I due amici e l’orso

Due amici andavano insieme a passeggio per una selva. Uno era buono e modesto; l’altro cattivo e vantatore sfacciato della propria generosità e del proprio coraggio.
– Mi vedrai al cimento,
diceva egli al compagno, sgranando due occhi da basilisco e facendo il mulinello con un gran bastone bernoccoluto
– mi vedrai al cimento, se avremo la fortuna che ci capiti il pericolo di qualche disgrazia.

E la fortuna del pericolo d’una disgrazia non si fece aspettare.

Videro, a un tratto, sbucare da una caverna un orso che pareva, Gesù ci liberi tutti, una montagna di pelo, di zampe, d’unghioni lunghi come coltelli da cucina e di zanne bianche come una tastiera di pianoforte.
Mamma mia! E il male non era che essi avessero veduto l’orso, il peggio era che l’orso aveva visto loro e che veniva avanti a bocca spalancata, col proposito non dubbio di fare una scorpacciata di ragazzi crudi.

Il vantatore sfacciato che, fra le altre cose, si chiamava di nome Napoleone, fu lesto a rampicare in cima a un grosso albero. Cecco (quello buono e modesto si chiamava a questa maniera), Cecco, che non fu svelto a mettersi in salvo, vistosi perso e ricordandosi che gli orsi non mangiano mai carne di cadaveri, si buttò in terra disteso, fingendosi morto. L’orso gli fu subito addosso e cominciò a scuoterlo con le
zampe e a fiutarlo, ora nella bocca, ora nelle gote, ora negli orecchi.

Ingannato dalla finzione di Cecco, che rimase immobile rattenendo il fiato, l’orso, dondolandosi scontento, se ne andò dopo poco per i fatti suoi.

Passato il pericolo, l’amico che era sull’albero scese giù e domandò al compagno e domandò al compagno se l’orso, quando gli accostava il muso all’orecchio, gli avesse detto qualcosa.

– Sì
rispose Checco, guardando uno sdrucio(*) che Napoleone s’era fatto nei calzoni per arrampicarsi sull’albero
– mi ha detto che d’ora in poi io mi guardi bene dall’accompagnarmi con amici arditi e generosi come te.

Internet è andato, cosa accade ora?

Negli ultimi anni dibattiti che mostrano internet come la nuova frontiera delle libertà e del futuro di nuovi modelli di socializzazione, hanno riempito televisioni e giornali. Un’agorà virtuale accessibile a tutti da qualsiasi parte è il verbo predicato da molti sacerdoti moderni. Ed il principio che un mezzo può essere usato in modo buono o cattivo e non per questo debba essere demonizzato, è uno dei luoghi comuni in difesa dell’uso improprio della rete e dei social.

Ma iniziano a sentirsi voci differenti ed una di queste è quella di Evan Williams il fondatore di una delle colonne portanti di questo mondo: Twitter. In una sua intervista rilasciata al New York Times affronta il tema con una coraggiosa autocritica.

“I thought once everybody could speak freely and exchange information and ideas, the world is automatically going to be a better place,” Mr. Williams says. “I was wrong about that.”

Dice di essersi sbagliato nel pensare che il mondo sarebbe diventato un posto migliore se le persone avessero avuto la possibilità di scambiare idee ed informazioni in modo libero. Esemplifica dicendo che se c’è un incidente di auto le persone si fermano a guardarlo e sicuramente anche molti che abitano in quella strada si affacceranno per vedere. Bene questi comportamenti in rete sono interpretati come se la gente volesse vedere più incidenti stradali, quindi di questo si riempiono i social. 

Evan Williams osserva che la rete premia gli estremi ,dunque abbiamo persone su Facebook che pubblicano suicidi, risse e omicidi in tempo reale. Twitter è un alveare pieno di insulti e abusi che sembrano impossibili da arginare. Bufale e finte notizie vengono diffuse senza limiti per ideologia o profitto. Nel Pew survey, uno studio sulle molestie in internet, si riporta che il 60% degli adulti sono testimoni di tali molestie e che 4 adulti su 10 sono stati molestati online. Lo stesso Trump ha dichiarato di aver vinto le elezioni grazie a Twitter. Il fondatore di Twitter commenta questa come una pessima cosa e se ne scusa.

https://youtu.be/hKnv7krVni0

“It’s a very bad thing, Twitter’s role in that,” he said finally. “If it’s true that he wouldn’t be president if it weren’t for Twitter, then yeah, I’m sorry.”

Penso che abbiamo costruito un posto senza regole convinti che potesse essere il luogo del meglio dell’umanità, invece il risultato è stato quello di amplificare il peggio, anche quello che normalmente teniamo celato consapevolmente. Però è incoraggiante sentire che chi è stato protagonista di questa costruzione se ne sia reso conto.

Ci sono

Amici, una parola che usiamo spesso. Ma il significato, etimo a parte, mi pare che sia soggettivo. Penso che  identifichi il tipo di relazione che si instaura tra due persone, una intimità che non ha nulla a che vedere con i sentimenti. Piuttosto con la fiducia. Un amico lo puoi maltrattare, ignorare per tanto tempo e quando lo incontri nuovamente ti ci trovi a parlare con la stessa naturalezza come se vi foste visti la sera prima, come se nulla fosse accaduto. Non perché non ci tieni o perché non ti scalfiscono le sue opinioni, ma perché sai che dietro a queste c’é sempre e comunque una fiducia solida.

Un amico é un viaggiatore con cui hai fatto insieme della strada e durante quel percorso vi siete conosciuti ed accettati per come siete. Poi se le strade si dividono non ci sono rimpianti o sofferenze. Quando tornano ad incrociarsi non sembra si siano mai divise.

 Non ci devono essere per forza progetti comuni o identità di vedute. Deve esserci la certezza di ricevere un’opinione sincera che casomai infastidisce e urta, ma che non é un giudizio. Devi poter non mettere in campo diplomazie o comportamenti appropriati. Puoi essere te senza nessun genere di schermo. Ma per essere amici queste cose devono essere reciproche nello stesso modo.

Penso di poter chiamare amici non piú di cinque persone. Forse ho la possibilitá di averne altri due. Non significa tanto o poco, é che sono loro i miei amici e non c’é altro da dire.

La ricchezza non fa la felicità 

  
Chi ha detto che la ricchezza non fa la felicità ha sintetizzato in questa frase una verità profonda e in questa sintesi é riuscito anche ad includere dei concetti opposti al senso proprio della frase. Infatti quando la sentiamo quasi sempre dal profondo una vocina dice “si, però…”.

La ricchezza é una di quelle cose che tutti crediamo di conoscere e di comprendere. Parlo ovviamente della ricchezza materiale, non della ricchezza d’animo o di qualsiasi cosa di piú nobile dell’accumulare beni materiali. Anche se nessuno lo ammette o lo dichiara, tutti sappiamo che la ricchezza si riferisce ad una cosa o ad una misura del tutto relativa per definizione e per percezione.
Per definizione perché é uno stato che non lo si può immaginare se non paragonato ad un’altro, che sia povertà o normalità non importa. Sembra assurdo, ma se tutti fossero ricchi e lo fossero sempre stati non lo saprebbero: una società siffatta é concepibile in un racconto di fantascienza. 
Per percezione perché a seconda di una serie di fattori é tale o meno, o abbondante.
La ricchezza é relativa nel tempo. Quando iniziai a lavorare, nella seconda da metà degli anni ’70, pensavo che non avrei avuto bisogno di nulla con uno stipendio di due milioni. Oggi con l’equivalente in euro siamo vicini alla soglia della povertà. Questo perché la ricchezza, in quanto cumulo di beni materiali, non ma tiene lo stesso valore nel tempo.

La ricchezza é relativa nello spazio. Forse in Egitto o ai tropici avere disponibile una marea di ghiaccio é ricchezza, ma in Groenlandia no. Anche monetizzando il concetto, 500 euro al mese in Madagascar sono tutt’ora una ricchezza sognata da molti, in Italia no.

La ricchezza é relativa tra le persone. Nel mio quartiere, in piazzetta, ho visto un uomo della mia età, che da sempre discuteva di moto con gli amici davanti al bar, arrivare felice con la sua moto nuova fiammante. Per altri una moto suona come una inutilità o addirittura una sofferenza. La ricchezza é percepita differentemente perché differenti sono i bisogni. 

I bisogni. Con quest’altro termine si rischia di divagare, perché anche qui siamo nel relativismo, anzi nel relativismo-differenziale. Perché dobbiamo distinguere tra quelli che sono i bisogni primari, come respirare, bere, mangiare, dai conseguenti che sopraggiungono quando i primari sono soddisfatti o quando sono garantiti a tal punto da essere dimenticati. Ma appunto qui non voglio affrontare temi differenti e mi basta constatare quanto, il concetto di ricchezza, sia variabile tra le persone che vivono nello stesso luogo e nello stesso tempo.

Pur con tutte queste variabili, una misura di ricchezza l’abbiamo tutti in mente più o meno esplicita. Ma una caratteristica comune a questo concetto è che questa misura di solito è rispetto ad un livello che non abbiamo e che vogliamo raggiungere. Quanti, in cuor loro, stimano come ricchezza quello che hanno? Nella nostra frase di partenza tale stima, e il suo collocamento tra realtà presente e obiettivo futuro, racchiude il concetto di felicità. Ed è sottinteso che il percorso verso il raggiungimento del nostro obiettivo di ricchezza coincida con un percorso verso la felicità. In questo assunto si nasconde l’inganno, non perché non possa essere vero, ma perché, per il suo relativismo, una volta raggiunto un livello di ricchezza potremmo dover sottostare a cambiamenti in tempo, in spazio o sociali che ricollocano differentemente il nostro concetto di ricchezza e la felicità ad esso associata. 
Ma qui cado nuovamente nella trappola. Perché, mi chiedo, la felicità è solo fatta di quella felicità che si ottiene con un livello di ricchezza? Anche gli Stati Uniti nel giro di 11 anni sono capitolati rispetto al concetto di felicità espresso nella dichiarazione di indipendenza del 1776, mutandolo nel più misurabile concetto di benessere contenuto nella successiva Costituzione. Tornando alle mie modeste riflessioni direi che è qui che si concretizza l’essenza della verità contenuta nella frase. La ricchezza non fa la felicità perché la felicità non è composta soltanto da aspetti materiali che si possono ottenere con la ricchezza. Anzi, direi che in mancanza degli altri aspetti la felicità materiale viene spazzata via. Quanti ricchi hanno una vita infelice? Quanti, una volta diventati ricchi non raggiungono la felicità sperata perché avvolti dalla paura di perdere questa ricchezza? Il nodo vero penso che sia più intimo e legato a come ciascuno di noi riesca a colmare le altre componenti della felicità.
E la vocina? Quella che ci fa dire “si, però…”. Perché si alza ad installare il dubbio? Il ragionamento fin qui sembra non faccia una piega. Ma la vocina non sparisce. Penso che una ricchezza tale da soddisfare e mantenere con tranquillità i beni primari (ricordiamo che acqua e aria sono tutt’oggi o minacciati o non alla portata di molte persone) sia irrinunciabile e come tale debba essere naturale aspirazione di tutti. E come tale debba essere un qualcosa incentivato ed aiutato a livello sociale. Ma il fermarsi, il rallentare questa corsa verso un obiettivo mutevole é responsabilità di ciascuno di noi. Non può non nascere da una valutazione personale dettata dalla ragione o dalla coscienza che permetta di avere spazio e tempo per raggiungere le altre facce della felicità. Il rischio è quello di passare una vita concentrati nel raggiungimento di una felicità che non si raggiunge o sparisce in poco tempo.
Giorni fa ho letto la notizia che Poggiolini (ricordate? Quello con 10 miliardi nascosti nell’imbottitura del puff, lingotti e gioielli?) era ospite in una casa di riposo abusiva. Chissà se era felice?

Ridurre le armi? E che facciamo con i cervelli in circolazione?

Il racconto dei tre reporter Statunitensi ha riempito blog, giornali e televisioni. Certo fa impressione saperne morti due di 24 e 27 anni uccisi da un loro collega con le mani occupate da pistola e telefonino. Quindi la polemica sulla facilità di avere delle armi è subito divampata, ma anche quella dell’uso dei social media e del protagonismo che si riesce ad avere. Insomma la pubblica opinione si è data da fare nel commentare quello che portavano le mani, meno sulla parte che le governava, il cervello.

Invece io leggo in questo atto un segno estremo di una tendenza, che non so descrivere bene, ma che ritrovo nei comportamenti dettati dai cervelli di tante persone attorno a me. Non negli USA, qui in Italia, anche qui nelle Marche. Non so descriverr questa tendenza perché, anche se la vedo come una direzione specifica verso cui ci dirigiamo, non la considero caratterizzata in modo definito. Piuttosto è una miscela, pericolosa, di comportamenti relativamente nuovi che si vanno consolidando nelle menti di generazione in generazione e diventano normalità. Provo a descriverne alcuni aspetti.

Al primo posto metto l’anestesia verso l’orrore. Un uomo per terra, un incidente, un morto, non turbano più di tanto. Li vediamo nelle nostre case più o meno tutti i giorni alla televisione, ma li sentiamo lontani da noi. Se ci capitano accanto ci giriamo dall’altra parte allo stesso modo di quando, davanti alla televisione, ci giriamo per prendere il telecomando. Attenzione questa non è una novità degli ultimi tempi. In Italia è iniziato nel 1981 con le dirette da Vermicino, ricordate?

Accanto, in qualche modo una sfaccettatura del precedente, l’incapacità di gestire le crisi, gli orrori personali. Quando situazioni come le precedenti, o malattie o, comunque situazion catalogate come disgrazie, invece che passarci vicine ci vedono protagonisti, siamo smarriti. Agitazione e depressione fanno breccia facilmente.

Poi abbiamo una carenza di cose importanti. Per molti importante è solo l’ultimo desiderio, l’ultima infatuazione. Si confonde il bisogno con il valore. Una cosa importante la si vuole ottenere, raggiungere, essere. Ma la si deve anche costruire, mantenere, difendere. Oggi spesso i nostri risultati e traguardi, una volta ottenuti, perdono importanza.

A queste tre cose si mescola, in proporzioni diverse, la soggettività delle regole. Ecco che se per far prima dobbiamo fare una strada contromano la ragione diventa “tanto non viene nessuno e sto attento”, “è solo un piccolo tratto”. Ma se sono altri ad andare contromano sono “incivili”. Troviamo che è uno schifo la nostra città, ma se dobbiamo buttare un vecchio monitor lo lasciamo di notte vicino al cassonetto.

Inoltre c’è un crescente disinteresse per il prossimo. Tempo fa ho visto una foto su Facebook di uno che indossava la maglietta con su scritto “la vita è troppo breve per poter farsi i cazzi degli altri”. No, no, no. Amico di Facebook è una fesseria. La vita è troppo breve per riuscire a farsi bene i cazzi propri, solo se tutti si fanno un po’ dei cazzi miei la mia vita sarà soddisfacente. E io avrò tempo di farmi un pò di cazzi altrui. 

Tanto è biodegradabile

  Ancora caldo estivo si gira con i finestrini aperti. Mi fermo con l’auto all’immissione sulla statale, una macchina gira nella strada da dove vengo e dal finestrino schizza fuori una buccia di banana. 

“Ahó?” Faccio istintivamente indicando per terra. L’auto si ferma ed il ragazzo alla guida: “che voi? Tanto è biodegradabile!” e riparte. Ha meno di trent’anni, al suo fianco una ragazza più giovane. Sono rimasto di stucco, senza capacità di replica, dentro di me pensavo: “possibile che così giovane si da del coglione da solo e non se ne accorge?”

Non voglio fare la filippica sull’ambiente, ma quello che mi lascia stupito ogni volta è come NOI non consideriamo le strade, i parchi, il “tutto quello che non è dentro casa” come qualcosa di non nostro. Si perché la banana è biodegradabile ovunque peró l’auto-coglione mica la butta per terra dentro casa! E temo non solo lui si così, ma anche la ragazza, che era in un silenzio-stupore colpevole, sia  sostenitrice della tesi bio.

Siamo a Porto Potenza Picena, nelle Marche, geograficamente all’altezza di Siena, non nel barbaro sud. Ma le italiche concezioni del “faccio quello che mi pare”, “fatti i cazzi tuoi”, “tanto ora che male faccio”, “per così poco”, non hanno confini geografici né limiti anagrafici. Scaccio dalla mente l’immagine del Giappone dove nella stazione centrale della metro di Tokyo, frequentata da quindici milioni di passeggeri ogni giorno, ho visto una ragazza raccogliere un pezzo di carta NON SUO e portarselo via (non ci sono cestini a Tokyo ognuno pensa alla mondezza sua). Devo scacciare questo pensiero perché in Italia mi hanno detto che loro sono frustrati. E lo scaccio, ma mi viene in mente la Birmania, si il Myanmar del dopo-tzunami, dove nei villaggi lungo il fiume, con le strade di polvere o di fango secondo le voglie del cielo, ognuno pulisce il pezzo di strada davanti alla sua casa o alla sua bottega.

Sapete allora che penso? Che chi tratta il mondo come casa sua, Giapponese, Birmano, Magiaro o Malgascio che sia, non è stressato: è NORMALE. Noi siamo i pazzi, quelli ciechi. Quelli che vedo attorno a me mi ricordano il film Brutti, Sporchi e Cattivi.

Si ricomincia Starting again

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Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…20131223-200743.jpg
Da un po’ che non scrivo di come sto, perché sto come al solito e non c’é nulla di cui scrivere. Ma nei giorni passati alcune cose mi hanno fatto riflettere ed ho cambiato idea.
Tra quello che ti insegna questa malattia ci sono i meandri burocratici che, di solito, sono conosciuti tramite i giornali o per sentito dire. Bene, percorrere questi meandri ora mi porta ogni anno a fare una visita di controllo all’INPS. È un automatismo innescato dalla diagnosi iniziale che mi attribuisce una percentuale di invaliditá, inizialmente per la malattia e poi per le conseguenze della cura chemioterapica, da riverificare periodicamente. Di fronte a queste visite di controllo non riesco a non pensare al film di Benigni, dove lui simula un’invaliditá agitando la mano ogni volta che incontra l’ispettore del ministero!

L’invaliditá, il riconoscimento dell’invaliditá e i vantaggi dell’invaliditá. Sono tre elementi su cui molti studiosi hanno sicuramente scritto e dibattuto a lungo, con maggior competenza del sottoscritto, ma su cui io non avevo, prima d’ora nessuna opinione o conoscenza personale.

L’invaliditá. Capisco ora quanto sia una cosa soggettiva. Prima associavo questa parola a chi, per menomazioni fisiche, nel pensiero comune e nel mio è considerato poveretto, sfortunato, infelice, in una frase “non valido quanto me“, appunto invalido. E proprio grazie a questo quanto me, soggettivo. Si perchè, senso comune a parte, indica una incapacitá rispetto ad uno stato normale, o meglio, allo stato che noi consideriamo normale. La differenza tra invaliditá e malattia la distinguiamo grazie alla durata o alla previsione di durata di questa incapacità; ecco che se un dolor di denti o di schiena, non ci permette di uscire di casa, è malattia perchè sappiamo che medicine o interventi la faranno passare in un lasso di tempo. Ma se, attorno ai quarant’anni, non riusciamo più a leggere come prima le etichette dei prodotti, abbiamo una delusione, ci consideriamo oramai invalidi, anche senza dirlo in modo esplicito, perchè sappiamo di avere perso per sempre quella capacità, e che non torneremo mai piú in quello stato iniziale.

Il riconoscimento dell’invaliditá. Questo non è un fatto che dipende da noi, ma da chi messo con noi a confronto, distingue una certa invalidità. È un riconoscimento che dipende dal concetto di invaliditá che hanno gli altri, non dal nostro. Ma qui è d’obbligo una distinzione: tale riconoscimento puo avvenire sulla base dell’idea di invaliditá soggettiva che ha l’altro, oppure sulla base di una invaliditá stabilita da norme e leggi. Qui mi voglio concentrare solo sul secondo caso, che poi è quello con cui mi confronto periodicamente con l’INPS. Bene, sebbene in prima battuta il concetto di invaliditá viene delineato secondo delle norme, viene definitivamente e formalmente riconosciuto solo dopo l’esame da parte di una commissione competente. La chiamo competente perché, secondo la mia esperienza, è composta da quattro persone tra cui, non so in che misura, ci sono sia medici che funzionari INPS.
Qui torno a Benigni e non invidio il lavoro della commissione. Loro in pratica accolgono e verificano una serie di domande di invalidità per i motivi piú differenti tra loro, quindi la loro competenza, che non puó essere approfondita ed aggiornata ad un livello dignostico in tutti i campi, deve essere tale da comprendere quanto scritto e riportato dai referti di esami e visite presentati in quel momento da ciascun paziente. Ma per un giudizio completo, la commissione si basa anche su verifiche dirette e su una modalità di intervista del paziente in cui si cerca di appurare in cosa consiste e come viene percepita la situazione di invaliditá. Ecco la Benigni-componente. Ogni volta io sono in imbarazzo nel sintetizzare e nel cercare di ricordarmi tutti i disagi o gli impedimenti che concretamente formano la mia situazione soggettiva di invaliditá. Attenzione, non è un imbarazzo per riservatezza a parlare di queste cose, ma lo è perché mi viene da ridere, sia pensando al film e sia pensando a quanti si presentano a queste occasioni fingendo o calcando, e comunque recitando, una situazione non reale. Tralasciamo i casi in cui membri compiacenti hanno certificato per ciechi, persone successivamente miracolate. In quel momento io penso “si, proprio questo signore che mi chiede di camminare sulle punte, a cui io sinceramente chiedo di non farlo perché mi fa molto male e quindi mi dice di provare sui talloni. Ma quanti teatranti avrá visto? E come fa a non ridere in quei casi? E come fa a non diventare prevenuto e considerare tutti dei millantatori?”. Io stesso, di fronte a quello che dichiaro e rispondo non mi crederei tanto!
Sotto questo aspetto quest’ultima visita mi ha stimolato di piú ed ho deciso di fare da subito qualcosa di diverso. Voglio scrivere nei dettagli quei sintomi che durante l’anno mi fanno sentire invalido. Per me, per avere un quadro completo e formato con un’osservazione continua e non dall’urgenza di dare una risposta.

I vantaggi dell’invaliditá. Non neghiamolo recite e finzioni del punto precedente non ci sarebbero se non ci fossero vantaggi ad essere invalidi. Però penso che questi vantaggi siano apprezzabili solo da professionisti del vantaggio a fine personale o da chi veramente è in condizione di forte bisogno. La prima volta che mi è stata riconosciula mi sono chiesto “e ora? Che significa? Che ci faccio?”. La mia mente bacata da luoghi comuni pensava di ricevere una tessera da invalido da poter sventolare sui mezzi pubblici per sedermi nei posti riservati!
In reltà, visti i tempi di crisi speravo, e spree ancora, che questo status sposti su altri l’occhio dell’Ufficio del Personale in caso di tagli in azienda.
Ma altri vantaggi non ne vedevo. Parlo al passato perché solo dopo ho saputo, grazie al passaparola, di vantaggi oggettivi. Il primo (che in realtà non so se è vero) è che un anno da invalido conta come 14 mesi per la pensione: chissá che succederà, ma qualche mese prima, tra 13 anni potrà essere utile! Il terzo motivo l’ho saputo e ne ho goduto solo il secondo anno: tessera dei mezzi a prezzo ridotto, 50 euro invece che 250. Non so cosa preferire, se dover pagare per intero l’abbonamento e poter guidare quando voglio la macchina, o godere dello sconto e guidare solo con una persona che mi accompagna per sostituirmi in caso di dolori o fastidi forti; ci rifletterò. Forse ne potrò elencare un quarto: mi hanno detto che l’iscrizione all’università è gratuita: zero tasse Universitarie!
Mi chiedo: come fanno ad addannarsi a far carte false per ottenere una pensione o indennità di invalidità, di poche centinaia di euro, ha senso? Forse mi sfugge qualcosa…

I miei piccoli segni

Spiaggia dei Cuticchi

Riserva del Monte Cofano – Spiaggia dei Cuticchi

Gli abiti, la pettinatura, le scarpe; ma anche l’andatura, la posizione e l’espressione del volto, il tono della voce e le parole usate, sono tutti segni che danno forma alla prima impressione su di noi. Sono anche i segni che mandiamo al mondo per dire a tutti “ecco io sono così”. Sono segni che sappiamo modificare ed adattare, per cambiare a nostro piacere il messaggio “ecco io sono così”. Lo cambiamo a seconda del nostro umore, del posto in cui siamo o dell’impressione che vogliamo dare. Le nostre carte da giocare nella partita delle relazioni, carte con cui sappiamo bluffare abilmente.

Ma come tanti bluff, dopo alcuni giri di carte vengono scoperti, così i nostri segni vengono messi in ombra da altri segni che mostrano aspetti più genuini di noi. Nel quotidiano, al lavoro, a scuola, a casa, lasciamo dei segni che rappresentano le tracce della nostra esistenza vera senza finzioni e senza schermi. Non più un messaggio diretto che dice “ecco io sono così” e che arriva prima di essere conosciuti, ma un residuo del nostro passaggio che dice “sono proprio io questo qui”, “questo identifica la mia presenza”.

Ecco che piccoli ed insignificanti residui della nostra esistenza, formano un’impressione di noi, nelle persone che frequentiamo ogni giorno, più vera, più nuda. Residui veramente insignificanti se presi isolati, ma giudici inflessibili di come siamo, quando sono collegati a noi. Quindi il tubetto di dentifricio non chiuso, il cassetto aperto, la maglia lasciata sulla sedia, la risposta secca, i patti abbandonati sul tavolo, non aggiungere “per favore” alla richiesta fatta, non salutare; di per sé non sono un dramma, ma ripetuti ogni giorno, fatti trovare di continuo, come gli odori lasciati dai cani per marcare il territorio, diventano “noi” agli occhi degli altri.

Dicono “chi è stato qui, se ne frega di me”, “qui è passato lui/lei”. Sul lavoro creano i gruppi o isolano le persone. In famiglia alimentano (inutilmente o meno, dipende dai casi) i contrasti e le discussioni. Nelle coppie, alla lunga, diventano oggetto di discussioni e scintille per innescare litigi. Contrasti e liti che sembrano farse se analizzati isolatamente; che io sappia nessuno è morto, si é ferito o è andato in rovina per un tappo di dentifricio non chiuso. Ma sono benzina per il fuoco delle incomprensioni.

Ecco, io penso che in questi casi, se gli attriti non nascondono cause o ferite più profonde, non si può non agire sui due fronti. Chi schizza come un gatto i propri odori deve dare, anzi darsi, la risposta onesta a queste domande: “è così che voglio essere?”, “voglio veramente dire questo a le persone che mi circondano?”. E non prendiamoci in giro con la risposta sbrigativa e infantile “si”: è un comodo nascondiglio. In questo caso dobbiamo dire “si, perché …..”, dove il perché deve essere veramente convincente e formare una linea di azione. Noi e solo noi siamo gli autisti della nostra vita, non sono ammesse distrazioni.

Chi trova le nostre tracce invece ha molte scelte. Può farcelo notare, perché sa che siamo migliori rispetto a quello che dicono i segni che distrattamente lasciamo in giro. Può farcelo notare in modo ossessivo, ed è una richiesta di attenzioni. Può notarlo, porre rimedio e sorridere pensando che è il segno della vicinanza della persona amata. Può ignorarlo; ma non illudiamoci, non per questo quei piccoli segni smetteranno di dire al mondo come siamo veramente.Gli abiti, la pettinatura, le scarpe; ma anche l’andatura, la posizione e l’espressione del volto, il tono della voce e le parole usate, sono tutti segni che danno forma alla prima impressione su di noi. Sono anche i segni che mandiamo al mondo per dire a tutti “ecco io sono così”. Sono segni che sappiamo modificare ed adattare, per cambiare a nostro piacere il messaggio “ecco io sono così”. Lo cambiamo a seconda del nostro umore, del posto in cui siamo o dell’impressione che vogliamo dare. Le nostre carte da giocare nella partita delle relazioni, carte con cui sappiamo bluffare abilmente.

Ma come tanti bluff, dopo alcuni giri di carte vengono scoperti, così i nostri segni vengono messi in ombra da altri segni che mostrano aspetti più genuini di noi. Nel quotidiano, al lavoro, a scuola, a casa, lasciamo dei segni che rappresentano le tracce della nostra esistenza vera senza finzioni e senza schermi. Non più un messaggio diretto che dice “ecco io sono così” e che arriva prima di essere conosciuti, ma un residuo del nostro passaggio che dice “sono proprio io questo qui”, “questo identifica la mia presenza”.

Ecco che piccoli ed insignificanti residui della nostra esistenza, formano un’impressione di noi, nelle persone che frequentiamo ogni giorno, più vera, più nuda. Residui veramente insignificanti se presi isolati, ma giudici inflessibili di come siamo, quando sono collegati a noi. Quindi il tubetto di dentifricio non chiuso, il cassetto aperto, la maglia lasciata sulla sedia, la risposta secca, i patti abbandonati sul tavolo, non aggiungere “per favore” alla richiesta fatta, non salutare; di per sé non sono un dramma, ma ripetuti ogni giorno, fatti trovare di continuo, come gli odori lasciati dai cani per marcare il territorio, diventano “noi” agli occhi degli altri.

Dicono “chi è stato qui, se ne frega di me”, “qui è passato lui/lei”. Sul lavoro creano i gruppi o isolano le persone. In famiglia alimentano (inutilmente o meno, dipende dai casi) i contrasti e le discussioni. Nelle coppie, alla lunga, diventano oggetto di discussioni e scintille per innescare litigi. Contrasti e liti che sembrano farse se analizzati isolatamente; che io sappia nessuno è morto, si é ferito o è andato in rovina per un tappo di dentifricio non chiuso. Ma sono benzina per il fuoco delle incomprensioni.

Ecco, io penso che in questi casi, se gli attriti non nascondono cause o ferite più profonde, non si può non agire sui due fronti. Chi schizza come un gatto i propri odori deve dare, anzi darsi, la risposta onesta a queste domande: “è così che voglio essere?”, “voglio veramente dire questo a le persone che mi circondano?”. E non prendiamoci in giro con la risposta sbrigativa e infantile “si”: è un comodo nascondiglio. In questo caso dobbiamo dire “si, perché …..”, dove il perché deve essere veramente convincente e formare una linea di azione. Noi e solo noi siamo gli autisti della nostra vita, non sono ammesse distrazioni.

Chi trova le nostre tracce invece ha molte scelte. Può farcelo notare, perché sa che siamo migliori rispetto a quello che dicono i segni che distrattamente lasciamo in giro. Può farcelo notare in modo ossessivo, ed è una richiesta di attenzioni. Può notarlo, porre rimedio e sorridere pensando che è il segno della vicinanza della persona amata. Può ignorarlo; ma non illudiamoci, non per questo quei piccoli segni smetteranno di dire al mondo come siamo veramente.

Chi cazzo dice che gli anni ’70 sono stati brutti?Who the fuck said that the ’70 were bad?

C’è una signora che è sicura che sia oro tutto quel che luccica
e sta comprando una scala per il paradiso
quando vi arriverà sa che se tutti i negozi sono chiusi
con una parola può ottenere ciò per cui è venuta
e sta comprando una scala per il paradiso

c’è una scritta sul muro ma lei vuole essere sicura
perchè, come tu sai, talvolta le parole hanno due significati
su un albero vicino al ruscello c’è un uccello che canta
talvolta tutti i nostri pensieri sono sospetti

e questo mi stupisce
e questo mi stupisce

c’è una sensazione che provo quando guardo a Ovest
e il mio spirito grida di andarsene
nei miei pensieri ho visto anelli di fumo attraverso gli alberi
e le voci di coloro che stanno in piedi a osservare

oooh e questo mi stupisce
ooooh e questo mi stupisce davvero

e si mormora che presto se tutti noi intoniamo la melodia
il pifferaio ci condurrà alla ragione e albeggerà un nuovo giorno
per coloro che aspettavano da lungo tempo
e le foreste risponderanno con una risata

Se c’è trambusto nella tua siepe non ti allarmare
è solo la pulizia di primavera per la festa di Maggio
si, ci sono due strade che puoi percorrere ma a lungo andare
c’è sempre tempo per cambiare strada
e ciò mi stupisce

la tua testa ti ronza e il ronzio non se ne andrà, nel caso tu non lo sapessi
il pifferaio ti sta chiamando per unirti a lui
signora cara, può senitre il vento soffiare e sa
che la sua scala è costruita sul vento mormorante?

e scendiamo in strada
le nostre ombre più grandi delle nostre anime
là cammina una donna che noi tutti conosciamo
che risplende di luce bianca e vuole dimostrare
come qualsiasi cosa si tramuti in oro
e se ascolti molto attentamente
alla fine la melodia verrà da te
quando tutti sono uno e uno è tutti
per essere una roccia e per non rotolare via

e sta comprando una scala per il paradiso
There’s a lady who’s sure all that glitters is gold
And she’s buying a stairway to heaven.
When she gets there she knows, if the stores are all closed
With a word she cant get what she came for.
Ooh, ooh, and she’s buying a stairway to heaven.

There’s a sign on the wall but she wants to be sure
‘Cause you know sometimes words have two meanings.
In a tree by the brook, there’s a songbird who sings,
Sometimes all of our thoughts are misgiven.

Ooh, it makes me wonder,
Ooh, it makes me wonder.

There’s a feeling I get when I look to the west,
And my spirit is crying for leaving.
In my thoughts I have seen rings of smoke through the trees,
And the voices of those who stand looking.

Ooh, it makes me wonder,
Ooh, it really makes me wonder.

And it’s whispered that soon, if we all call the tune,
Then the piper will lead us to reason.
And a new day will dawn for those who stand long,
And the forests will echo with laughter.

If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now,
It’s just a spring clean for the May queen.
Yes, there are two paths you can go by, but in the long run
There’s still time to change the road you’re on.
And it makes me wonder.

Your head is humming and it won’t go, in case you don’t know,
The piper’s calling you to join him,
Dear lady, can you hear the wind blow, and did you know
Your stairway lies on the whispering wind?

And as we wind on down the road
Our shadows taller than our soul.
There walks a lady we all know
Who shines white light and wants to show
How everything still turns to gold.
And if you listen very hard
The tune will come to you at last.
When we all are one and one is all
To be a rock and not to roll.

And she’s buying the stairway to heaven.

Ognuno ha i parenti che si merita….Everyone has relatives that he deserves ….

201301 Chiara-13

E’ si, ne è passato di tempo dal 6 Aprile. Il giorno che sono andato a vedere a Teatro (si, mi piace scriverlo con la lettera maisucola, tanto minuscolo lo considerano molti), lo spettacolo organizzato dagli studenti dell’Accademia Internazionale di Teatro di Roma. Perché? Per prima cosa perché ci studia mia nipote e non posso far finta che questo non abbia avuto un ruolo fondamentale nello smuovermi dalla pigrizia naturale. Ma anche perché Teatro mi ha sempre affascinato. Chi mi conosce lo sa per i miei trascorsi giovanili, ma a me piace proprio il luogo. Dove curiosità ed aspettative incontrano energie e sane vanità; dove spazi, che cercano di essere eleganti, per gli spettatori convivono con cantieri, sgabuzzini affollati, corridoi pieni di costumi. Insomma il Teatro è un vortice che mi attira.

Quindi ero li, verso le otto di sera, e con la mia macchina fotografica ed ho subito infastidito i vari operatori: la cassiera, un ragazzo all’ingrasso ed un’altro ancora. Non mi sono arreso fino a quando non ho sentito la bella frase “si , certo può fare le foto, ma mi raccomando senza flash!”.  Lo spettacolo per me è stato toccante. Mi dispiace per gli addetti, ma non tanto per lo spettacolo in sé, ma per l’energia e la voglia di fare bene quello che stavano facendo quei ragazzi sul palco. Al di là della loro bravura più o meno acerba, in platea arrivava la soddisfazione nel dimostrare il risultato di un ciclo di studi che forse ha richiesto qualche sacrificio; anche l’entusiasmo di fare una cosa in cui si crede e nel volerla fare bene.

Comunque al termine della bella serata, dopo aver salutato i miei cugini, siamo tornati a casa dopo aver promesso di mandare, o comunque condividere, le foto: Sarà l’età, sarà l’abuso di medicinali dell’ultimo periodo o forse è semplice predisposizione, ma non so che fine abbiano fatto le foto! O meglio, dov’erano lo sapevo benissimo. Ma il mio cervello aveva archiviato il fatto come compiuto, e compiuto nei vari particolari di come lo avevo immaginato: sistemate le foto, caricate su un sito per condividerle, scritto un post ed anche inviato il link alle mie cugine per vedere il tutto. Ma quando? Se non mi avesse telefonato Caterina, che con un educatissima frase mi ha detto: “ma le foto poi dov’è che le hai messe?”, non ci avrei più pensato.  Era chiaro il significato reale: “ma quando ce le fai vedere ‘ste benedette foto? Sono venute o non si possono distinguere gli attori dai sipari? Ti decidi?”.

Spero di aver ora concretizzato quelli che erano le mie convinzioni. Le foto più guardabili sono sia nell’Album di Pinterest 2013 Scuola di Teatro che in Flickr nel set 2013 Theatre. Di sicuro non sono in grado di dire “non lo faccio più”…..

201301 Chiara-13Yes, It’s been a long time since April 6. The day that I went to see at the Theatre (yes, I like to write it with capital letter, many people in ITaly consider it as a lowercase stuff), the performance organised by the students of the Accademia Internazionale di Teatro di Roma. Why? First of all because we studied my niece and I can’t pretend that this has not had a major role in get rid of my laziness. But also because the theater has always fascinated me. Anyone who knows me knows about my past, but I like the place itself. Where curiosity and expectations meet energy and sane vanity; where spaces, trying to be stylish, to viewers live side by side with workshop, crowded hallways, closets full of artists and costumes. So the theater is a vortex that ever attracts me. I was there, at around eight in the evening, and with my camera I quickly annoyed the various workers: the cashier, a rearing and another guy. I have not surrendered until I heard the beautiful phrase “Yes, you can make pictures, but I recommend you, with no flash!”.  The show for me was touching. I feel sorry for the Theatre workers, not so much for the show itself, but for the energy and desire to do well what they were doing those guys on stage. Beyond their talent more or less acerbic, in the audience arrived the satisfaction in proving the result of a course of study that may have required some sacrifice; the enthusiasm to do something in which they believe and want to do well. However, at the end of the evening, after greetings my cousins, we’re back home after having promised to send, or otherwise share, the photos.

Will be the age, will be the abuse of medicinal products of the last period or maybe it’s simple predisposition, but I don’t know what happened with the photos! Or rather, where they were, I knew it very well. But my brain had filed the fact as ended and made in various parts of how I had imagined: arrange photos, uploaded to a site to share them, wrote a post and also posted a link to my cousins to see everything. But when?

If I hadn’t phoned by Caterina who, with a very educated phrase, said to me: “But the photos where is that you put out?”, I would be no more thought.  It was clear her real meaning: “But when you’ll show such blessed pictures? It can be possible to distinguish actors from curtains? You decide?”.

I hope to have now materialized those who were my belief. The more watchable pictures are in the Pinterest album 2013 Scuola di Teatro and in Flickr 2013 Theatre.
Certainly I cannot say “I do not anymore” …..