontefice “emerito” come accaduto a Gregorio XII:

« Can. 332 – §2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti. »

I casi storici di rinuncia non mancano, soprattutto nei tempi più remoti del Papato: San Clemente, arrestato ed esiliato per ordine di Nerva nel lontano Chersoneso, abdicò dal Sommo Pontificato indicando come suo successore Evaristo, affinché i fedeli non restassero senza pastore. Verso la prima metà del III secolo, Ponziano lo imitò poco prima di essere spedito in esilio in Sardegna; al suo posto venne eletto Antero. Silverio, deposto da Belisario, in punto di morte rinunciò in favore di Vigilio, fino ad allora considerato un usurpatore. Vi sono poi molti altri casi, più problematici, in cui si discute se vi sia stata rinuncia o addirittura rinuncia tacita, come nel caso di Martino. Altro caso più difficilmente inquadrabile è quello di Benedetto IX, che prima venne deposto in favore di Silvestro III, salvo poi riassumere la carica per poi rivenderla a Gregorio VI, il quale, accusato di simonia, fece atto di rinuncia dopo aver ammesso le sue colpe.

Il più celebre caso di rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice fu quello di Celestino V, detto anche “il Papa del gran rifiuto”, che portò all’elezione di Bonifacio VIII; poiché quest’ultimo fu un pontefice non affine a Dante Alighieri, egli nella sua Divina Commedia pone, probabilmente, Celestino V nell’Antinferno tra gli ignavi: non è però certo chi il Sommo Poeta volesse indicare nel seguente passo, potrebbe trattarsi infatti, secondo alcuni critici di Ponzio Pilato, Esaù o Giano della Bella:

« Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto. »
(Dante Alighieri, Inferno III, 58-60)

Celestino, prima di abdicare, si consultò con il cardinale Benedetto Caetani, e si fece confermare dal concistoro dei cardinali che un’abdicazione dal soglio pontificio era possibile, quindi, in data 10 dicembre 1294, emanò una costituzione sull’abdicazione del papa, confermò la validità delle disposizioni in materia di Conclave anche in caso di rinuncia, ed appena tre giorni dopo rese note le sue intenzioni ed abdicò.

Nel 1415 un altro Papa, Gregorio XII, eletto all’epoca dello Scisma d’Occidente a Roma, dopo molti anni di lotte e di contese giuridiche, belliche e diplomatiche, fece atto di sottomissione ai decreti emessi dai padri conciliari, durante il Concilio di Costanza, che era stato convocato dall’antipapa Giovanni XXIII (XXII) e presieduto dall’Imperatore Sigismondo per dirimere ogni questione. Uno di questi decreti intimava a tutti i contendenti di abdicare, nel caso che non si trovasse una soluzione e non si raggiungesse l’accordo fra i tre pretendenti al Soglio. Davanti al rifiuto di Benedetto XIII (rappresentante dell’obbedienza avignonese) e alla fuga di Giovanni XXIII (poi ricondotto in Concilio e deposto), alla fine Gregorio XII acconsentì ad abdicare, dopo aver riconvocato con una sua bolla il medesimo Concilio. All’abdicazione però non seguì l’elezione di un nuovo Papa, che si verificò passati due anni e solo successivamente alla scomparsa di Gregorio, dopo la quale venne convocata un’assemblea mista di cardinali e di padri conciliari, che elesse Martino V.

La rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice spesso viene considerata un caso di dimissioni, ma, più correttamente, si dovrebbe parlare di abdicazione, così come è riportato nelle fonti storiche e storiografiche. In senso stretto, l’abdicazione è l’abbandono con l’indicazione di un successore; le dimissioni sono la semplice rinuncia.