Pompei crolla, ma lo spettacolo continua

] La racconto come una favola, quindi devo far tornare qualcosa. I fatti sono romanzati, ma i link sono terribilmente veri…….. Se avete tempo è un percorso informativo singolare. Mi raccomando se non volete leggere tutto il post guardatevi il filmato di 3 minuti, non c’entra nulla con la favola, ma fa riflettere!
Pompei era il posto dove si trovavano tante antichità, testimoni della vita di circa 2000 anni prima. Più del tempo, l’indifferenza e la noncuranza della Nazione in cui si trovavano, le stavano mandando in rovina. Testimoni di culture passate e radici della cultura presente, il destino le aveva affidate a dei Nobili governatori che andavano in giro a dire “con la cultura non si mangia”. Alcuni cittadini si scandalizzavano. Altri, che non vivevano li vicino, dicevano che era colpa di chi ci abitava intorno, si faceva mantenere con i soldi che il governo gli mandava e non concludeva nulla quindi dovevano mandar loro meno soldi. Ma tutti, dopo le loro considerazioni, tornavamo a fare quello che facevano di solito: badavano ai fatti loro. Intanto crollavano dei pezzi di queste antichità ogni volta che veniva giù qualche goccia di pioggia più del normale. D’altronde erano tempi in cui un po’ d’acqua in più, o qualche fiocco di neve caduto dove di solito non cadeva, facevano paralizzare masse di persone per giorni. Intanto i governanti si chiedevano perplessi cosa fare e, cosa ritenuta più importante, a chi si poteva attribuire la colpa. Serviva per dimostrare che la loro inattività era, comunque, incolpevole.

Ma questa situazione non poteva continuare così a lungo. I popoli degli altri paesi, che invidiavano questa nazione per i suoi tesori antichi, iniziavano a scuotere il capo. I Nobili governanti si dissero allora che dovevano mostrar loro di far qualcosa. Per risolvere la situazione fecero una cosa molto in uso allora: nominarono apposta un Nobile Conte Archeologo e loro chiamarono “Commissario Straordinario del Sito Archeologico”. Nessuno lo disse, ma in cuor loro i Nobili governanti furono molto contenti. Infatti la particolarità del Nobile Conte gli permetteva di spendere i soldi per questi motivi straordinari senza troppe spiegazioni, e poi se qualcosa andava storto potevano sempre far ricadere su di lui la colpa. Il Nobile Commissario iniziò subito il suo lavoro, armato dello stesso entusiasmo con cui si era impegnato in altre attività simili.

In quei tempi un’altro Nobile Conte dello Spettacolo era stato nominato anche lui “Commissario”. Era il Nobile Conte di un’altro posto un po’ meno antico, ma non per questo meno invidiato dai popolo vicini, con il nome di un cibo che piaceva molto ai bambini: le patatine S.Carlo. Nome a parte, il posto era famoso perchè ci si tenevano degli spettacoli tanto belli che venivano a vederli da lontano, anche le persone delle Nazioni vicine ed invidiose. Questo posto veniva chiamato Teatro.
Ora il Nobile Conte dello Spettacolo si mise d’accordo, con il Nobile Conte Archeologo, per fare degli spettacoli in mezzo alle antichità. Voi direte, ma se il Nobile Conte dello Spettacolo aveva un Teatro ed il Nobile Conte Archeologo doveva sistemare le antichità che bisogno c’era di fare gli spettacoli in mezzo alle antichità? Perchè tra le antichità c’era un posto chiamato Teatro Grande ed anche lì, circa duemila anni prima, ci si tenevano degli spettacoli.
In tempi normali sarebbe stato di sicuro una cosa suggestiva e, comunque accresceva l’invidia dei popoli vicini che non avevano queste possibilità. Però in una situazione di emergenza come quella non c’erano soldi disponibili. Allora il Nobile Conte Archeologo con i suoi poteri straordinari decise di affidare l’incarico di allestire il Teatro Grande per lo spettacolo ad una Gilda di artigiani dal nome Cacace srl. Srl significava che la Gilda aveva una responsabilità limitata; ossia se avesse fatto imbrogli, danni o pasticci e non aveva nessuna copertura assicurativa, poteva rifondere i danneggiati solo con i talleri (la moneta di allora) che avevano messo i membri della Gilda quando l’avevano fondata; questo patrimonio poteva essere di qualsiasi valore, però visto che, per legge, il minimo era di 10.000 talleri tutti mettevano (e rischiavano) il minimo. Ora perché tutti quei tesori antichi dovessero essere affidati ad una società che, per definizione, aveva un responsabilità limitata, invece che ad altre più grandi e con esperienza, nessuno venne a chiederlo proprio perché il Nobile Archeologo aveva dei poteri straordinari. Assegnò più di 11 milioni di talleri alla Gilda per ristrutturare il Teatro Grande, ma anche per montare e smontare le impalcature dello spettacolo che fu, appunto, spettacolare. Quindi i due Nobili Conti si potevano vantare di quello che avevano fatto ed erano contenti. Gli altri Nobili colpiti dai successi diedero ulteriori incarichi ai due Nobili Conti. Altre Gilde poterono lavorare ed erano contente, anche se un po’ di soldi dei lavori che facevano li davano indietro ai Nobili che li avevano commissionati. Qualche cittadino poteva lavorare nelle Gilde e, anche se siaccorgeva di qualcosa badava ai fatti suoi.
Ma continuando a lavorare così, in due anni, il Nobile Conte Archeologo riuscì a spendere 79 milioni di talleri, ma di questi ne impiegò proprio pochi per le antichità.

Per quanto quelli erano periodi dove i governanti facevano quello che gli andava di fare ed i cittadini si occupavano ciascuno dei fatti propri, la cosa diventò troppo evidente. Un importante Poliziotto dei Magnifici, che a quei tempi per comodità veniva chiamato PM, passò una domenica con la sua famiglia da quelle parti. Sua figlia gli chiese “perché tutti questi pezzi antichi sono lasciati così allo sfacelo? Non ci pensa nessuno a sistemarli e proteggerli?”, “Certo”, le rispose il padre, “c’è un Nobile Conte che sta facendo proprio questo”. Ma in cuor suo anche lui, come tutti i visitatori del posto antico, pensò che era troppo lasciato alla malora. Così il giorno dopo si informò su quanti talleri avessero dato al Nobile Conte per proteggere le antichità e, saputa la cifra, indagò scoprendo che il Nobile Conte quei soldi li aveva sperperati per molte cose, ma quasi mai per proteggere le antichità.

Visita Marcello Fiori  SOR 0010

Un Nobile Commissario Archeologo di quei tempi

Allora emanò un editto in cui si diceva che si arrestava il Capo della Gilda ed alcuni suoi collaboratori e che la Gilda non avrebbe potuto più lavorare per nessun Nobile. Il Nobile Conte Archeologo già non faceva più quel lavoro, ma non gli furono nemmeno tolti gli altri incarichi che aveva. In fondo anche il Poliziotto dei Magnifici era un Nobile e non poteva andare subito così contro ad un’altro Nobile. Quindi all’inizio solo i membri della Gilda ci rimisero, anche se tutti si immaginavano che i soldi presi dalla Gilda fossero andati un po’ anche ai due Nobili.

Come finì questa storia non si sa. Si pensa che a quei tempi la documentazione di queste cose venisse archiviata in fasi: i documenti dell’inizio delle indagini erano messi tutti in un archivio, mentre quelli relativi alla fine delle indagini tutti in un’altro. Deve essere successo un disastro od una calamità che ha distrutto il secondo archivio. Solo così è possibile spiegare il perché, di quegli anni passati alla Storia come gli “anni illogici”, non si sa nulla di come finissero queste indagini. Evidentemente sono giunti a noi solo i documenti del primo archivio. La racconto come una favola, quindi devo far tornare qualcosa. I fatti sono romanzati, ma i link sono terribilmente veri…….. Se avete tempo è un percorso informativo singolare. Mi raccomando se non volete leggere tutto il post guardatevi il filmato di 3 minuti, non c’entra nulla con la favola, ma fa riflettere!
Pompei era il posto dove si trovavano tante antichità, testimoni della vita di circa 2000 anni prima. Più del tempo, l’indifferenza e la noncuranza della Nazione in cui si trovavano, le stavano mandando in rovina. Testimoni di culture passate e radici della cultura presente, il destino le aveva affidate a dei Nobili governatori che andavano in giro a dire “con la cultura non si mangia”. Alcuni cittadini si scandalizzavano. Altri, che non vivevano li vicino, dicevano che era colpa di chi ci abitava intorno, si faceva mantenere con i soldi che il governo gli mandava e non concludeva nulla quindi dovevano mandar loro meno soldi. Ma tutti, dopo le loro considerazioni, tornavamo a fare quello che facevano di solito: badavano ai fatti loro. Intanto crollavano dei pezzi di queste antichità ogni volta che veniva giù qualche goccia di pioggia più del normale. D’altronde erano tempi in cui un po’ d’acqua in più, o qualche fiocco di neve caduto dove di solito non cadeva, facevano paralizzare masse di persone per giorni. Intanto i governanti si chiedevano perplessi cosa fare e, cosa ritenuta più importante, a chi si poteva attribuire la colpa. Serviva per dimostrare che la loro inattività era, comunque, incolpevole.

Ma questa situazione non poteva continuare così a lungo. I popoli degli altri paesi, che invidiavano questa nazione per i suoi tesori antichi, iniziavano a scuotere il capo. I Nobili governanti si dissero allora che dovevano mostrar loro di far qualcosa. Per risolvere la situazione fecero una cosa molto in uso allora: nominarono apposta un Nobile Conte Archeologo e loro chiamarono “Commissario Straordinario del Sito Archeologico”. Nessuno lo disse, ma in cuor loro i Nobili governanti furono molto contenti. Infatti la particolarità del Nobile Conte gli permetteva di spendere i soldi per questi motivi straordinari senza troppe spiegazioni, e poi se qualcosa andava storto potevano sempre far ricadere su di lui la colpa. Il Nobile Commissario iniziò subito il suo lavoro, armato dello stesso entusiasmo con cui si era impegnato in altre attività simili.

In quei tempi un’altro Nobile Conte dello Spettacolo era stato nominato anche lui “Commissario”. Era il Nobile Conte di un’altro posto un po’ meno antico, ma non per questo meno invidiato dai popolo vicini, con il nome di un cibo che piaceva molto ai bambini: le patatine S.Carlo. Nome a parte, il posto era famoso perchè ci si tenevano degli spettacoli tanto belli che venivano a vederli da lontano, anche le persone delle Nazioni vicine ed invidiose. Questo posto veniva chiamato Teatro.
Ora il Nobile Conte dello Spettacolo si mise d’accordo, con il Nobile Conte Archeologo, per fare degli spettacoli in mezzo alle antichità. Voi direte, ma se il Nobile Conte dello Spettacolo aveva un Teatro ed il Nobile Conte Archeologo doveva sistemare le antichità che bisogno c’era di fare gli spettacoli in mezzo alle antichità? Perchè tra le antichità c’era un posto chiamato Teatro Grande ed anche lì, circa duemila anni prima, ci si tenevano degli spettacoli.
In tempi normali sarebbe stato di sicuro una cosa suggestiva e, comunque accresceva l’invidia dei popoli vicini che non avevano queste possibilità. Però in una situazione di emergenza come quella non c’erano soldi disponibili. Allora il Nobile Conte Archeologo con i suoi poteri straordinari decise di affidare l’incarico di allestire il Teatro Grande per lo spettacolo ad una Gilda di artigiani dal nome Cacace srl. Srl significava che la Gilda aveva una responsabilità limitata; ossia se avesse fatto imbrogli, danni o pasticci e non aveva nessuna copertura assicurativa, poteva rifondere i danneggiati solo con i talleri (la moneta di allora) che avevano messo i membri della Gilda quando l’avevano fondata; questo patrimonio poteva essere di qualsiasi valore, però visto che, per legge, il minimo era di 10.000 talleri tutti mettevano (e rischiavano) il minimo. Ora perché tutti quei tesori antichi dovessero essere affidati ad una società che, per definizione, aveva un responsabilità limitata, invece che ad altre più grandi e con esperienza, nessuno venne a chiederlo proprio perché il Nobile Archeologo aveva dei poteri straordinari. Assegnò più di 11 milioni di talleri alla Gilda per ristrutturare il Teatro Grande, ma anche per montare e smontare le impalcature dello spettacolo che fu, appunto, spettacolare. Quindi i due Nobili Conti si potevano vantare di quello che avevano fatto ed erano contenti. Gli altri Nobili colpiti dai successi diedero ulteriori incarichi ai due Nobili Conti. Altre Gilde poterono lavorare ed erano contente, anche se un po’ di soldi dei lavori che facevano li davano indietro ai Nobili che li avevano commissionati. Qualche cittadino poteva lavorare nelle Gilde e, anche se siaccorgeva di qualcosa badava ai fatti suoi.
Ma continuando a lavorare così, in due anni, il Nobile Conte Archeologo riuscì a spendere 79 milioni di talleri, ma di questi ne impiegò proprio pochi per le antichità.

Per quanto quelli erano periodi dove i governanti facevano quello che gli andava di fare ed i cittadini si occupavano ciascuno dei fatti propri, la cosa diventò troppo evidente. Un importante Poliziotto dei Magnifici, che a quei tempi per comodità veniva chiamato PM, passò una domenica con la sua famiglia da quelle parti. Sua figlia gli chiese “perché tutti questi pezzi antichi sono lasciati così allo sfacelo? Non ci pensa nessuno a sistemarli e proteggerli?”, “Certo”, le rispose il padre, “c’è un Nobile Conte che sta facendo proprio questo”. Ma in cuor suo anche lui, come tutti i visitatori del posto antico, pensò che era troppo lasciato alla malora. Così il giorno dopo si informò su quanti talleri avessero dato al Nobile Conte per proteggere le antichità e, saputa la cifra, indagò scoprendo che il Nobile Conte quei soldi li aveva sperperati per molte cose, ma quasi mai per proteggere le antichità.

Visita Marcello Fiori  SOR 0010

Un Nobile Commissario Archeologo di quei tempi

Allora emanò un editto in cui si diceva che si arrestava il Capo della Gilda ed alcuni suoi collaboratori e che la Gilda non avrebbe potuto più lavorare per nessun Nobile. Il Nobile Conte Archeologo già non faceva più quel lavoro, ma non gli furono nemmeno tolti gli altri incarichi che aveva. In fondo anche il Poliziotto dei Magnifici era un Nobile e non poteva andare subito così contro ad un’altro Nobile. Quindi all’inizio solo i membri della Gilda ci rimisero, anche se tutti si immaginavano che i soldi presi dalla Gilda fossero andati un po’ anche ai due Nobili.

Come finì questa storia non si sa. Si pensa che a quei tempi la documentazione di queste cose venisse archiviata in fasi: i documenti dell’inizio delle indagini erano messi tutti in un archivio, mentre quelli relativi alla fine delle indagini tutti in un’altro. Deve essere successo un disastro od una calamità che ha distrutto il secondo archivio. Solo così è possibile spiegare il perché, di quegli anni passati alla Storia come gli “anni illogici”, non si sa nulla di come finissero queste indagini. Evidentemente sono giunti a noi solo i documenti del primo archivio.

Vivere la vita (Mannarino)

Vivere la vita è una cosa veramente grossa
C’è tutto il mondo tra la culla e la fossa
Sei partito da un piccolo porto
Dove la sete era tanta e il fiasco era corto
E adesso vivi….
Perché non avrai niente di meglio da fare
finchè non sarai morto
La vita è la più grande ubriacatura
Mentre stai bevendo intorno a te tutto gira
E incontri un sacco di gente
Ma quando passerà non ti ricorderai più niente
Ma non avere paura, qualcun’ altro si ricorderà di te
Ma la questione è…Perché?
Perché ha qualcosa che gli hai regalato
Oppure avevi un debito…e non l’hai pagato?
Non c’è cosa peggiore del talento sprecato
Non c’è cosa più triste di un padre che non ha amato…

Vivere la vita è come fare un grosso girotondo
C’è il momento di stare sù e quello di cadere giù nel fondo
E allora avrai paura
Perché a quella notte non eri pronto
Al mattino ti rialzerai sulle tue gambe
E sarai l’uomo più forte del mondo
Lei si truccava forte per nascondere un dolore
Lui si infilava le dita in gola….per vedere se veramente aveva un cuore
Poi quello che non aveva fatto la società l’ha fatto l’amore…
Guardali adesso come camminano leggeri senza un cognome….

Puoi cambiare camicia se ne hai voglia
E se hai fiducia puoi cambiare scarpe…
Se hai scarpe nuove puoi cambiare strada
E cambiando strada puoi cambiare idee
E con le idee puoi cambiare il mondo…
Ma il mondo non cambia spesso
Allora la tua vera Rivoluzione sarà cambiare te stesso
Eccoti sulla tua barchetta di giornale che sfidi le onde della radiotelevisione
Eccoti lungo la statale…che dai un bel pugno a uno sfruttatore
Eccoti nel tuo monolocale… che scrivi una canzone
Eccoti in guerra nel deserto che stai per disertare
E ora…eccoti sul letto che non ti vuoi più alzare…
E ti lamenti dei Governi e della crisi generale…

Posso dirti una cosa da bambino?
Esci di casa! Sorrdi!! Respira forte!
Sei vivo!…cretino…

Vivere la vita è una cosa veramente grossa
C’è tutto il mondo tra la culla e la fossa
Sei partito da un piccolo porto
Dove la sete era tanta e il fiasco era corto
E adesso vivi….
Perché non avrai niente di meglio da fare
finchè non sarai morto
La vita è la più grande ubriacatura
Mentre stai bevendo intorno a te tutto gira
E incontri un sacco di gente
Ma quando passerà non ti ricorderai più niente
Ma non avere paura, qualcun’ altro si ricorderà di te
Ma la questione è…Perché?
Perché ha qualcosa che gli hai regalato
Oppure avevi un debito…e non l’hai pagato?
Non c’è cosa peggiore del talento sprecato
Non c’è cosa più triste di un padre che non ha amato…

Vivere la vita è come fare un grosso girotondo
C’è il momento di stare sù e quello di cadere giù nel fondo
E allora avrai paura
Perché a quella notte non eri pronto
Al mattino ti rialzerai sulle tue gambe
E sarai l’uomo più forte del mondo
Lei si truccava forte per nascondere un dolore
Lui si infilava le dita in gola….per vedere se veramente aveva un cuore
Poi quello che non aveva fatto la società l’ha fatto l’amore…
Guardali adesso come camminano leggeri senza un cognome….

Puoi cambiare camicia se ne hai voglia
E se hai fiducia puoi cambiare scarpe…
Se hai scarpe nuove puoi cambiare strada
E cambiando strada puoi cambiare idee
E con le idee puoi cambiare il mondo…
Ma il mondo non cambia spesso
Allora la tua vera Rivoluzione sarà cambiare te stesso
Eccoti sulla tua barchetta di giornale che sfidi le onde della radiotelevisione
Eccoti lungo la statale…che dai un bel pugno a uno sfruttatore
Eccoti nel tuo monolocale… che scrivi una canzone
Eccoti in guerra nel deserto che stai per disertare
E ora…eccoti sul letto che non ti vuoi più alzare…
E ti lamenti dei Governi e della crisi generale…

Posso dirti una cosa da bambino?
Esci di casa! Sorrdi!! Respira forte!
Sei vivo!…cretino…

EHI! Un bel modo di dire Buone Feste

Ivan_Franek_EHIOggi sono andato a vedere lo spettacolo EHI! di Ivan Franek. Viene presentato come uno spettacolo di marionette, ma non è vero: è uno spettacolo dove le marionette hanno solo una parte.
Gli attori, che non si nascondono alla vista, con gesti, sguardi e suoni insieme alle marionette accompagnano il pubblico in un viaggio magico. Lo spettacolo è un insieme di ritmo, di geniali e simpatiche invenzioni che fanno dello spazio scenico il terzo elemento.

L’ho trovato divertente ed emozionante. Ridono i grandi, per le trovate e ridono i bambini per l’immediatezza. I loro urli e commenti ad alta voce non disturbano ma sono la vera colonna sonora.

Insomma per chi è a Roma il 6 Gennaio consiglio di passare un’ora alla Libreria Fandango in Via dei Prefetti, 22. Penso che l’orario sarà lo stesso di oggi le 18:30, ma chiedere una conferma al numero di telefono riportato nel sito non guasta…..

Auguri di Buone Feste a tutti!Ivan_Franek_EHIOggi sono andato a vedere lo spettacolo EHI! di Ivan Franek. Viene presentato come uno spettacolo di marionette, ma non è vero: è uno spettacolo dove le marionette hanno solo una parte.
Gli attori, che non si nascondono alla vista, con gesti, sguardi e suoni insieme alle marionette accompagnano il pubblico in un viaggio magico. Lo spettacolo è un insieme di ritmo, di geniali e simpatiche invenzioni che fanno dello spazio scenico il terzo elemento.

L’ho trovato divertente ed emozionante. Ridono i grandi, per le trovate e ridono i bambini per l’immediatezza. I loro urli e commenti ad alta voce non disturbano ma sono la vera colonna sonora.

Insomma per chi è a Roma il 6 Gennaio consiglio di passare un’ora alla Libreria Fandango in Via dei Prefetti, 22. Penso che l’orario sarà lo stesso di oggi le 18:30, ma chiedere una conferma al numero di telefono riportato nel sito non guasta…..

Auguri di Buone Feste a tutti!

La saggezza è in tutti


Qualche giorno fa Silvia ha scritto: “Grazie Vittorio per le tue pillole di saggezza.” Ovviamente mi ha fatto piacere e volevo scrivere un messaggio di ringraziamento, ma è successo che nel cercare le parole da scriverle i pensieri hanno iniziato a rimbalzare e diventare riflessioni. Così ho deciso di ringraziarla e rispondere in modo aperto per condividere con tutti i rimbalzi dei miei pensieri.

“Ciao Silvia, grazie del tuo commento, ma sopratutto grazie del tempo che usi per leggere le mie riflessioni. Le chiami pillole di saggezza, mi imbarazza un po’ questa specie di investitura e, sinceramente, quando scrivo non lo faccio con l’obiettivo di scrivere pensieri molto saggi. Inoltre ho la presunzione di conoscermi abbastanza bene; pensando alle cose che ho fatto nel mio primo mezzo secolo di vita, Silvia, posso affermare con certezza che non sono saggio!

Però te hai colto della saggezza e la tua sensazione e il tuo parere non lo metto in dubbio. Mi sono chiesto se c’è della saggezza e non è di casa in me, da dove è uscita fuori? Ho pensato se un saggio si ritirasse in vita di clausura la sua saggezza non potrebbe uscire fuori, nessuno se ne accorgerebbe. Ossia la sua saggezza non sarebbe nulla senza altri a cui comunicarla. Ed ecco, che penso di aver capito come, a volte, funziona.

Non esistono saggi e non saggi, come non esistono buoni e cattivi in senso assoluto. Ma la saggezza è nelle riflessioni che facciamo e nell’essere capaci ad incidere con tali riflessioni sulle nostre azioni, prima che su quelle di altri. I sono della stessa idea di Mario, che ha ipotizzato l’esistenza di una Macchina del Tempo in ciascuno di noi che ci consente di impegnarci, di studiare, di migliorarci, di applicarci, di tendere al domani invece che restare fermi all’oggi. E’ una macchina difficile e faticosa da utilizzare. Questa stessa macchina, o qualcosa di simile, penso abbia in se anche la nostra saggezza. Perciò Silvia sono contento che mi leggi e sono contentissimo che quello che scrivo stimoli la TUA saggezza.

Meglio che parliamo, scriviamo, leggiamo, qualsiasi cosa per far funzionare queste nostre macchine a pieni giri! E casomai per fr prendere la patente alle nuove generazioni….

Ciao Silvia Qualche giorno fa Silvia ha scritto: “Grazie Vittorio per le tue pillole di saggezza.” Ovviamente mi ha fatto piacere e volevo scrivere un messaggio di ringraziamento, ma è successo che nel cercare le parole da scriverle i pensieri hanno iniziato a rimbalzare e diventare riflessioni. Così ho deciso di ringraziarla e rispondere in modo aperto per condividere con tutti i rimbalzi dei miei pensieri.

“Ciao Silvia, grazie del tuo commento, ma sopratutto grazie del tempo che usi per leggere le mie riflessioni. Le chiami pillole di saggezza, mi imbarazza un po’ questa specie di investitura e, sinceramente, quando scrivo non lo faccio con l’obiettivo di scrivere pensieri molto saggi. Inoltre ho la presunzione di conoscermi abbastanza bene; pensando alle cose che ho fatto nel mio primo mezzo secolo di vita, Silvia, posso affermare con certezza che non sono saggio!

Però te hai colto della saggezza e la tua sensazione e il tuo parere non lo metto in dubbio. Mi sono chiesto se c’è della saggezza e non è di casa in me, da dove è uscita fuori? Ho pensato se un saggio si ritirasse in vita di clausura la sua saggezza non potrebbe uscire fuori, nessuno se ne accorgerebbe. Ossia la sua saggezza non sarebbe nulla senza altri a cui comunicarla. Ed ecco, che penso di aver capito come, a volte, funziona.

Non esistono saggi e non saggi, come non esistono buoni e cattivi in senso assoluto. Ma la saggezza è nelle riflessioni che facciamo e nell’essere capaci ad incidere con tali riflessioni sulle nostre azioni, prima che su quelle di altri. I sono della stessa idea di Mario, che ha ipotizzato l’esistenza di una Macchina del Tempo in ciascuno di noi che ci consente di impegnarci, di studiare, di migliorarci, di applicarci, di tendere al domani invece che restare fermi all’oggi. E’ una macchina difficile e faticosa da utilizzare. Questa stessa macchina, o qualcosa di simile, penso abbia in se anche la nostra saggezza. Perciò Silvia sono contento che mi leggi e sono contentissimo che quello che scrivo stimoli la TUA saggezza.

Meglio che parliamo, scriviamo, leggiamo, qualsiasi cosa per far funzionare queste nostre macchine a pieni giri! E casomai per fr prendere la patente alle nuove generazioni….

Ciao Silvia

Ho guardato il cielo


Sono andato ad un convegno al centro di Roma. Giovedì, un giorno di pioggia. Ma visto che ero in anticipo sono sceso una fermata prima e, con calma, mi sono avviato verso il luogo del convegno. La pioggia era sottile quasi inesistente, così ho fatto a meno dell’ombrello.

Si, lo so a Roma appena cadono due gocce tiriamo fuori l’ombrello perché non siamo abituati; ma a me piace camminare quando viene giù poca pioggia, camminare senza ombrello e sentire l’odore dell’acqua e delle cose bagnate. Mi fa sentire piú libero.

Durante questa passeggiata in libertá ho alzato la testa guardando il cielo. Mi sono sentito sereno e ho pensato che di solito non guardo in alto. L’attenzione è aumentata, con questo pensiero guardavo attorno e vedevo le persone: quelli in auto con lo sguardo di fronte, costretti dai confini del parabrezza; quelli a piedi osservavano il marciapiede davanti, molti celati sotto gli ombrelli con l’attenzione distolta dalla loro direzione solo dalle vetrine.

Nessuno guarda mai in alto. Intendo nella vita di tutti i giorno giorni, non in vacanza. In vacanza è naturale guardare il panorama, il cielo, anche lo sguardo e libero di vagare. Infatti gli unici che ho incontrato con lo sguardo a zonzo, si capiva che erano turisti. Ma nei giorni normali alle persone non capita, anche gli occhi seguono percorsi abitudinari della vita che chiamiamo normale.

Quella sensazione di leggerezza e felicità, mi ha stuzzicato piacevolmente. Voglio provare a svicolare da questa specie di trappola, d’ora in poi cercherò di guardare in alto più spesso, almeno ogni giorno. Sono andato ad un convegno al centro di Roma. Giovedì, un giorno di pioggia. Ma visto che ero in anticipo sono sceso una fermata prima e, con calma, mi sono avviato verso il luogo del convegno. La pioggia era sottile quasi inesistente, così ho fatto a meno dell’ombrello.

Si, lo so a Roma appena cadono due gocce tiriamo fuori l’ombrello perché non siamo abituati; ma a me piace camminare quando viene giù poca pioggia, camminare senza ombrello e sentire l’odore dell’acqua e delle cose bagnate. Mi fa sentire piú libero.

Durante questa passeggiata in libertá ho alzato la testa guardando il cielo. Mi sono sentito sereno e ho pensato che di solito non guardo in alto. L’attenzione è aumentata, con questo pensiero guardavo attorno e vedevo le persone: quelli in auto con lo sguardo di fronte, costretti dai confini del parabrezza; quelli a piedi osservavano il marciapiede davanti, molti celati sotto gli ombrelli con l’attenzione distolta dalla loro direzione solo dalle vetrine.

Nessuno guarda mai in alto. Intendo nella vita di tutti i giorno giorni, non in vacanza. In vacanza è naturale guardare il panorama, il cielo, anche lo sguardo e libero di vagare. Infatti gli unici che ho incontrato con lo sguardo a zonzo, si capiva che erano turisti. Ma nei giorni normali alle persone non capita, anche gli occhi seguono percorsi abitudinari della vita che chiamiamo normale.

Quella sensazione di leggerezza e felicità, mi ha stuzzicato piacevolmente. Voglio provare a svicolare da questa specie di trappola, d’ora in poi cercherò di guardare in alto più spesso, almeno ogni giorno.

L’elastico del tempo

2012-11-29 22.40.52Perché quando avevo 5 anni un’ora era un’eternitá e a 50 anni dura il tempo di uno starnuto? A Giugno la fine delle scuole segnava l’inizio di un’eternitá di giochi, corse, vacanze. Ora si vedono i primi addobbi di Natale e mi sembra ieri che avevo tolto il piumone dal letto.

Mi vengono in mente le frasi del tipo “com’è cresciuto, il tempo vola!”, “ma da quanto non ci vediamo? Tre anni, possibile? Sembra ieri”. Le ho pronunciate anch’io e non l’ho mai sentite da ragazzi che dichiarano l’etá che inizia con uno. Sono frasi da vecchi. Ma perché che succede? Penso di averlo scoperto. O lo spero.
A cinque anni ogni incontro, fatto o evento è quello che ci appare e basta. Il tempo lo passiamo ad osservare attentamente ogni cosa e persona per capire, per conoscere. Usiamo tutto il tempo per quello che accade in quel momento. Una gara di velocitá con i cartoni giù per una scarpata, si ripete dieci, venti volte e non é mai uguale alla precedente. Di fronte ad una persona i bambini sono interessati, l’unico tentennamento è nel decidere se far prevalere la curiositá o la timidezza.
Da adulti le cose che abbiamo fatto sono ricordi, belli e brutti. Alcuni ci segnano, altri vengono rapidamente nascosti nei rifugi della mente o svaniscono senza lasciare alcuna memoria. Altri si trasformano in rimorsi e si accumulano, tutti formano il bagaglio che ci portiamo appresso ogni giorno e che ogni giorno cresce. È il bagaglio delle esperienze che ci fa affrontare i nuovi momenti con capacità diversa. ;
Quando incontriamo una persona o siamo in una situazione nuova, ora la leggiamo e la interpretiamo con il filtro delle esperienze nel nostro bagaglio.
Ed ecco la differenza. Il tempo adesso per un bambino è quello che è. Viene vissuto tutto senza occuparlo con altro. Un adulto passa una parte del suo tempo adesso a frugare nel suo bagaglio per cercare tra le sue esperienze quelle che lo aiuteranno ad affrontare quell’adesso. E il bagaglio cresce e non sempre sono le esperienze positive a riempirlo, ma rimorsi e paure ne occupano una gran parte. Il tempo ora vola perché è occupato dal tempo passato, i bambini non hanno tempo passato, quindi a loro non vola il tempo.
Invecchiamo quando ci trasciniamo questo bagaglio e lasciamo che si mangi il nostro tempo, che lo restringa consumandolo con tentennamenti e diffidenze, senza permetterci di viverlo. I vecchi parlano spesso dei loro ricordi, di quello che hanno fatto e di come erano i loro tempi. Passano il loro tempo di adesso a riempirlo con i tempi passati o con l’ansia ed il timore del dopo. E non hanno piú un adesso.
Penso a quando andavo in ufficio in macchina. Due ore al giorno, passate a cercare di sbrigarmi o pensando a quello che avrei fatto in ufficio o quello che dovevo fare a casa, ma senza concludere nulla. Al massimo qualche telefonata, qualche call, ma rare le volte in cui quelle due ore non erano un pugno di minuti scivolati via senza lasciar nessun segno. Adesso prendo i mezzi e ci metto circa lo stesso tempo. Ma vedo le persone, leggo le loro espressioni, sento i discorsi. Sembra un viaggio che non finisce mai. ;
Ho deciso che non diventerò vecchio. Il mio corpo si certo, ma io in questo senso no. Mi voglio riprendere tutta la durata del tempo per intero, il mio bagaglio contiene le cose che mi hanno fatto diventare (piú o meno) adulto, ma non permetterò più al suo contenuto di invadere il mio tempo. ;

2012-11-29 22.40.52Perché quando avevo 5 anni un’ora era un’eternitá e a 50 anni dura il tempo di uno starnuto? A Giugno la fine delle scuole segnava l’inizio di un’eternitá di giochi, corse, vacanze. Ora si vedono i primi addobbi di Natale e mi sembra ieri che avevo tolto il piumone dal letto.

Mi vengono in mente le frasi del tipo “com’è cresciuto, il tempo vola!”, “ma da quanto non ci vediamo? Tre anni, possibile? Sembra ieri”. Le ho pronunciate anch’io e non l’ho mai sentite da ragazzi che dichiarano l’etá che inizia con uno. Sono frasi da vecchi. Ma perché che succede? Penso di averlo scoperto. O lo spero.
A cinque anni ogni incontro, fatto o evento è quello che ci appare e basta. Il tempo lo passiamo ad osservare attentamente ogni cosa e persona per capire, per conoscere. Usiamo tutto il tempo per quello che accade in quel momento. Una gara di velocitá con i cartoni giù per una scarpata, si ripete dieci, venti volte e non é mai uguale alla precedente. Di fronte ad una persona i bambini sono interessati, l’unico tentennamento è nel decidere se far prevalere la curiositá o la timidezza.
Da adulti le cose che abbiamo fatto sono ricordi, belli e brutti. Alcuni ci segnano, altri vengono rapidamente nascosti nei rifugi della mente o svaniscono senza lasciare alcuna memoria. Altri si trasformano in rimorsi e si accumulano, tutti formano il bagaglio che ci portiamo appresso ogni giorno e che ogni giorno cresce. È il bagaglio delle esperienze che ci fa affrontare i nuovi momenti con capacità diversa. ;
Quando incontriamo una persona o siamo in una situazione nuova, ora la leggiamo e la interpretiamo con il filtro delle esperienze nel nostro bagaglio.
Ed ecco la differenza. Il tempo adesso per un bambino è quello che è. Viene vissuto tutto senza occuparlo con altro. Un adulto passa una parte del suo tempo adesso a frugare nel suo bagaglio per cercare tra le sue esperienze quelle che lo aiuteranno ad affrontare quell’adesso. E il bagaglio cresce e non sempre sono le esperienze positive a riempirlo, ma rimorsi e paure ne occupano una gran parte. Il tempo ora vola perché è occupato dal tempo passato, i bambini non hanno tempo passato, quindi a loro non vola il tempo.
Invecchiamo quando ci trasciniamo questo bagaglio e lasciamo che si mangi il nostro tempo, che lo restringa consumandolo con tentennamenti e diffidenze, senza permetterci di viverlo. I vecchi parlano spesso dei loro ricordi, di quello che hanno fatto e di come erano i loro tempi. Passano il loro tempo di adesso a riempirlo con i tempi passati o con l’ansia ed il timore del dopo. E non hanno piú un adesso.
Penso a quando andavo in ufficio in macchina. Due ore al giorno, passate a cercare di sbrigarmi o pensando a quello che avrei fatto in ufficio o quello che dovevo fare a casa, ma senza concludere nulla. Al massimo qualche telefonata, qualche call, ma rare le volte in cui quelle due ore non erano un pugno di minuti scivolati via senza lasciar nessun segno. Adesso prendo i mezzi e ci metto circa lo stesso tempo. Ma vedo le persone, leggo le loro espressioni, sento i discorsi. Sembra un viaggio che non finisce mai. ;
Ho deciso che non diventerò vecchio. Il mio corpo si certo, ma io in questo senso no. Mi voglio riprendere tutta la durata del tempo per intero, il mio bagaglio contiene le cose che mi hanno fatto diventare (piú o meno) adulto, ma non permetterò più al suo contenuto di invadere il mio tempo. ;

È un paese per vecchi?

Prendiamo un caffè seduti ad un bar in una cittadina delle Marche; è una delle tante che fanno l’Italia, o almeno una gran parte del nostro paese. Si vedono i giardini pieni di bambini che giocano, oggi non c’è scuola. Bambini che corrono, ridono, piangono; bambini con genitori al seguito e nonni. A vedere bene più nonni che genitori. Anzi, guardo meglio, ci sono quasi più nonni che bambini. Perché non ci sono solo i nonni, ma anche gli amici dei nonni e si ritrovano tutti ai giardini a vedere i loro nipoti, a parlare delle ultima cose che sono successe, di cosa hanno mangiato, di quello che mangeranno, degli aggiornamenti dei loro malanni e di chi non riesce nemmeno ad uscire di casa per raccontarli. Ma anche qui, al bar. Noi siamo i piú giovani, attorno a noi anziani a godersi l’ultimo caldo d’autunno. “Come sta lo nipote tuo?”, “Ma Ninetta s’è più vista?”, “Io le verdure le prendo sempre da Principi, ma la mattina”, “E che ne sacciu io!”, “Quello faceva lo ingegnere, mò è pensionato bene!”

I discorsi sono legati fra loro da un unico tema: lo star bene e la preoccupazione che possa succedere qualcosa. In modo esplicito o no, parlano tutti con una nota unica di fondo, che è la paura che le cose non siano più come loro sanno o come sanno governare. Fa tenerezza sentire come la dimensione del personale e dello star bene siano il confine del loro mondo. Al di fuori ci può essere la globalizzazione, le guerre, gli attentati, internet, ma sono elementi mantenuti estranei dalla lente tranquiillizzante della televisione.

Vedo questo, ma qualcosa in me si ribella. Suona un tocco che significa “qualcosa non mi torna” e questo allarme muta la tenerezza in dubbio. Si perché queste stesse persone che vivono a misura del proprio “personale” contribuiscono come tutti alla scelta della classe governante e la scelgono secondo le loro paure. Mmmm altro campanello…. Questa riflessione mi ricorda un film del 1976 “La fuga di Logan” dove gli esseri umani venivano eliminati al compiere dei 30 anni; insomma mi sembra che rasenti i pensieri di una razza pura e senza paura. Poi se penso a me stesso, chi mi dice che anche io non diventi così? O, addirittura, non lo sia giá? E non é vero che ci sono persone di 40, 30 anni o altre età che guidano le loro scelte sulla base del timore? Si, penso che si vero; meno male! Così ho salvato i quasi 13 milioni di ultra-sessantenni che esistono in Italia e ho fornito un alibi alla mia vecchiaia.

In effetti l’età avannzata di per sè non è un fattore discriminante in alcun modo e, tantomeno, qualcosa da temere ed evitare il più possibile, con trattamenti artificiali o pozioni miracolose. Penso che la curiositá e l’apertura alle novitá siano l’unico antidoto alle paure e diffidenze che sclerotizzano la mente ed il pensiero. D’altronde il mio motto è “fino a ieri non sapevo chi sono, oggi non so chi sarò”. È quando non esiste più questa differenza tra due giorni che iniziamo a morie.

Prendiamo un caffè seduti ad un bar in una cittadina delle Marche; è una delle tante che fanno l’Italia, o almeno una gran parte del nostro paese. Si vedono i giardini pieni di bambini che giocano, oggi non c’è scuola. Bambini che corrono, ridono, piangono; bambini con genitori al seguito e nonni. A vedere bene più nonni che genitori. Anzi, guardo meglio, ci sono quasi più nonni che bambini. Perché non ci sono solo i nonni, ma anche gli amici dei nonni e si ritrovano tutti ai giardini a vedere i loro nipoti, a parlare delle ultima cose che sono successe, di cosa hanno mangiato, di quello che mangeranno, degli aggiornamenti dei loro malanni e di chi non riesce nemmeno ad uscire di casa per raccontarli. Ma anche qui, al bar. Noi siamo i piú giovani, attorno a noi anziani a godersi l’ultimo caldo d’autunno. “Come sta lo nipote tuo?”, “Ma Ninetta s’è più vista?”, “Io le verdure le prendo sempre da Principi, ma la mattina”, “E che ne sacciu io!”, “Quello faceva lo ingegnere, mò è pensionato bene!”

I discorsi sono legati fra loro da un unico tema: lo star bene e la preoccupazione che possa succedere qualcosa. In modo esplicito o no, parlano tutti con una nota unica di fondo, che è la paura che le cose non siano più come loro sanno o come sanno governare. Fa tenerezza sentire come la dimensione del personale e dello star bene siano il confine del loro mondo. Al di fuori ci può essere la globalizzazione, le guerre, gli attentati, internet, ma sono elementi mantenuti estranei dalla lente tranquiillizzante della televisione.

Vedo questo, ma qualcosa in me si ribella. Suona un tocco che significa “qualcosa non mi torna” e questo allarme muta la tenerezza in dubbio. Si perché queste stesse persone che vivono a misura del proprio “personale” contribuiscono come tutti alla scelta della classe governante e la scelgono secondo le loro paure. Mmmm altro campanello…. Questa riflessione mi ricorda un film del 1976 “La fuga di Logan” dove gli esseri umani venivano eliminati al compiere dei 30 anni; insomma mi sembra che rasenti i pensieri di una razza pura e senza paura. Poi se penso a me stesso, chi mi dice che anche io non diventi così? O, addirittura, non lo sia giá? E non é vero che ci sono persone di 40, 30 anni o altre età che guidano le loro scelte sulla base del timore? Si, penso che si vero; meno male! Così ho salvato i quasi 13 milioni di ultra-sessantenni che esistono in Italia e ho fornito un alibi alla mia vecchiaia.

In effetti l’età avannzata di per sè non è un fattore discriminante in alcun modo e, tantomeno, qualcosa da temere ed evitare il più possibile, con trattamenti artificiali o pozioni miracolose. Penso che la curiositá e l’apertura alle novitá siano l’unico antidoto alle paure e diffidenze che sclerotizzano la mente ed il pensiero. D’altronde il mio motto è “fino a ieri non sapevo chi sono, oggi non so chi sarò”. È quando non esiste più questa differenza tra due giorni che iniziamo a morie.

Contropelo: Ieri sono finite le scuole. Mi dispiace, ma non mi sento bene donando qualcosa

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Vedo spesso in televisione o sulla pubblicità dei giornali degli annunci che invitano a fare delle piccole offerte per delle buone cause. Sento che, con un mio piccolo contributo, eviterò di far morire di fame o di sete o di un semplice raffreddore, dei numeri incredibili di vite umane e comunque salvare tanti bambini.
Sono messaggi che non possono non colpire: mi portano la consapevolezza di una realtà di sofferenze che è contemporanea alla mia vita, fatta si di tante difficoltà, ma nessuna paragonabile a quel combattere giorno per giorno solo per sopravvivere. E sono tante le organizzazioni che si impegnano su questo fronte, basta andare su Google e cercare con “ONLUS bambini” ed è difficile scegliere.
Inoltre l’impegno richiesto per sostenere i volontari che si adoperano per eliminare o almeno ridurre queste ingiustizie non è elevato.
E qui mi sento come se mi avessero fatto un carezza contropelo ma non so dire subito bene il perché.

Parlando con amici e conoscenti posso stilare una serie di comportamenti rispetto a queste richieste riportando, in sintesi, le frasi che ho sentito:

    • c’è chi non contribuisce e dice “chissà dove vanno a finire tutti questi soldi”
    • c’è chi contribuisce perché “in fondo non chiedono tanti soldi”
    • c’è chi non contribuisce perché “nel mondo ci sono sempre state le disparità e non sono i miei 5 euro che cambieranno la situazione”
    • c’è chi contribuisce perché “è giusto per evitare tali sterminiii”
    • c’è chi contribuisce e non dice nulla
    • c’è chi non contribuisce e non dice nulla

Insomma tra con chi teme le truffe (d’altronde basta andare su Google e cercare con “ONLUS bambini truffe”…) e con chi è indifferente si fonda il fronte del rifiuto, mentre il fronte del sostegno si basa sulle persone indifferenti alla cifra e su chi considera giusta l’azione di sostegno per evitare questi massacri.
Su queste dichiarazioni di giustizia d’intervento spesso compare un’altra sensazione contropelo che non so spiegare.

Improvvisamente ho trovato una spiegazione. Attenzione! È una spiegazione alle mie sensazioni di contropelo non è una spiegazione per indurre a donare o meno; quest’ultimo aspetto rimane, a mio parere, una scelta personale.

Ieri sono finite le scuole, o meglio, era il primo giorno col le scuole chiuse. Ho fatto il giro di alcuni negozi e di supermercati per la spesa del fine settimana. A differenza delle altre settimane i supermercati erano pieni di gruppi di ragazzini di tutte le età (direi dai 10 ai 15 anni) che facevano la spesa in gruppo. Allegri e chiassosi si aggiravano tra gli scaffali comprando biscotti, acque, bevande, uova, farina, sugo, pizza, formaggio. Tra loro scherzavano in quel modo un po’ maleducato e un po’ strafottente che li fa sentire più grandi, più liberi e meno timidi. È un modo che hai grandi da fastidio, ma a quell’età è l’espressione del caos che c’è tra timidezza, gusto di affermazione e tempeste ormonali.
I vari gruppi si sondavano e si davano appuntamenti indiretti:
“Che Luca sta con voi?”
“Forse ci raggiunge dopo. Dove andate voi?”
“A villa Chigi e voi?”
“Forse a Villa Ada.”
“Aaaa, ma dove?”
“Sopra, nel pratone dopo il bar”
“Forse, dopo ci passiamo. Ciao”
“Ciao”

Se penso a me a quell’età, non ricordo bene, sicuramente avevo paura di essere ridicolo o inadatto e quindi mi comportavo secondo gli schemi di allora che a me davano una sensazione di sicurezza e di essere fico, ma vedendomi dopo mi rendevano ridicolo ed inadatto! E così mi sembrava di questi gruppi che ai miei occhi si stavano preparando ad una merenda sui prati nel primo giorno senza scuola.

Uscendo ho capito.
Tranne merende, pizze e formaggi che venivano subito divorate all’uscita, il resto erano armi. Farina, uova, sugo ed acqua servivano come pallottole per la guerra che avrebbero scatenato nei prati.
Ho dovuto ripetere nella mia testa il concetto: “per tirarseli addosso avevano comprato farina, uova sugo e si, anche acqua minerale”.

Mi sono tornate alla mente le foto e le facce dei bambini che muoiono di fame e che si possono salvare con due euro per comprar loro un chilo di riso e un chilo di farina con cui mangiano per una settimana.
Ecco il perché delle mie carezze contropelo: la prima, un comportamento così piccolo (i 5 euro donati) che risolve così grandi problemi per me e per la società in cui vivo non è nulla. Ma allora quanti sono i comportamenti piccoli, che io assumo vivendo nella mia società, che invece producono o concorrono a mantenere in vita questi problemi?
Chi ha insegnato a quei ragazzi lo scarso valore del cibo? Si anch’io al martedì grasso tiravo uova e farina a scuola, ma giravo per ristoranti, pizzerie e panetterie a chieder loro se ne avevano di vecchia e da buttare. I 2-3 giravamo 30-40 posti per racimolare un paio di sacchetti pieni di farina con le farfalle. Forse quello era l’inizio dello spreco?
Però se è vero che le risorse della terra non bastano per tutti è una conseguenza ovvia che da qualche parte del mondo qualcuno muoia di fame se da qualche altra ci si tira addosso farina, uova e acqua minerale.

La seconda carezza contropelo. Capisco che non è così giusto” contribuire con un’offerta per queste cause, è più che altro doveroso per sopire un senso di imbarazzo che si insinua nelle nostre menti in modo inconscio. Se noi viviamo spendendo il soldi per comprare dei cappottino ai cani con tutto il più genuino affetto per l’essere vivente che ci vive affianco, forse l’inconscio paragona quei soldi con quelli che servono a salvare una vita. Inoltre, cercando di essere crudelmente sintetico, non è “giusto” salvare le vite di tanti bambini per poi farli morire da grandi in un barcone al largo di Pantelleria. Perché una volta sopravvissuti quei bambini diventeranno degli adolescenti in un paese dove certo non potranno tirarsi uova e farina finite le scuole; sempre che abbiano quaderni e matite in una scuola e non mitra e pallottole di provenienza occidentale o che siano saltati su una mina costruita da mani Italiane (mentre scrivo mi viene un’altro dubbio cinico: chissà se qualche dipendente delle fabbriche di armi fa delle donazioni per far sopravvivere i bambini poveri?).

Quindi sono certo di due cose: la prima è che anche i più piccoli comportamenti possono contribuire. Sono comportamenti che includono le donazioni una-tantum ma ne vanno ben oltre e si esprimono nella vita di tutti i giorni.
La seconda che il concetto di giustizia perte dal dare il giusto valore alle cose, al cibo, alle persone: non solo per quanti dei nostri bisogni soddisfano. Quindi attenzione a dire che una cosa è giusta solo perché soddisfa il nostro bisogno di serenità e di coscienza pulita, cerchiamo di essere sinceri almeno con noi stessi.

Le colpe degli anziani con i SUV e del giornalista di Repubblica

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Giornali, tv e blog hanno dato spazio nell’evidenziare l’orrore di una morte causata da motivi futili per un banale litigio. Angelo Pelucchi di 72 anni avrebbe confessato di essere l’uomo che ha ucciso Guido Gremmi di 76 anni, investendolo dopo che aveva protestato perché lui, con il suo Suv, aveva occupato il parcheggio per disabili assegnato alla moglie dell’uomo sotto casa.
Si legge sul sito di Repubblica nella cronaca di Milano a questo link:

Ora sarà lo stesso presunto omicida a chiarire esattamente la dinamica del delitto, efferato e insensato, che ha profondamente colpito l’opinione pubblica, soprattutto in provincia di Cremona, dove la gente è divisa fra la preoccupazione per la sempre maggiore pericolosità delle strade e una rabbia mista a dolore che si percepisce chiaramente dai discorsi nelle strade, affollate per il primo appuntamento prenatalizio della città del Torrazzo, la tradizionale festa del Torrone, che per di più si sviluppa a due passi dalla via in cui è avvenuto il delitto, via Alessandro Capra.

Ma siamo del tutto impazziti? Il giornalista di Repubblica ha acceso il cervello prima di scrivere queste cose? E’ morta una persona per l’indifferenza verso l’altro. La colpa piú grossa del signor Pelucchi è dell’essere stato indifferente e di aver parcheggiato nel posto riservato ai disabili; di infischiarsene delle cause che le sue azioni possono avere sugli altri; di pensare solo ai fatti suoi e parcheggiare dove gli fa comodo; di ritenersi al di sopra e in diritto di assolversi dal violare le regole.

Non è una colpa cosí teatrale come quella di aver ucciso una persona, che fa scrivere pagine di giornali e ha portato la tragedia in una famiglia. Ma è la colpa che ha portato il signor Pelucchi a ritenersi giorno dopo giorno in grado di decidere quali regole per lui fosse giusto seguire e quali no, fino a fargli decidere che trascinare una persona con la sua auto fosse accettabile.
Questa colpa forse non è prevista nelle nostre leggi e non è perseguibile, ma è di gran lunga la piú orrenda.

Penso che il signor Pelucchi ne abbia altre di colpe. Intanto è difficile non pensare che questa sua spavalderia sia abituale e sia stata esercitata altre volte. Allora, se questo è vero, quante sono le persone che oltre ad affrontare le difficoltà di un handicap hanno dovuto aspettare che il signor Pelucchi spostasse la sua macchina? Che hanno dovuto fermare la propria vita per aspettare i comodi suoi?
Poi, come per tutti noi, l’ulteriore colpa è nell’esempio. Quanti vedendo il suo atteggiamento sono stati indotti a farlo proprio? A quanti signor Pelucchi può aver insegnato questa abitudine all’indifferenza?

E il giornalista di Repubblica? Dice che le più grandi preoccupazioni sono la pericolosità delle strade ed il dolore che si percepisce per l’appuntamento prenatalizio della tradizionale festa del torrone! Ma che centra, non c’è intervento di sicurezza o di polizia che si possa mettere in atto per evitare queste cose. E la festa del torrone? Per quanto suona ridicola la sua affermazione è un’offesa alla signora Gremmi ed ai cittadini di Cremona, da lei dipinti come preoccupati del loro torrone più che delle condizioni di vita civile della loro città.
È la testimonianza che l’indifferenza esercitata dal signor Pelucchi ha degli accoliti. Per il giornalista fa più audience la festa del torrone piuttosto che prendere posizione rispetto a comportamenti sbagliati, ingiusti e condannabili.

Mi dispace sigora Gremmi. Lei è l’unica che, colpita dal dolore della perdita e dalla rabbia dell’impotenza, resta a confrontarsi ogni giorno con questa indifferenza che oramai è legata a un triste ricordo.20111121-102939.jpg
Giornali, tv e blog hanno dato spazio nell’evidenziare l’orrore di una morte causata da motivi futili per un banale litigio. Angelo Pelucchi di 72 anni avrebbe confessato di essere l’uomo che ha ucciso Guido Gremmi di 76 anni, investendolo dopo che aveva protestato perché lui, con il suo Suv, aveva occupato il parcheggio per disabili assegnato alla moglie dell’uomo sotto casa.
Si legge sul sito di Repubblica nella cronaca di Milano a questo link:

Ora sarà lo stesso presunto omicida a chiarire esattamente la dinamica del delitto, efferato e insensato, che ha profondamente colpito l’opinione pubblica, soprattutto in provincia di Cremona, dove la gente è divisa fra la preoccupazione per la sempre maggiore pericolosità delle strade e una rabbia mista a dolore che si percepisce chiaramente dai discorsi nelle strade, affollate per il primo appuntamento prenatalizio della città del Torrazzo, la tradizionale festa del Torrone, che per di più si sviluppa a due passi dalla via in cui è avvenuto il delitto, via Alessandro Capra.

Ma siamo del tutto impazziti? Il giornalista di Repubblica ha acceso il cervello prima di scrivere queste cose? E’ morta una persona per l’indifferenza verso l’altro. La colpa piú grossa del signor Pelucchi è dell’essere stato indifferente e di aver parcheggiato nel posto riservato ai disabili; di infischiarsene delle cause che le sue azioni possono avere sugli altri; di pensare solo ai fatti suoi e parcheggiare dove gli fa comodo; di ritenersi al di sopra e in diritto di assolversi dal violare le regole.

Non è una colpa cosí teatrale come quella di aver ucciso una persona, che fa scrivere pagine di giornali e ha portato la tragedia in una famiglia. Ma è la colpa che ha portato il signor Pelucchi a ritenersi giorno dopo giorno in grado di decidere quali regole per lui fosse giusto seguire e quali no, fino a fargli decidere che trascinare una persona con la sua auto fosse accettabile.
Questa colpa forse non è prevista nelle nostre leggi e non è perseguibile, ma è di gran lunga la piú orrenda.

Penso che il signor Pelucchi ne abbia altre di colpe. Intanto è difficile non pensare che questa sua spavalderia sia abituale e sia stata esercitata altre volte. Allora, se questo è vero, quante sono le persone che oltre ad affrontare le difficoltà di un handicap hanno dovuto aspettare che il signor Pelucchi spostasse la sua macchina? Che hanno dovuto fermare la propria vita per aspettare i comodi suoi?
Poi, come per tutti noi, l’ulteriore colpa è nell’esempio. Quanti vedendo il suo atteggiamento sono stati indotti a farlo proprio? A quanti signor Pelucchi può aver insegnato questa abitudine all’indifferenza?

E il giornalista di Repubblica? Dice che le più grandi preoccupazioni sono la pericolosità delle strade ed il dolore che si percepisce per l’appuntamento prenatalizio della tradizionale festa del torrone! Ma che centra, non c’è intervento di sicurezza o di polizia che si possa mettere in atto per evitare queste cose. E la festa del torrone? Per quanto suona ridicola la sua affermazione è un’offesa alla signora Gremmi ed ai cittadini di Cremona, da lei dipinti come preoccupati del loro torrone più che delle condizioni di vita civile della loro città.
È la testimonianza che l’indifferenza esercitata dal signor Pelucchi ha degli accoliti. Per il giornalista fa più audience la festa del torrone piuttosto che prendere posizione rispetto a comportamenti sbagliati, ingiusti e condannabili.

Mi dispace sigora Gremmi. Lei è l’unica che, colpita dal dolore della perdita e dalla rabbia dell’impotenza, resta a confrontarsi ogni giorno con questa indifferenza che oramai è legata a un triste ricordo.

Il bisogno della sofferenza

2005 Cile

Mentre facevo la terapia, in ospedale ho letto, su uno di quei giornali che ti aspetti di trovare dal barbiere, che l’allenatore della Pellegrini, Philippe Lucas, un personaggio con una biografia non molto invidiabile, ha affermato in una intervista: “soffrire è fondamentale per vincere. A qualcuno non piace? È un problema suo”.

Mi sono ricordato di una discussione fatta pochi giorni prima con alcuni miei amici che erano venuti a farmi visita. La madre di un bambino aveva detto che a suo figlio piaceva molto giocare con me, infatti ogni volta che ci vediamo ci sfidiamo su videogiochi, mentre con loro non è la stessa cosa.
Le ho risposto che per me è molto semplice: io gioco con lui per divertirmi e non per farlo divertire, quindi gioco per vincere, nelle regole, ma a tutti i costi considerandolo un avversario da battere.
Anatema! Sono stato criticato, da un’altra amica, come troppo repressivo ed esageratamente duro. Ha detto che così faccio soffrire inutilmente i bambini. Secondo lei si crea il mito del genitore superuomo che nel tempo o inibisce oppure, quando si cresce, genera delle delusioni verso la figura adulta e delle crisi.
Io non sono d’accordo. Gli adulti sono adulti e i bambini sono bambini, l’importante è che gli adulti si relazionino con i bambini come tali e non come attori che fingono di essere bambini. Secondo me il problema è negli adulti che non sanno essere tali.
Io da piccolo ero contento di giocare con mio papà, era diverso rispetto a quando giocavo con i miei amici, ma era ugualmente divertente: quando si faceva la lotta vinceva sempre lui, ma era ovvio: era più forte e più grosso, io non vincevo mai, al più lui si arrestava e ridevamo. Ma era normale, sarebbe stato ridicolo se io avessi battuto lui.
La sofferenza di queste situazioni per me è educativa permette di esercitare aspetti come la costanza, la concentrazione, la volontà che altrimenti la vita stessa ci farà affrontare trovandoci del tutto impreparati.
La vittoria facile non esiste e far crescere le nuove generazioni facilitandole loro “vittorie” o semplificando la strada per il loro successi non ne farà altro che una generazione di frustrati quoando non avranno più dietro di sé tali facilitatori.

2005 Cile

Mentre facevo la terapia, in ospedale ho letto, su uno di quei giornali che ti aspetti di trovare dal barbiere, che l’allenatore della Pellegrini, Philippe Lucas, un personaggio con una biografia non molto invidiabile, ha affermato in una intervista: “soffrire è fondamentale per vincere. A qualcuno non piace? È un problema suo”.

Mi sono ricordato di una discussione fatta pochi giorni prima con alcuni miei amici che erano venuti a farmi visita. La madre di un bambino aveva detto che a suo figlio piaceva molto giocare con me, infatti ogni volta che ci vediamo ci sfidiamo su videogiochi, mentre con loro non è la stessa cosa.
Le ho risposto che per me è molto semplice: io gioco con lui per divertirmi e non per farlo divertire, quindi gioco per vincere, nelle regole, ma a tutti i costi considerandolo un avversario da battere.
Anatema! Sono stato criticato, da un’altra amica, come troppo repressivo ed esageratamente duro. Ha detto che così faccio soffrire inutilmente i bambini. Secondo lei si crea il mito del genitore superuomo che nel tempo o inibisce oppure, quando si cresce, genera delle delusioni verso la figura adulta e delle crisi.
Io non sono d’accordo. Gli adulti sono adulti e i bambini sono bambini, l’importante è che gli adulti si relazionino con i bambini come tali e non come attori che fingono di essere bambini. Secondo me il problema è negli adulti che non sanno essere tali.
Io da piccolo ero contento di giocare con mio papà, era diverso rispetto a quando giocavo con i miei amici, ma era ugualmente divertente: quando si faceva la lotta vinceva sempre lui, ma era ovvio: era più forte e più grosso, io non vincevo mai, al più lui si arrestava e ridevamo. Ma era normale, sarebbe stato ridicolo se io avessi battuto lui.
La sofferenza di queste situazioni per me è educativa permette di esercitare aspetti come la costanza, la concentrazione, la volontà che altrimenti la vita stessa ci farà affrontare trovandoci del tutto impreparati.
La vittoria facile non esiste e far crescere le nuove generazioni facilitandole loro “vittorie” o semplificando la strada per il loro successi non ne farà altro che una generazione di frustrati quoando non avranno più dietro di sé tali facilitatori.