Nuovi pianeta terra nell’universo

Non è una notizia fresca, risale al 19 Giugno, la NASA ha comunicato i risultati delle ricerche fatte con il telescopio Keplero inviato nello spazio. Bene nel mucchio di più di 200 pianeti individuati ce ne sono 10 che potrebbero essere abitabili come la Terra.

Ma l’idea che l’umanità possa colonizzare altri pianeti è una prospettiva positiva o no? Se pensiamo in modo esteso, considerando la razza umana come se uno zoologo studiasse una razza animale, direi che è un passo evolutivo sensazionale. Ma se penso alla razza umana com l’insieme dei singoli individui che la compongono, come società, non penso che tutti ne saranno entusiasti.
Per capire questa mia posizione dobbiamo considerare più trasformazioni che, contemporaneamente si stanno verificando sul pianeta Terra che coinvolgono la razza umana.

La prima riguarda la capacità di sostentamento dei singoli sul pianeta Terra. Questa capacità è legata al lavoro ed il lavoro si pensa che per il 2050 sarà svolto al 49% da robot, il 5% delle professioi sparirà ed il 30% delle attività sarà svolto in modo autonomo da macchine.
Tradotto in termini sociali ci saranno una marea di persone che diventeranno disoccupati come, alla fine dell’ottocento lo furono i maniscalchi con l’avvento dell’auto. In poche parole molte più persone più povere.

La seconda riguarda la sopravvivenza dei singoli. Il riscaldamento del pianeta sta producendo e produrrà luoghi sempre più invivibili. Quindi la prospettiva che temo sarà, in prossimità del 2100, una situazione con una società spaccata dove molti saranno indigenti ed ammalati per le condizioni di vita. Mentre pochi con disponibilità e risorse riusciranno a sopravvivere. Daltr’onde gli scenari di città racchiuse in cupole di vetro descritti da Isaac Asimov non sono affatto lontani: a Dubai si continua a progettare una città con il controllo climatico racchiusa in una sfera di vetro.

In questo scenario, la possibilità di colonizzare altri mondi potrebbe essere un nuovo Far-West per derelitti che non hanno nulla da perdere oppure un mega-resort per abbienti che non vogliono vivere più sulla terra.

 

I due amici e l’orso

Due amici andavano insieme a passeggio per una selva. Uno era buono e modesto; l’altro cattivo e vantatore sfacciato della propria generosità e del proprio coraggio.
– Mi vedrai al cimento,
diceva egli al compagno, sgranando due occhi da basilisco e facendo il mulinello con un gran bastone bernoccoluto
– mi vedrai al cimento, se avremo la fortuna che ci capiti il pericolo di qualche disgrazia.

E la fortuna del pericolo d’una disgrazia non si fece aspettare.

Videro, a un tratto, sbucare da una caverna un orso che pareva, Gesù ci liberi tutti, una montagna di pelo, di zampe, d’unghioni lunghi come coltelli da cucina e di zanne bianche come una tastiera di pianoforte.
Mamma mia! E il male non era che essi avessero veduto l’orso, il peggio era che l’orso aveva visto loro e che veniva avanti a bocca spalancata, col proposito non dubbio di fare una scorpacciata di ragazzi crudi.

Il vantatore sfacciato che, fra le altre cose, si chiamava di nome Napoleone, fu lesto a rampicare in cima a un grosso albero. Cecco (quello buono e modesto si chiamava a questa maniera), Cecco, che non fu svelto a mettersi in salvo, vistosi perso e ricordandosi che gli orsi non mangiano mai carne di cadaveri, si buttò in terra disteso, fingendosi morto. L’orso gli fu subito addosso e cominciò a scuoterlo con le
zampe e a fiutarlo, ora nella bocca, ora nelle gote, ora negli orecchi.

Ingannato dalla finzione di Cecco, che rimase immobile rattenendo il fiato, l’orso, dondolandosi scontento, se ne andò dopo poco per i fatti suoi.

Passato il pericolo, l’amico che era sull’albero scese giù e domandò al compagno e domandò al compagno se l’orso, quando gli accostava il muso all’orecchio, gli avesse detto qualcosa.

– Sì
rispose Checco, guardando uno sdrucio(*) che Napoleone s’era fatto nei calzoni per arrampicarsi sull’albero
– mi ha detto che d’ora in poi io mi guardi bene dall’accompagnarmi con amici arditi e generosi come te.

L’arte di non morire

Frugando tra i vecchi libri di mio padre ho trovato un testo del dott.ANONIMUS (come si firma) che affronta il tema della durata della vita. E’ curioso e spunto di molte riflessioni sopratutto pensando che è un testo anonimo pubblicato il 20 Gennaio del 1942!

L’esistenza umana

Una spirito analitico e misantropo diceva che l’esistenza umana è composta giusto di tre anni di felicità diluiti in sessanta od ottant’anni d’affanni e noie.
Che sia amara, lo dicono tutti; eppure non possiamo pensare, se non con angoscia, al momento in cui la coppa ci verrà strappata.
E in tutti i tempi il dono del Cielo più d’ogni altro grato è stato sempre la vita lunga.
E’ il compenso supremo che il Sommo Legislatore assegna tanto ai sensi delle leggi antiche, quanto a quelli delle nuove.
Salomone chiese soltanto il dono della saggezza, non osò chiedere anche quello della longevità; e Dio lo lodò.
I casi di estrema longevità hanno sempre suscitato meraviglia universale.
Roma e Atene registravano nei fasti, cioè tra i sommi avvenimenti ricordati nel calendario compilato dai pontefici, la vita dei loro centenari.
Considerate dal punto di vista filosofico, queste esistenze fenomenali non sono, come si potrebbe credere, risultati d’un mero gioco di casi, sviste o dimenticanze della morte.
Sono casi prettamente provvidenziali.
Infatti con essi Dio infonde speranza e coraggio nell’animo dei vecchi che, giunti al termine della
esistenza media, temono di non poter campare oltre.
Così non v’è mai per l’uomo un’età veramente estrema: il vegliardo, per quanto vecchio, sa sempre che altri hanno vissuto di più.

‘Grazie a Matusalemme’, diceva Montaigne, ‘anche il vecchio più decrepito può credere d’avere ancora vent’anni davanti a sé’.
Da sola, dunque, l’età non è mai limite assoluto.
Per quanto tarda, l’uomo può sempre superarla non però in ogni esistenza, e non mai senza particolari precauzioni e riguardi.
Nel più dei casi solo esseri in qualche modo privilegiati riescono a superare di molto il termine medio dell’esistenza: e questi sono i rari nocchieri più di tutti destri nell’evitare scogli e traversie.
E’ credenza tuttora diffusa che ai primi evi la nostra terra, più giovane e più feconda d’elementi vitali, generasse uomini molto più robusti e longevi di noi.

La durata degli anni nel tempo

La nostra immaginazione si diletta sempre con cose meravigliose. Chi si domanda se è proprio vero che i patriarchi biblici campassero parecchi secoli? Tradizioni millenarie lo hanno affermato e pochi, tra i credenti lo hanno dubitato negli anni. Solo da poco la scienza ha dimostrato che a quei tempi gli anni non erano calcolati come i nostri: l’intera cronologia era differente.
Hensler ipotizzarono ad inizio secolo che in molte regioni dell’Asia minore e particolarmente nella Palestina, già in epoca anteriore a quella d’Abramo l’anno era lungo solo tre mesi. Successivamente l’anno diventò di otto mesi ma assai dopo l’epoca dei patriarchi; e solo dopo l’era di Giuseppe, ministro dei Faraoni, si prese ad allungare l’anno sino a dodici mesi.
Quindi anche l’età di Matusalemme potrebbe essere stata molto meno straordinaria di quanto non sembri.
Ad ogni modo non c’è bisogno di cercare tanto lontano per avere esempi di longevità. Nel 1801, ad esempio, morì un soldato russo che aveva fatto la Guerra dei Trent’anni: vecchio giusto 200 anni!
Possiamo dunque dire che fin dal principio della storia umana, e s’intende quella proprio storica, la vita umana, in media, è stata sempre lunga allo stesso modo.

Esempi di longevità

‘Solitamente gli anni della nostra vita non giungono che a settanta’ diceva il Re Profeta. ‘Se ne possono vivere di più, ma sono sempre più dolorosi, e solo i forti vi reggono’.
Plinio menziona un censimento fatto sotto l’imperatore Vespasiano, dal quale sarebbe risultato che pure a quei tempi, proprio come ai nostri, il fatto che un uomo giungesse all’età di cent’anni era raro quanto straordinario.
Tuttavia senza risalire così indietro nei secoli, già nella cosiddetta epoca contemporanea troviamo casi numerosi di longevità che, al confronto della vita comune, possono sembrare addirittura prodigiosi.
Eccone alcuni:
Nei pressi di Sainte Colombe (alta Garonna) morì nell’anno 1838 una donna nubile, di nome Maria Priou, vecchia di 158 anni. A sessant’anni, certa che non le sarebbe rimasto molto da campare, aveva venduto le sue proprietà e versato l’intero ricavo a fondo perduto. Questa è la massima longevità registrata in Francia.
A Toledo il 6 Febbraio 1846, lo Stato Civile registro il decesso di una donna di 150 anni.
Nel Dicembre del 1839 l’uomo più vecchio della Germania era, secondo l’Osservatore di Trieste, un certo Hans Hertz, residente a Hildgssen in Slesia che aveva 142 anni.
Il chirurgo Politman, morto a Vandemont in Lorena nell’ottobre del 1825, ne aveva 140.
Il noto medico M.Dufournel, morto a Parigi nel 1810, aveva 120 anni. A cento gli si era fratturata una gamba successivamente perfettamente rinsaldata. Nel Marzo del 1870 un veterano agricoltore morì a Saint-Cernin anch’esso a 120 anni. Nel 1883 un’altro agricoltore di nome Dando morì a Lubiac dopo aver raggiunto la stessa età.
Mentre il 22 maggio 1865 a Thenezay (Deux-Sevres) morì Maria Mallet compiuti da poco i 115 anni. Lei a 110 ancora cucinava senza bisogno degli occhiali.


Ora ci limiteremo a riferire, senza nulla garantire, i casi più o meno autentici che si ritrovano in quasi tutti i trattati di macrobìa.

Samit Mungo, scozzese, e Peter Czarten, ungherese, morirono entrambi a 195 anni; Henrgz Ienkins, inglese, a 160 anni, il tedesco (Giorgio Wunder a 136, l’austriaco Mittelstadt a 125, lo svedese Douglas Gurgen a 120, la russa Mairia Willamof a 115.
Il più celebre questi macrobici è Thomas Parre. Questi vide susseguirsi sul trono d’Inghilterra ben nove sovrani. A 103 anni ancora accudiva alle sue faccende, ancora trebbiava il suo grano. Aveva giusto compiuto 152 anni quando il re Carlo II volle festeggiarlo, e tanto lo festeggio, che il povero vecchio morì.
Infatti l’autopsia eseguita dal celebre chirurgo Harvefr, dimostrò che a cagionare la morte era stata una indigestione. Causa puramente accidentale, dunque, vale a dire che se alla mensa regale non avesse mangiato tanto, L’eccezionale vegliardo forse avrebbe potuto vivere molti anni ancora. Il secolo XVIII pure ebbe molti centenari.
Rileviamo dalle gazzette dell’epoca i casi più singolari ed esemplari.
27 gennaio 1702 – a Smirne Francesco Hongo muore all’età di 114 anni. Non beveva mai altro che un decotto di scorzanera.
1721 – Un certo Aubry, vecchio d’oltre 116 anni, muore a Nancy. Colpito dal vaiolo a 104 anni, ne era guarito perfettamente.
Aprile 1726. – Giovanni d’Outrengo, coltivatore residente a Fesignan, Galizia, muore all’età di 147 anni. Non si cibava quasi mai d’altro che di farina di mais.
17 agosto 1737. – A 110 anni la vedova di Paolo il Bello, principe di Bussy, muore per una caduta. Il paniere della sua gonna, quello sbuffo che il costume muliebre del settecento sempre più gonfiava per meglio assottigliare il busto e la vita, l’aveva fatta incespicare.
2 febbraio 1755. — Morte della vedova Legier, 107enne. In tutta la sua vita non aveva mai calzato scarpe: andava scalza anche d’inverno, nei giorni più rigidi.
28 aprile 1756.Giovanni Pietro Mendez di Albufera (Spagna), muore a 130 anni. Ancora nell’ultimo anno di vita la sua vista gli permetteva di ammazzare lepri a caccia.
21 dicembre 1756. – Giovanni Maulmy muore a 119 anni, undici mesi e undici giorni. Si cibava unicamente di pane e fave cotte; non beveva altro che acqua. Due anni prima della sua morte, egli, percorreva a cavallo parecchie leghe ogni, giorno. Nessuno mai lo aveva visto adirarsi.
3 gennaio 1757. – Morte dell’ufficiale inglese Wilkins, centenario. Per cinquant’anni e mezzo era vissuto in prigionia.
19 marzo 1759. – Angelica di Lozirtigne muore a 106 anni, cacciatrice intrepida.
10 aprile 1759. – A Neufchatel Guglielmo Cartier muore all’età di 108 anni. Quando si ammalava, qualunque fosse il suo male, beveva la sua urina: era il suo unico rimedio.
9 gennaio 1760. — Morte di Crikion, zoccolaio di Ligi. A 103 anni aveva sposato una fanciulla di 15.
20 novembre 1760. – A Filadelfia un certo Cottrel muore a 120 anni. Sua moglie che ne aveva 115, non gli sopravvisse che per tre giorni. La loro vita coniugale, sempre esemplare per armonia, saldezza e moralità, era durata 98 anni.
24 febbraio 1763. – Morte di Cadet, donna nubile, nata a Vitry-le-Francais nel 1663. A 80 anni saltò dall’alto d’una scala a pioli. Perché? le si domandò. Per far saltare i miei anni, rispose ridendo l’ottuagenaria che, ancora agilissima nulla avev sofferto dal suo salto.
16 febbraio 1765. – Giovanni Antonio Bondini, medico italiano, muore a Carcheto nel suo 117° anno. Aveva esercitato la sua professione per oltre novantiacinque anni.
18 febbraio 1767. – Abramo Favrot muore a 104 anni nel suo villaggio natvo d’Onex (Svizzera). Aveva sempre la pipa in bocca.

Longevità e vita media

Ora vediamo i tempi vicini a noi. Sono così frequenti ancora i casi di longevità prodigiosi? E in media la nostra vita tende a prolungarsi o ad abbreviarsi?

E’ convinzione diffusa, chissà perché, che i nostri avi facessero vita più sana, in condizioni più salubri, e che fossero molto più di noi robusti e vitali.
Le statistiche, invece, come vedremo in seguito, dimostrano nel modo più indubbio che, quanto a sanità e vitalità, non abbiamo proprio nulla da invidiare ai secoli passati. D’altra parte il solo numero dei vecchi non basta a stabilire la vitalità d’un popolo: per quanto numerosi e avanti negli anni, essi non costituiscono mai un indice sicuro di grande vitalità generale.
Infatti nonostante l’esistenza di molti vecchi d’oltre cent’anni, la vitalità media della popolazione può essere piuttosto bassa, e viceversa.
Se non vi fosse più un sol centenario al mondo, ciò non significherebbe necessariamente che la nostra vita sia abbreviata.
Ora le statistiche dimostrano che la vita media, non che abbreviarsi, si prolunga sempre più, e che ciò avviene già da parecchi secoli.
Io ho potuto constatare che a Digione, per esempio, la vita media limitata a 24 anni e 4 mesi sino al settecento, è salita a 30 anni e 8 mesi nell’ottocento, e ora a 38 anni e 9 mesi. Non meno notevole è il progresso della vita probabile, vale a dire l’età massima che ciascuno può raggiungere con probabilità. Nel settecento a Digione non si poteva dare a un neonato più di undici anni di vita probabile. Nell’ottocento gli si poteva darne 22; ora 37 e mezzo.
Nel settecento metà delle nuove generazioni perivano prima dell’età di 12 anni. Dopo 47 anni solo un quarto sopravviveva; e dopo 55 solo un quinto.
Nel secolo seguente la proporzione di vivi aumentò. Ora dopo 38 anni, metà della generazione è ancora viva. Un quarto giunge normalmente all’età di 69 anni e un quinto passa i settanta. In questi ultimi tre secoli dunque la vita probabile alla nascita è più che triplicata.

Solo per I vecchi d’oltre settant’anni le probabilità di vita sono diminuite.

Varcare il secolo, a quanto pare, è di più in giù difficile.

Melesecche piange il suo ciuco

— Povero me, povera la mia famiglia!
gridava singhiozzando Melesecche sul corpo allampanato del suo ciuco che giaceva stecchito attraverso alla stalla.
— Che ho fatto io di male in questo mondo,
continuava Melesecche,
— per essere perseguitato dalla sventura con tanto accanimento? Eccola li quella bestia impagabile! Eccola li la mia speranza, il mio sostegno, il pane per i miei disgraziati figliuoli! Un monte d’ossa e di pelle, senza movimento e senza calore! E Dio solo sa se per avvezzarlo bene avevo adoperato pazienza e fatiche.
Trovatelo, se vi riesce, trovatelo un altro ciuco che si pigli di sotto gamba, come se le pigliava lui, some da slombare un manzo. Le bastonate pareva che fossero la sua consolazione;
il sole dell’agosto se lo godeva come un rinfresco; i ghiacci dell’inverno lo riscaldavano tutto; la pioggia, la grandine e la neve s’era abituato a succhiarsele come una benedizione del cielo… E ora… i
in questi ultimi giorni, sul più bello… quando gli avevo anche insegnato…

E qui Melesecche s’interruppe per abbandonarsi a uno scoppio di pianto disperato.

— Che v’era riuscito d’insegnargli in questi ultimi giorni, Melesecche?
gli domandò lo scortichino che era venuto per pigliare la pelle dell’asino.
— Lo avevo avvezzato a non aver più bisogno di mangiare!
— Non mi burlate!
— No, no, non vi dico altro che la santa verità.
Cominciai tre mesi addietro, per la festa di Sant’Antonio, a diminuirgli la sua razione e, giù, adagio adagio, l’avevo condotto… dove l’avevo condotto.
Sissignore, ora che da tre giorni mi campava veramente bene senza più sentire il bisogno del cibo…
Sissignore! Quel destino infame che non ha voluto mai darmi un’ora di pace, gli salta addosso e me l’ammazza!

Lo scortichino che aveva già cominciato a cavare la pelle al1’asino posò il coltello, alzò la testa, guardò in viso Melesecche, e:
– Il destino, il destino!
esclamò, fingendosi commosso.
— Tanti tanti, ne ho conosciuti dei ciuchi, e tutti a cotesta maniera!
Appena avvezzati a star senza mangiare, hanno fatto come fareste voi: dopo quattro
giorni, alla più lunga, sono morti!

Internet è andato, cosa accade ora?

Negli ultimi anni dibattiti che mostrano internet come la nuova frontiera delle libertà e del futuro di nuovi modelli di socializzazione, hanno riempito televisioni e giornali. Un’agorà virtuale accessibile a tutti da qualsiasi parte è il verbo predicato da molti sacerdoti moderni. Ed il principio che un mezzo può essere usato in modo buono o cattivo e non per questo debba essere demonizzato, è uno dei luoghi comuni in difesa dell’uso improprio della rete e dei social.

Ma iniziano a sentirsi voci differenti ed una di queste è quella di Evan Williams il fondatore di una delle colonne portanti di questo mondo: Twitter. In una sua intervista rilasciata al New York Times affronta il tema con una coraggiosa autocritica.

“I thought once everybody could speak freely and exchange information and ideas, the world is automatically going to be a better place,” Mr. Williams says. “I was wrong about that.”

Dice di essersi sbagliato nel pensare che il mondo sarebbe diventato un posto migliore se le persone avessero avuto la possibilità di scambiare idee ed informazioni in modo libero. Esemplifica dicendo che se c’è un incidente di auto le persone si fermano a guardarlo e sicuramente anche molti che abitano in quella strada si affacceranno per vedere. Bene questi comportamenti in rete sono interpretati come se la gente volesse vedere più incidenti stradali, quindi di questo si riempiono i social. 

Evan Williams osserva che la rete premia gli estremi ,dunque abbiamo persone su Facebook che pubblicano suicidi, risse e omicidi in tempo reale. Twitter è un alveare pieno di insulti e abusi che sembrano impossibili da arginare. Bufale e finte notizie vengono diffuse senza limiti per ideologia o profitto. Nel Pew survey, uno studio sulle molestie in internet, si riporta che il 60% degli adulti sono testimoni di tali molestie e che 4 adulti su 10 sono stati molestati online. Lo stesso Trump ha dichiarato di aver vinto le elezioni grazie a Twitter. Il fondatore di Twitter commenta questa come una pessima cosa e se ne scusa.

https://youtu.be/hKnv7krVni0

“It’s a very bad thing, Twitter’s role in that,” he said finally. “If it’s true that he wouldn’t be president if it weren’t for Twitter, then yeah, I’m sorry.”

Penso che abbiamo costruito un posto senza regole convinti che potesse essere il luogo del meglio dell’umanità, invece il risultato è stato quello di amplificare il peggio, anche quello che normalmente teniamo celato consapevolmente. Però è incoraggiante sentire che chi è stato protagonista di questa costruzione se ne sia reso conto.

Ci sono

Amici, una parola che usiamo spesso. Ma il significato, etimo a parte, mi pare che sia soggettivo. Penso che  identifichi il tipo di relazione che si instaura tra due persone, una intimità che non ha nulla a che vedere con i sentimenti. Piuttosto con la fiducia. Un amico lo puoi maltrattare, ignorare per tanto tempo e quando lo incontri nuovamente ti ci trovi a parlare con la stessa naturalezza come se vi foste visti la sera prima, come se nulla fosse accaduto. Non perché non ci tieni o perché non ti scalfiscono le sue opinioni, ma perché sai che dietro a queste c’é sempre e comunque una fiducia solida.

Un amico é un viaggiatore con cui hai fatto insieme della strada e durante quel percorso vi siete conosciuti ed accettati per come siete. Poi se le strade si dividono non ci sono rimpianti o sofferenze. Quando tornano ad incrociarsi non sembra si siano mai divise.

 Non ci devono essere per forza progetti comuni o identità di vedute. Deve esserci la certezza di ricevere un’opinione sincera che casomai infastidisce e urta, ma che non é un giudizio. Devi poter non mettere in campo diplomazie o comportamenti appropriati. Puoi essere te senza nessun genere di schermo. Ma per essere amici queste cose devono essere reciproche nello stesso modo.

Penso di poter chiamare amici non piú di cinque persone. Forse ho la possibilitá di averne altri due. Non significa tanto o poco, é che sono loro i miei amici e non c’é altro da dire.

Treno Roma-Milano lo sguardo vaga

Di bell’aspetto, alta, capelli neri lunghi, occhi scuri racchiusi in un trucco scuro dal vago aspetto tenebroso, labbra rosso fuoco ben e disegnate con un rossetto compatto. Sul naso un brillantino, in mano un iPhone color oro. Seduta di fronte a me parla di continuo con la sua collega che mi sta affianco, in una carrozza di prima del treno Roma-Milano.

L’accento è meridionale, forse siciliano ma non sono cosí capace nel distinguere. Ha una quarantina d’anni o di più ma portati bene e un tatuaggio sul braccio:”La meta non è un posto….”. Sono arrivate con Libero e il Fatto e parlano di eventi da organizzare. Si guarda intorno e da l’impressione di guardarmi per vedere se la guardo. Io ho nelle cuffiette Chumbawamba, Led Zeppelin e Inna Cantina a palla.

Ma, fatto fuori l’aspetto logistico, la meta  cos’è? Per non darle soddisfazione e perché ancora dormo, non mi va di attingere alla sfacciataggine e chiederlo a lei. È uno stato d’animo? È uno status sociale? Dal suo atteggiamento di donna-manager con sfumature cultural-chic, potrebbe essere un successo. Ma per me, per gli altri? La meta. Qualunque essa sia ha una caratteristica certa, si deve raggiungerla. Quindi c’è un percorso da fare, una strada, del tempo, degli stati emotivi, ma pur sempre un passaggio che dobiamo fare senza deviare o senza smarrirci.

Poi mi viene in mente un’altra cosa. La meta va tenuta costantemente sotto osservazione, controllata, verificata. Sia perché, durante il percorso, potrebbe modificarsi e non essere piú appetibile e sia perché potrebbe spostarsi e richiedere un diverso percorso. Ma sia l’appetibilità che la trasformazione del percorso implicano la perdurante volontà di raggiungere la meta. E ritorna la domanda: la meta cos’è? E poi come ci si sente quando si raggiunge la meta?

Ecco, a pensarci bene la meta per me non ha significato. Il percorso, lo sforzo per raggiungerla, hanno un valore maggiore. Bergonzoni dice che “l’importante non é vincere, ma ritirare il premio” e questo è vero se la meta ha un valore assoluto che nega e prevarica quello del percorso.

La ricchezza non fa la felicità 

  
Chi ha detto che la ricchezza non fa la felicità ha sintetizzato in questa frase una verità profonda e in questa sintesi é riuscito anche ad includere dei concetti opposti al senso proprio della frase. Infatti quando la sentiamo quasi sempre dal profondo una vocina dice “si, però…”.

La ricchezza é una di quelle cose che tutti crediamo di conoscere e di comprendere. Parlo ovviamente della ricchezza materiale, non della ricchezza d’animo o di qualsiasi cosa di piú nobile dell’accumulare beni materiali. Anche se nessuno lo ammette o lo dichiara, tutti sappiamo che la ricchezza si riferisce ad una cosa o ad una misura del tutto relativa per definizione e per percezione.
Per definizione perché é uno stato che non lo si può immaginare se non paragonato ad un’altro, che sia povertà o normalità non importa. Sembra assurdo, ma se tutti fossero ricchi e lo fossero sempre stati non lo saprebbero: una società siffatta é concepibile in un racconto di fantascienza. 
Per percezione perché a seconda di una serie di fattori é tale o meno, o abbondante.
La ricchezza é relativa nel tempo. Quando iniziai a lavorare, nella seconda da metà degli anni ’70, pensavo che non avrei avuto bisogno di nulla con uno stipendio di due milioni. Oggi con l’equivalente in euro siamo vicini alla soglia della povertà. Questo perché la ricchezza, in quanto cumulo di beni materiali, non ma tiene lo stesso valore nel tempo.

La ricchezza é relativa nello spazio. Forse in Egitto o ai tropici avere disponibile una marea di ghiaccio é ricchezza, ma in Groenlandia no. Anche monetizzando il concetto, 500 euro al mese in Madagascar sono tutt’ora una ricchezza sognata da molti, in Italia no.

La ricchezza é relativa tra le persone. Nel mio quartiere, in piazzetta, ho visto un uomo della mia età, che da sempre discuteva di moto con gli amici davanti al bar, arrivare felice con la sua moto nuova fiammante. Per altri una moto suona come una inutilità o addirittura una sofferenza. La ricchezza é percepita differentemente perché differenti sono i bisogni. 

I bisogni. Con quest’altro termine si rischia di divagare, perché anche qui siamo nel relativismo, anzi nel relativismo-differenziale. Perché dobbiamo distinguere tra quelli che sono i bisogni primari, come respirare, bere, mangiare, dai conseguenti che sopraggiungono quando i primari sono soddisfatti o quando sono garantiti a tal punto da essere dimenticati. Ma appunto qui non voglio affrontare temi differenti e mi basta constatare quanto, il concetto di ricchezza, sia variabile tra le persone che vivono nello stesso luogo e nello stesso tempo.

Pur con tutte queste variabili, una misura di ricchezza l’abbiamo tutti in mente più o meno esplicita. Ma una caratteristica comune a questo concetto è che questa misura di solito è rispetto ad un livello che non abbiamo e che vogliamo raggiungere. Quanti, in cuor loro, stimano come ricchezza quello che hanno? Nella nostra frase di partenza tale stima, e il suo collocamento tra realtà presente e obiettivo futuro, racchiude il concetto di felicità. Ed è sottinteso che il percorso verso il raggiungimento del nostro obiettivo di ricchezza coincida con un percorso verso la felicità. In questo assunto si nasconde l’inganno, non perché non possa essere vero, ma perché, per il suo relativismo, una volta raggiunto un livello di ricchezza potremmo dover sottostare a cambiamenti in tempo, in spazio o sociali che ricollocano differentemente il nostro concetto di ricchezza e la felicità ad esso associata. 
Ma qui cado nuovamente nella trappola. Perché, mi chiedo, la felicità è solo fatta di quella felicità che si ottiene con un livello di ricchezza? Anche gli Stati Uniti nel giro di 11 anni sono capitolati rispetto al concetto di felicità espresso nella dichiarazione di indipendenza del 1776, mutandolo nel più misurabile concetto di benessere contenuto nella successiva Costituzione. Tornando alle mie modeste riflessioni direi che è qui che si concretizza l’essenza della verità contenuta nella frase. La ricchezza non fa la felicità perché la felicità non è composta soltanto da aspetti materiali che si possono ottenere con la ricchezza. Anzi, direi che in mancanza degli altri aspetti la felicità materiale viene spazzata via. Quanti ricchi hanno una vita infelice? Quanti, una volta diventati ricchi non raggiungono la felicità sperata perché avvolti dalla paura di perdere questa ricchezza? Il nodo vero penso che sia più intimo e legato a come ciascuno di noi riesca a colmare le altre componenti della felicità.
E la vocina? Quella che ci fa dire “si, però…”. Perché si alza ad installare il dubbio? Il ragionamento fin qui sembra non faccia una piega. Ma la vocina non sparisce. Penso che una ricchezza tale da soddisfare e mantenere con tranquillità i beni primari (ricordiamo che acqua e aria sono tutt’oggi o minacciati o non alla portata di molte persone) sia irrinunciabile e come tale debba essere naturale aspirazione di tutti. E come tale debba essere un qualcosa incentivato ed aiutato a livello sociale. Ma il fermarsi, il rallentare questa corsa verso un obiettivo mutevole é responsabilità di ciascuno di noi. Non può non nascere da una valutazione personale dettata dalla ragione o dalla coscienza che permetta di avere spazio e tempo per raggiungere le altre facce della felicità. Il rischio è quello di passare una vita concentrati nel raggiungimento di una felicità che non si raggiunge o sparisce in poco tempo.
Giorni fa ho letto la notizia che Poggiolini (ricordate? Quello con 10 miliardi nascosti nell’imbottitura del puff, lingotti e gioielli?) era ospite in una casa di riposo abusiva. Chissà se era felice?

Ridurre le armi? E che facciamo con i cervelli in circolazione?

Il racconto dei tre reporter Statunitensi ha riempito blog, giornali e televisioni. Certo fa impressione saperne morti due di 24 e 27 anni uccisi da un loro collega con le mani occupate da pistola e telefonino. Quindi la polemica sulla facilità di avere delle armi è subito divampata, ma anche quella dell’uso dei social media e del protagonismo che si riesce ad avere. Insomma la pubblica opinione si è data da fare nel commentare quello che portavano le mani, meno sulla parte che le governava, il cervello.

Invece io leggo in questo atto un segno estremo di una tendenza, che non so descrivere bene, ma che ritrovo nei comportamenti dettati dai cervelli di tante persone attorno a me. Non negli USA, qui in Italia, anche qui nelle Marche. Non so descriverr questa tendenza perché, anche se la vedo come una direzione specifica verso cui ci dirigiamo, non la considero caratterizzata in modo definito. Piuttosto è una miscela, pericolosa, di comportamenti relativamente nuovi che si vanno consolidando nelle menti di generazione in generazione e diventano normalità. Provo a descriverne alcuni aspetti.

Al primo posto metto l’anestesia verso l’orrore. Un uomo per terra, un incidente, un morto, non turbano più di tanto. Li vediamo nelle nostre case più o meno tutti i giorni alla televisione, ma li sentiamo lontani da noi. Se ci capitano accanto ci giriamo dall’altra parte allo stesso modo di quando, davanti alla televisione, ci giriamo per prendere il telecomando. Attenzione questa non è una novità degli ultimi tempi. In Italia è iniziato nel 1981 con le dirette da Vermicino, ricordate?

Accanto, in qualche modo una sfaccettatura del precedente, l’incapacità di gestire le crisi, gli orrori personali. Quando situazioni come le precedenti, o malattie o, comunque situazion catalogate come disgrazie, invece che passarci vicine ci vedono protagonisti, siamo smarriti. Agitazione e depressione fanno breccia facilmente.

Poi abbiamo una carenza di cose importanti. Per molti importante è solo l’ultimo desiderio, l’ultima infatuazione. Si confonde il bisogno con il valore. Una cosa importante la si vuole ottenere, raggiungere, essere. Ma la si deve anche costruire, mantenere, difendere. Oggi spesso i nostri risultati e traguardi, una volta ottenuti, perdono importanza.

A queste tre cose si mescola, in proporzioni diverse, la soggettività delle regole. Ecco che se per far prima dobbiamo fare una strada contromano la ragione diventa “tanto non viene nessuno e sto attento”, “è solo un piccolo tratto”. Ma se sono altri ad andare contromano sono “incivili”. Troviamo che è uno schifo la nostra città, ma se dobbiamo buttare un vecchio monitor lo lasciamo di notte vicino al cassonetto.

Inoltre c’è un crescente disinteresse per il prossimo. Tempo fa ho visto una foto su Facebook di uno che indossava la maglietta con su scritto “la vita è troppo breve per poter farsi i cazzi degli altri”. No, no, no. Amico di Facebook è una fesseria. La vita è troppo breve per riuscire a farsi bene i cazzi propri, solo se tutti si fanno un po’ dei cazzi miei la mia vita sarà soddisfacente. E io avrò tempo di farmi un pò di cazzi altrui. 

Tanto è biodegradabile

  Ancora caldo estivo si gira con i finestrini aperti. Mi fermo con l’auto all’immissione sulla statale, una macchina gira nella strada da dove vengo e dal finestrino schizza fuori una buccia di banana. 

“Ahó?” Faccio istintivamente indicando per terra. L’auto si ferma ed il ragazzo alla guida: “che voi? Tanto è biodegradabile!” e riparte. Ha meno di trent’anni, al suo fianco una ragazza più giovane. Sono rimasto di stucco, senza capacità di replica, dentro di me pensavo: “possibile che così giovane si da del coglione da solo e non se ne accorge?”

Non voglio fare la filippica sull’ambiente, ma quello che mi lascia stupito ogni volta è come NOI non consideriamo le strade, i parchi, il “tutto quello che non è dentro casa” come qualcosa di non nostro. Si perché la banana è biodegradabile ovunque peró l’auto-coglione mica la butta per terra dentro casa! E temo non solo lui si così, ma anche la ragazza, che era in un silenzio-stupore colpevole, sia  sostenitrice della tesi bio.

Siamo a Porto Potenza Picena, nelle Marche, geograficamente all’altezza di Siena, non nel barbaro sud. Ma le italiche concezioni del “faccio quello che mi pare”, “fatti i cazzi tuoi”, “tanto ora che male faccio”, “per così poco”, non hanno confini geografici né limiti anagrafici. Scaccio dalla mente l’immagine del Giappone dove nella stazione centrale della metro di Tokyo, frequentata da quindici milioni di passeggeri ogni giorno, ho visto una ragazza raccogliere un pezzo di carta NON SUO e portarselo via (non ci sono cestini a Tokyo ognuno pensa alla mondezza sua). Devo scacciare questo pensiero perché in Italia mi hanno detto che loro sono frustrati. E lo scaccio, ma mi viene in mente la Birmania, si il Myanmar del dopo-tzunami, dove nei villaggi lungo il fiume, con le strade di polvere o di fango secondo le voglie del cielo, ognuno pulisce il pezzo di strada davanti alla sua casa o alla sua bottega.

Sapete allora che penso? Che chi tratta il mondo come casa sua, Giapponese, Birmano, Magiaro o Malgascio che sia, non è stressato: è NORMALE. Noi siamo i pazzi, quelli ciechi. Quelli che vedo attorno a me mi ricordano il film Brutti, Sporchi e Cattivi.